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Godersi il presente, bene. Ma non toglietemi la facoltà di progettare

Sfuggire alla immobilità ben illuminata dei nostri highlight, per vivere meglio

3 Gennaio 2019 alle 10:04

Godersi il presente, bene. Ma non toglietemi la facoltà di progettare

(Foto Pixabay)

Ora non voglio metterla giù dura e gridare contro la tirannia del presente: immortalare l’attimo, fotografarlo a dovere, costruire una storia sul nostro presente emotivo, insomma quella pratica che sta diventando di moda su alcuni social. Pur tuttavia il rischio che celebrando esclusivamente il qui e ora, il presente, l’istante, si formi una bolla che escluda gli altri tempi, appunto, passato e futuro, ecco, il suddetto rischio di tanto in tanto fa capolino: immobilità ben illuminata contro il divenire – che tra l’altro è una dimensione ostica che pone problemi e spinge per trovare soluzioni. Invece, a volte, è come se non solo vivessimo molto velocemente, cosa che i tempi potrebbero anche richiedere, ma ci basassimo solo sugli highlight della nostra giornata, escludendo i tempi morti, le rotture di scatole e la noia che invece hanno una notevole parte in causa nel processo creativo. 

 

Dal punto di vista strettamente narrativo (proprio per non metterla giù dura) questa pratica ha natali nobili, per così dire, si basa su una presunta saggezza o viene direttamente illustrata da quei guru che ci invitano, appunto, a godere l’attimo (e a raccontarlo splendidamente). E va bene, il presente non sempre è un ospite sgradito ma diciamoci la verità, solo se non si ferma troppo sulla soglia della nostra attenzione, e vada via presto. Perché, dài, vivere nel presente non potrebbe mai funzionare come sistema stabile, anzi, ha un costo serio: gli esteti del presente, del qui e ora, del cogli l’attimo tentano un’impresa impossibile, sono come dei missionari incorreggibili e per certi versi patetici che religiosamente, con afflato mistico, ci spingono, ci impongono, a rendere perfetto il presente.

 

Ma se il presente è perfetto, e bisogna aprirsi all’attimo, beh converrete che allora diventa complicato e oltremodo faticoso gestire il tempo che scorre. Cioè, se viviamo nel migliore istante possibile, nel fantastico riassunto dell’attimo, perché dovremmo lasciare l’istante e progettare l’avvenire? Se sul presente piove una luce divina? Solo un pazzo potrebbe desiderare di muoversi. La verità è che questa forma di presunta saggezza esaspera. Il compito del saggio non è dimostrare che ogni momento è buono per cogliere e assorbire la vita, ma al contrario, il compito del saggio è quello di aiutarci a sopportare l’amarezza e la disillusione che lo scorrere del tempo porta con sé. Perché c’è qualcosa da dire su queste maltrattate forme di conoscenza che sono l’amarezza e la disillusione, ridotte a una sorta di petulanza.

 

La disillusione, per esempio – tra l’altro cavallo di battaglia di Proust – è l’unico strumento che abbiamo sia per provare dei piaceri dolci/amari (perché torniamo nei luoghi in cui siamo stati felici un tempo? per disilluderci, no?) sia per misurare la distanza che passa tra i nostri sogni e la realtà. Se invece siamo convinti che il qui e ora sia il migliore dei tempi possibili, e lottiamo per esso, se ogni dichiarazione o ogni pensiero viene messo in bacheca e illuminato, allora escludiamo l’amarezza e il disincanto dalla nostra visione del mondo. Così facendo rischiamo di diventare degli eterni bambini, convinti che se gattoniamo camminiamo meglio e riceviamo pure gli applausi. Se il bambino non fosse soggetto alla disillusione non si alzerebbe in piedi, così è col il presente, è troppo consolatorio. Lasciate che ogni tanto il presente venga a trovarmi ma non chiudetemi in questa bolla, non bloccatemi nella retorica dell’istante, altrimenti non posso progettare: la lungimiranza, lo sguardo che fonda ogni progetto si basa sull’analisi emotiva e scientifica delle nostre passioni e sulla sensazione che no, il presente non è perfetto.

Antonio Pascale

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