Marco Bentivogli (Foto Imagoeconomica)

Bentivogli ci spiega perché l'imbroglio socialista non può reggere

David Allegranti

Il segretario della Fim-Cisl: “Serve una politica che abiti i luoghi più popolati e dimenticati, le periferie, le aree industriali”

Roma. Lo statalismo di ritorno è la nuova prospettiva del Pd? Il dibattito non appassiona Marco Bentivogli, segretario dei metalmeccanici della Cisl che ha dato al sindacato un profilo riformista. “Non voglio parlare del Pd – dice al Foglio – mi limito a fare i miei auguri a Nicola Zingaretti perché lo aspetta una missione davvero difficile. Provo invece a indicare alcuni problemi del quadro politico italiano, fondamentali per chi come me è alle prese con il mondo del lavoro e dell’industria. Sappiamo tutti come andò il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016; ebbene, uno dei risultati di quell’esito è il blocco completo di una possibile transizione a una democrazia liberale efficace e funzionante. Nonostante la maggioranza schiacciante a disposizione del nuovo governo, vedo che anche Lega e M5s si sono accorti di quanto il sistema sia ingessato anche per promuovere i loro provvedimenti”.

 

In questi giorni, dice Bentivogli, “appare sempre più evidente che il bicameralismo perfetto, oltre a inutili tempi lunghi, rende evanescente ogni possibilità di una autentica trasparenza dell’iter parlamentare. Ci si accorge che con i ‘navigator’ la potestà normativa concorrente, che il ‘mostro’ del titolo V assegna alle Regioni, creerà un disastro totale. Mi rivolgo dunque a tutta la politica, a partire dal lamento collettivo per la ‘deriva autoritaria’, di tre anni fa, perché si apra una riflessione utile sulla urgente modernizzazione del paese. ‘Guai a toccare la prima parte della Costituzione’, si sente ripetere, e lo condivido, ma non ci si accorge che mai come oggi, nella storia della Repubblica, è stata così profonda la distanza tra l’evocazione della sacralità della Costituzione e la realtà della sua totale inapplicazione”.

 

Ma non rischia anche di mancare un’applicazione, diciamo così, dell’opzione liberale nel panorama politico?, chiediamo a Bentivogli. “Non mi interessano le etichette della politica, sono vecchie e traditrici. In Italia chi si definisce ‘liberale’, ‘moderato’, in realtà fa tutt’altro nella pratica. Siamo un paese che ha tra i più alti debiti pubblici al mondo. L’andamento del pil, se va bene, conferma la recessione. La risposta della politica? Un inedito: lo stato proprietario e la spesa pubblica senza controllo, in un paese in cui la concorrenza è molto spesso un miraggio”.

 

“Siamo un paese che ha tra i più alti debiti pubblici al mondo. L’andamento del pil, se va bene, conferma la recessione. La risposta della politica?
Un inedito: lo Stato proprietario e la spesa pubblica senza controllo,
in un paese in cui la concorrenza è molto spesso un miraggio” 
 

 

La fortuna di tutta la politica, dice Bentivogli, è che “molti italiani vivono nell’illusione che quando mancano i soldi, c’è sempre qualcuno che li stampa, come fecero Totò e Peppino. Quando si accorgeranno che i soldi che si spendono non solo provengono dalle tasche di chi paga le tasse, ma ipotecano il futuro delle prossime generazioni, temo che il risveglio sarà duro, soprattutto per chi ha promesso miracoli”. I dati economici sono inequivocabili, sottolinea: “Crescono le aziende e i territori più aperti all’innovazione tecnologica e al commercio estero, anche grazie all’euro. Significa essere adepti di Soros? Significa, invece, sapere cosa è la bilancia commerciale e quella dei pagamenti”. Insomma, in politica “servono persone capaci di dire la verità, anche quando è dolorosa. L’alternativa a un imbroglio populista non è un simmetrico imbroglio a tinta socialista. E’ invece un riformismo autentico. E’ il coraggio di chi non tollera ambiguità sull’evasione fiscale, ma considera gli evasori come in tutto il mondo: dei criminali. Di chi si batte perché le tasse siano drasticamente abbassate sul lavoro e non usa la retorica dell’Europa dei popoli, ma opera concretamente per costruire una cittadinanza europea. Dalla Ue abbiamo importato una legislazione moderna: come si fa a dire ‘Europa sì ma non così’? Non ho mai sopportato i sindacalisti che per allontanare le responsabilità da sé, buttano la palla in tribuna cercando nemici lontani: la globalizzazione, l’Europa, la tecnologia… non accorgendosi di colpire aspetti che sono parte della soluzione, non del problema. Questo analfabetismo è ancor più intollerabile nei politici, inascoltabili. A chi dice che il reddito di cittadinanza è una cosa di sinistra, ha già, da tempo, fatto eco il Papa davanti all’Ilva di Cornigliano: ‘Vogliamo il lavoro per tutti, non il reddito per tutti; nel lavoro degno fiorisce l’umanità’. Il Vangelo di due domeniche fa (Luca 6,27-38) chiede ai credenti di ‘amare i propri nemici’, un richiamo impegnativo. Ma non possiamo, al contempo, accettare che si giuri su quello stesso Vangelo e si predichi odio”.

 

Su infrastrutture, lavoro, industria che cosa si aspetta dal neo segretario Zingaretti? “Penso sia stato un buon esordio partire accanto al governatore Chiamparino dicendo parole chiare sulla Tav. Si sta accelerando la grande fuga degli investimenti dal nostro paese. In nessun paese al mondo si fanno sei analisi costi/benefici, cambiando la commissione fino a che non produce un parere che conferma le idee del governo in carica. Il nostro paese è al diciassettesimo posto in Europa per livello di infrastrutture. Le opere cantierate mi sembrano peraltro insufficienti: se si interrompono anche quelle, dalla fuga si passerà alla grande fuga”.

 

La colpisce, da esterno, che alle primarie del Pd abbiano votato pochi giovani? “Credo che il problema fondamentale sia trovare idee, gruppi dirigenti e modalità che scuotano di nuovo l’albero della partecipazione. Nel rinnovamento della Fim-Cisl la prima cosa a cui abbiamo pensato è stata di prendere consapevolezza di come cambia il nostro ruolo nelle fabbriche e nel territorio. Il sindacato e la politica insieme sono chiamati a ricostruire insieme i legami sociali per riorganizzare la comunità civile, con al centro il lavoro. A questo devono servire i presidi locali a riorganizzare la comunità e non solo a fare da gran cassa alle linee nazionali. La paura ci ha reso più cinici, più diffidenti dell’altro, non solo del migrante. Non si può ripartire dalla negazione della paura, che lascia le persone sole e nelle mani degli impresari della paura. Serve una politica che torni ad abitare i luoghi più popolati e dimenticati, le periferie, le aree industriali, le aree interne. Le persone che ci vivono si sono accorte che soprattutto quelli che si definiscono progressisti vi passano tutt’al più per turismo elettorale. Se non si condivide il destino di chi si rappresenta, meglio desistere. Quella politica ha smesso di abitare quei luoghi per rifugiarsi nella filter bubble delle ztl. I giovani sono in questo contesto. Tra un po’ vi saranno più over 65 in pensione che lavorano che ventenni al lavoro. Se si parla dei giovani, occorre lasciar loro spazio, passando il testimone; altrimenti è tutta una finzione. Bisognerebbe che tutti leggessero Qoelet: c’è un tempo per ogni cosa”.

 

In Italia, dice Bentivogli, “le persone in gamba lasciano spazio e si mettono a fare volontariato, ma vi è un esercito di ‘eterni’ che non sa ripensare alla propria vita senza l’incarico (retribuito) per tutta la vita. Solo in Italia un economista considera una porcata il fatto che a 82 anni non si debba fare il ministro dell’economia.  Un consiglio non richiesto al Pd mi sento di darlo. Certo, è necessaria la democrazia interna ed è sempre bello lo scontro dialettico su posizioni diverse; ma quando si decide, la minoranza si adegua e la maggioranza non cerca di epurarla. Come fanno i giovani a credere in un partito quando le grandi figure del passato contano di più delle nuove generazioni? Che identità ha un partito che si divide in renziani e antirenziani? Chi come me conosce le cose prendendole dai giornali, vede bersaniani che diventano renziani, poi zingarettiani che in tutte le loro versioni attaccano le altre componenti, ogni volta con il fanatismo dei fedeli. I fanatici più saggi diventano solo un po’ più prudenti e più abili a muoversi dove tira li vento”.

 

Ecco, dice Bentivogli: “Servirebbe una politica che non chiede conformismo e fedeltà, per nessun motivo. Se per i sovranisti il culto del revival dei valori tradizionali ha un qualche successo, per gli altri non funziona. Spero che si comprenda che bisogna uscire da ciò che funziona per mettere a posto il ceto politico perché non funziona per il paese. Martin Schulz ha vinto il Congresso con il 100 per cento dei consensi ma ha portato la Spd al minimo storico. Una persona in gamba, ma che parlava di ‘battere il capitalismo degli algoritmi’. Meno evoluto dei Flinstones. Sono sicuro che Zingaretti non farà l’errore di guardare indietro. Bisogna preoccuparsi di chi ha smesso di fidarsi della politica e non di rimettere insieme il Pantheon delle vecchie stelle. Bisogna saper perdere e saper vincere, rispettarsi, ritornare al gusto e alla passione di discutere, mettendo in soffitta l’idea di cancellare chi la pensa diversamente. Così si sono impoveriti i gruppi dirigenti e ha vinto la mediocrazia. Nel conformismo delle scuole dell’obbedienza si uccidono le passioni civili. Chiudiamole in fretta”. 

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.