Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Contro la dittatura dell'istante

Claudio Cerasa

Contro la politica che non pensa e vorrebbe farci usare (male) solo le emozioni. Il libro del neurobiologo Lamberto Maffei, “Elogio della Lentezza”, spiega la forza del pensiero-tartaruga e il successo del metodo Mattarella

E se il modello giusto fosse quello della tartaruga? Il libro dell’anno del 2019 è stato scritto nel 2014 da un professore emerito di Neurobiologia alla Scuola Normale di Pisa, che con un piccolo volume pubblicato dal Mulino ha anticipato in modo scientifico le ragioni per cui, nell’epoca dell’isteria del pensiero digitale, sarebbe stato inevitabile prima o poi assistere al successo mediatico di un presidente della Repubblica non mediatico come Sergio Mattarella.

 

Il libro, in verità, non parla affatto del capo dello stato, non parla di politica, non parla di populismo, non parla di Salvini, non parla di Di Maio, ma parla semplicemente del fascino discreto di un’attitudine destinata a tornare di moda per ridare presto ossigeno al nostro cervello: la forza tranquilla della lentezza. L’autore del saggio di cui forse avrete sentito parlare si chiama Lamberto Maffei e il suo volume è uno straordinario elogio scientifico della calma motivato attraverso la descrizione della struttura del nostro cervello.

 

 

 

Maffei ricorda che l’emisfero destro del nostro cervello propina all’uomo soluzioni rapide ma per lo più errate mentre l’emisfero sinistro valuta le soluzioni di quello destro, le analizza e indirizza l’uomo verso soluzioni più ponderate e quindi più corrette e in virtù di questo equilibrio risulta piuttosto evidente qual è uno dei problemi di oggi: essere intrappolati in un contesto che ci costringe a pensare troppo in fretta, e in modo binario, e che porta il nostro cervello a utilizzare maggiormente l’emisfero destro indirizzandoci verso risposte automatiche, rapide e spesso drammaticamente superficiali.

 

“Per la sua stessa natura – scrive Maffei – il sistema rapido è soggetto a errori, mentre il sistema lento è il più affidabile di cui l’uomo possa disporre. Normalmente, il sistema rapido propone possibili soluzioni, la maggior parte delle quali errate e la cui valutazione è devoluta al sistema lento. Un’eccessiva prevalenza dei meccanismi rapidi del pensiero, che chiameremo ‘pensiero rapido’ o digitale, può comportare soluzioni e comportamenti errati, danni all’educazione e in generale al vivere civile, innescando nella mente umana sogni di un dominio sulla natura e sull’uomo stesso quasi soprannaturale, il quale, per evidenti limitazioni biologiche, non può esistere. Quello che segue dunque è un invito a riconsiderare le potenzialità del cosiddetto ‘pensiero lento’ basato principalmente sul linguaggio e sulla scrittura, anche al livello dell’educazione scolastica”.

 

Il ragionamento di Maffei – che ci permette di mettere in luce una delle ragioni del successo mediatico del presidente della Repubblica Sergio Mattarella – nasce in un pomeriggio di primavera passeggiando a Firenze nel Salone dei Cinquecento e osservando nel soffitto alcune immagini spettacolari: le famose tartarughe disegnate da Giorgio Vasari e raffigurate con una grande vela gonfiata dal vento sul loro guscio. Accanto a una di queste tartarughe si scorge una scritta che le accompagna formata da due parole latine: “Festina lente”, ovvero affrettati lentamente. La tartaruga è simbolo della lentezza, la vela gonfiata dal vento è il simbolo della velocità e in un’epoca storica in cui, scrive Maffei, “il fare sembra prevalere sul pensare” – e ogni nostro riferimento a politici vestiti da poliziotti o a clown in lotta contro la casta dalla propria settimana bianca non è puramente casuale, non possiamo permetterci di dimenticare che il cervello – non si può fare a meno di soffermarsi sui rischi prodotti da un eccessivo stimolo dell’emisfero destro, da un modo di fare politica che punta più a emozionare che a ragionare, dalla prevalenza irresistibile di una dittatura dell’istante che non ha consapevolezza né del passato né del futuro e da una tendenza a offrire agli elettori un format in cui il grigio non esiste, le sfumature si perdono nel nulla e sul nostro telecomando esistono solo due pulsanti: sì o no, con me o contro di me.

 

 

 

“Nell’èra della politica digitale – nota ancora Maffei – il linguaggio perde la continuità dei suoni, e si fa rapido, frammentario, frantumato nei molti codici comunicativi delle diverse categorie di individui: i messaggi si fanno sintetici, come i segnali digitali, ma i messaggi sintetici hanno l’effetto di creare con una discreta facilità un effetto saturazione”. E’ presto per dire se in Italia i professionisti delle emozioni abbiano creato un senso di saturazione. Ma non è presto invece per dire che una delle ragioni del successo di Mattarella è forse legata proprio al suo metodo tartaruga, che con lentezza, con flemma, con passo riflessivo, ribellandosi all’isterica accelerazione del tempo indotta dal progresso tecnologico che ci porta a vivere spesso come se fossimo tutti in un confessionale del “Grande Fratello”, ha riportato al centro del dibattito politico un concetto triturato dalla isteria della Instagram politics: la saggia gradualità del ragionamento lungo contrapposta all’irrazionalità del pensiero corto. Riappropriarsi dell’emisfero sinistro del nostro cervello è certamente un passaggio necessario per ricominciare a guardare in faccia la realtà diffidando dei campioni delle interazioni sui social che eliminando il grigio provano a trasformare ogni messaggio politico in un televoto.

 

La politica delle emozioni non si combatte necessariamente con altre emozioni ma si combatte mettendo in pausa l’isteria populista e provando a fare quello che gli sfascisti cercano sempre di evitare per non confrontarsi con la realtà: fermarsi, riflettere, pensare e alla fine semplicemente ragionare. La forza tranquilla del modello tartaruga di Mattarella suggerisce che contro il fanatismo politico occorre contrapporre alla politica del riflesso istantaneo da confessionale del “Grande Fratello” quella del ragionamento tranquillo e pacato, e ci ricorda che prima di farci fottere del tutto il nostro cervello sarebbe bene ricordare una vecchia lezione di Giacomo Leopardi: “La pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza eroica”. Contro la dittatura dell’istante, volendo, per costruire un futuro, si può ripartire anche da qui.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.