Marco Bentivogli (foto LaPresse)

Il cialtro-sovranismo si può sconfiggere con l'ottimismo modello Marco Bentivogli

Claudio Cerasa

L’immaginario della nostalgia non si affronta aggiungendo catastrofismo al pessimismo ma spiegando come trasformare il futuro nel migliore alleato per la crescita di un paese. Lezioni utili dal libro del sindacalista della Cisl

“L’industria del futuro avrà solo due dipendenti: un uomo e un cane. L’uomo sarà lì per nutrire il cane. Il cane sarà lì per evitare che l’uomo tocchi qualcosa”. Marco Bentivogli è un sindacalista controcorrente che ha scelto di sfidare il pensiero unico sovranista, e le leggende sui cani e la tecnologia, utilizzando un’arma culturale difficile da maneggiare in un’epoca storica dominata dai campioni del pessimismo universale: l’ottimismo. Bentivogli, segretario della Fim-Cisl, ha appena pubblicato con Rizzoli un manuale di resistenza alla tecnofobia (“Contrordine compagni”) che contiene molti ingredienti giusti per costruire una sana e robusta e non frignona opposizione al pensiero unico sovranista e che rappresenta un esempio di come sia possibile immaginare un’alternativa al populismo potenzialmente popolare senza essere populista. Al centro del ragionamento di Bentivogli c’è l’idea che l’Italia sia un paese malato di catastrofismo che si è messo nelle mani dei cialtroni del sovranismo a causa della sua incapacità di avere fiducia nel futuro.

    

Fino a quando, dice Bentivogli, l’Italia avrà paura di dire che la globalizzazione non ha affamato il mondo ma ha liberato miliardi di persone dalla povertà e ha dimezzato la mortalità infantile; fino a quando avrà paura di dire che la tecnologia non distrugge il lavoro ma lo cambia; fino a quando avrà paura di dire che il tasso di rancore e la richiesta di sicurezza crescono proporzionalmente al livello di benessere di un paese; fino a quando avrà paura di ammettere che i nostri figli sono più ricchi di noi in termini di opportunità; fino a quando avrà paura di riconoscere che la disoccupazione e la competitività delle aziende non dipendono dai danni causati dal liberismo ma dipendono dalla discrepanza tra domanda e offerta di competenze; fino a quando non si avrà il coraggio di combattere i professionisti della paura, il nostro paese sarà portato a considerare il futuro un luogo da cui fuggire, da cui proteggersi, e non una grande terra di opportunità. 

      

La visione pessimistica sul futuro è una visione insieme nostalgica e consolatoria perché permette di dare risposte facili a problemi complessi e permette di offrire all’elettore un’unica e semplice via per tenersi al riparo dai drammi del futuro: la chiusura. E’ la chiusura che ci porta a pensare che per proteggersi dai mali del mondo non sia necessario investire sull’innovazione ma sia sufficiente investire sul protezionismo. E’ la chiusura che ci porta a pensare che l’innovazione nel lavoro produrrà più distruzioni che occasioni. E’ la chiusura che ci porta a pensare che sia normale avere un futuro in cui solo il dieci per cento delle persone lavorerà e dove il restante novanta per cento vivrà di un sussidio di cittadinanza. Bentivogli dà un ceffone al pensiero unico declinista spiegando che è arrivato il momento di ribellarsi alle menzogne di chi invoca in campo economico un necessario ritorno al passato.

    
“Se ci lasciassimo guidare dalla paura – scrive Bentivogli – sarebbe un dramma perché la paura è un sentimento che paralizza e non permette di esplorare con intelligenza le possibilità. Nel nostro paese, purtroppo, prevale – e non da oggi – una narrazione pessimistica e rinunciataria sul futuro, specie su quello del lavoro. Basti considerare la fortuna che hanno avuto e ancora hanno libri che profetizzano una sostituzione degli umani con robot dalle sembianze umanoidi”. Il ragionamento ottimista di Bentivogli parte da una considerazione che dovrebbe essere al centro di ogni ragionamento politico sull’avvenire dell’Italia: un atteggiamento aperto nei confronti del futuro ci permetterà di capire quali sono le opportunità offerte dall’innovazione, un atteggiamento chiuso, passivo, individualista e pessimista ci metterà nelle condizioni di essere travolti, guidati, sostituiti da macchine che saranno più efficienti di noi a fare alcuni lavori. Le macchine, cioè la tecnologia, ricorda Bentivogli, possono essere progettate in modo da produrre risultati positivi per tutti, a patto che la progettazione sia un lavoro di squadra, che liberi i lavoratori dalle gabbie delle mansioni consentendo loro di svolgere un ruolo creativo. Bentivogli, per questo, dice che bisogna prendere atto che le tecnologie stanno agendo radicalmente sul lavoro ma che allo stesso tempo bisogna essere coscienti del fatto che non potranno sostituire del tutto le persone. Dice che le straordinarie scoperte scientifiche e le continue accelerazioni indotte dall’innovazione tecnologica rendono necessaria un’educazione al pensiero critico che porti a superare la tradizionale divisione tra formazione scientifica e umanistica. E dice che i policy maker dovrebbero promuovere i cambiamenti strutturali del mercato del lavoro e l’imprenditorialità pubblica e privata, attraverso la diffusione di capacità e competenze per la gestione dei big data. Le macchine, secondo Bentivogli, non distruggeranno lavoro, almeno non faranno solo questo, ma miglioreranno il lavoro e ne creeranno di nuovo. E il terreno migliore su cui capire che portata avrà l’innovazione sulle nostre vite non è quello suggerito all’inizio di questo articolo, con l’immagine evocata in passato da un grande studioso americano di nome Warren Bennis che raccontava un futuro in cui compaiono un uomo, un cane e un robot che sostituiscono integralmente il lavoro umano. Ma è quello legato a una sigla che nelle ultime settimane è finita spesso al centro delle discussioni pubbliche sui giusti rapporti da tenere tra un paese come l’Italia e un paese come la Cina: il 5G. Il 5G, come ricorda Bentivogli, non è semplicemente una nuova rete: attorno alle antenne 5G sarà possibile realizzare ecosistemi intelligenti integrando imprese, servizi di mobilità, pubblica amministrazione, cittadini, enti territoriali, scuole, l’uso del 5G permetterà di utilizzare l’Internet delle cose in qualsiasi settore, dalle case intelligenti alle industrie di ultima generazione e sul piano del ritorno economico si prevede che da qui al 2034 la tecnologia 5G immetterà nel mercato qualcosa come 12 trilioni di dollari, con una ricaduta sull’occupazione in tutto il mondo che dovrebbe raggiungere i 22 milioni di unità, con un grande impatto in termini di occupazione sull’agricoltura, l’assistenza sanitaria, la formazione e la scuola, l’industria manifatturiera. Il problema è che di fronte alla sfida del 5G l’Italia non ha un problema di tecnologia ma ha un problema di competenze. Nel nostro paese, purtroppo non da oggi, gli investimenti sulle politiche del lavoro sono inferiori di un terzo rispetto al resto d’Europa: in Italia, dice l’Eurostat, si investe solo lo 0,5 per cento del pil in politiche attive, mentre in Danimarca il dato si attesta al 2 per cento, e non è un caso che i paesi che storicamente hanno investito di più su tecnologie e formazione, dalla Germania alla Corea del Sud al Giappone, hanno tassi di disoccupazione bassissimi e un’occupazione di alta qualità e, almeno nei primi due casi, ricorda Bentivogli, salari più alti e un mercato del lavoro orientato maggiormente alle mansioni cognitive ad alto valore aggiunto.

   
“Secondo uno studio commissionato dall’International Federation of Robotics – dice Bentivogli – saranno tra i 10 e i 14 milioni i posti di lavoro generati nel mondo dai robot. Sono numeri che fanno vacillare la tesi, condivisa da buona parte dell’opinione pubblica e sindacale, secondo cui l’avanzamento della robotizzazione e dell’automazione dei processi produttivi – in particolare nel settore manifatturiero – implica necessariamente un calo occupazionale. Al contrario, sostituendo l’uomo nei lavori più meccanici, la robotica porta all’aumento della produttività e alla crescita del settore, e di conseguenza all’aumento dei posti di lavoro. E a questo va aggiunto anche un altro dato: l’Intelligenza artificiale potrebbe potenzialmente aumentare l’output economico globale di circa 13 trilioni di dollari entro il 2030, incidendo sul pil mondiale con una crescita di circa 1,2 punti percentuali all’anno”. L’immaginario della nostalgia non si combatte aggiungendo catastrofismo al pessimismo ma si combatte spiegando come trasformare il futuro nel migliore alleato per la crescita di un paese. Bentivogli dice che dovremmo prendere esempio dalla leader dei Verdi tedeschi Katharina Schulze, che nel 2018 ha raddoppiato i consensi del suo partito alle elezioni in Baviera incoraggiando i suoi elettori, senza spaventarli, e spiegandogli come cambiare il mondo, con l’innovazione, ogni giorno un po’ di più. Un leader capace di presidiare il fronte dell’ottimismo in Italia ancora non c’è. Quando ci sarà, sarà difficile che contro i mercanti della paura non ci sia anche Marco Bentivogli.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.