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Quanto batte il cuore d'Europa

La coppia franco-tedesca è un matrimonio che funziona e si vede (soprattutto a ovest). Vincitori e vinti, maledizioni e qualche appunto per gli schizzinosi

4 Luglio 2019 alle 06:00

Quanto batte il cuore d'Europa

Il cuore franco-tedesco non è scoppiato, anzi batte forte e ritmato: sono cambiati i ruoli, Emmanuel Macron guida le danze, Angela Merkel lo segue e lascia che sia lui a prendersi i meriti. I matrimoni che funzionano sono fatti così: la cancelliera tedesca aveva già rinunciato al ruolo pubblico di regista, e anche se molti stavano lì famelici ad aspettare che si scocciasse dell’attivismo del giovane presidente francese, lei non si è scocciata. Per le storie horror andate da un’altra parte: sui confini est o sud magari, non certo nella casa europeista di Francia e Germania. Qualche gomitata qui e là c’è stata naturalmente, le nottate in famiglia non sono mai indolori, ma il metodo Merkel ha avuto la meglio, ce l’ha da tredici anni, anche se tanti – qui in Italia poi – si ostinano a non vederlo. E a guadagnarne è stato soprattutto l’ovest, la vecchia Europa, con l’eccezione dell’Italia, paese fondatore che da un anno cerca di riposizionarsi e nel suo girovagare lontano da casa si è ritrovato molto più scomodo (anche se non lo ammetterà mai). Basta guardare le bandiere. Alla guida della Commissione è stata indicata una tedesca, Ursula von der Leyen, che deve essere confermata dal Parlamento europeo; al Consiglio europeo andrà un belga, Charles Michel; per la diplomazia è stato scelto uno spagnolo, Josep Borrell; per la Bce c’è una francese, Christine Lagarde; alla presidenza del Parlamento europeo, che è un mandato-staffetta, c’è (finalmente) un italiano, David Sassoli, che però non fa parte del governo girovago ma, ohibò, dell’opposizione del Partito democratico. Solito strapotere franco-tedesco? No: si chiama resistenza, o matrimoni che funzionano, che suona meglio.

  

La vecchia Europa vince sulla nuova (l’Italia è esclusa) ma il blocco dell’est ha mostrato alcune cose (anche se: povera Bulgaria) 

Che cosa ci guadagna l’est. I quattro di Visegrád hanno puntato i piedi, un battaglione compatto, quasi una testuggine romana pronta a bloccare o a concedere. L’Ungheria, il cui partito di governo Fidesz fa parte della famiglia europea più numerosa, il Ppe, aveva detto sin dall’inizio che non avrebbe appoggiato Manfred Weber; la Polonia, che alla scorsa legislatura aveva ottenuto uno dei posti più importanti, la presidenza del Consiglio europeo a Donald Tusk, ora è governata da un partito nazionalista che siede tra i Conservatori e riformisti e, in Europa, non è più influente come cinque anni fa; la Repubblica ceca partiva avvantaggiata, Andrej Babis, il primo ministro, fa parte di Renew Europe, dei liberali, e al blocco centro-orientale ha cercato di far capire che nell’Unione europea conta chi ha idee costruttive – a Babis tocca spesso il ruolo dell’adulto in mezzo ai compagni di Visegrád. La Slovacchia, divisa tra un governo nazionalista e una presidenza europeista, seguiva gli altri tre compagni, senza far troppo rumore. Dopo le quasi cinquanta ore di trattativa, l’est non ha ottenuto molto, anzi, quasi nulla, ma non era lì nemmeno per ottenere nomine, voleva bloccare, ha condotto le sue guerre e le ha vinte. Erano guerre contro. La prima contro Frans Timmermans, Spitzenkandidat dei socialisti, sul quale sembrava convergere il favore di molti, in un primo momento. I quattro avevano le loro ragioni: la visione solidale dell’Unione europea di Timmermans, che senza dubbio sarebbe stata un vantaggio per l’Italia, non poteva piacere a Visegrád. La seconda contro la bulgara Kristalina Georgieva, direttrice generale della Banca mondiale. Il loro favorito per la presidenza della Commissione era Michel Barnier, il francese è uscito presto di scena e su Ursula von der Leyen erano tutti d’accordo, anche se dopo il festante “we have an agreement” di Donald Tusk, in molti si sono fatti avanti per prendersi il merito. Anche Orbán. Visegrád non ha ottenuto nomine, non ci sono polacchi, ungheresi, slovacchi o cechi in posizioni di rilievo, ma hanno dimostrato di essere uniti da una visione e dalle necessità comuni, tra foto di gruppo e sorrisi – Orbán, Morawiecki, Babis e Pellegrino erano tutti e quattro molto sorridenti a Bruxelles. Hanno dimostrato di sapere puntare i piedi: costruire alternative è, come si dice, un altro business.

  

Misurare la sconfitta dell’Italia in Europa

Alleanze sbagliate, tattica suicida, assenza di visione. I conti non tornano

 

Peggio dell’Italia solo la Bulgaria. Ci sono sempre gli illusi e i disillusi, chi è sicuro di farcela fino a un secondo prima di non farcela. La Bulgaria è tra questi. Sulla linea del traguardo per ben due volte, anche tre, la Bulgaria, paese piccolissimo e anche molto povero, è stata tirata giù dal podio. Ma non è sempre colpa degli altri. A Visegrád non piaceva Kristalina Georgieva per la presidenza della Commissione, non ne hanno fatto mistero, ma il primo ministro bulgaro Boyko Borissov per lei non si è impegnato affatto e in una corsa folle e senza speranza continuava a dire che meglio della Georgieva – in realtà preparatissima, europeistissima e rispettabilissima – sarebbe stato meglio affidare la presidenza a Mariya Gabriel, giovane commissario europeo per l’Agenda digitale. Le malelingue ci sono ovunque, anche a Sofia e anche al Parlamento europeo, e tra queste qualcuno ha suggerito che Borissov non aveva alcuna intenzione di regalare alla Georgieva un posto così importante, tutta invidia. Quando poi il nome della Georgieva era stato proposto come Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza – nel 2014 le venne preferita Federica Mogherini – Borissov continuava a dire di no, meglio la Gabriel ma se possibile non in un ruolo che abbia a che fare con gli esteri. Il primo ministro bulgaro ci tiene al suo vicinato, ancora complicato, avendo intuito che il processo di allargamento dell’Ue verso i Balcani sarà più lento del previsto, non vuole che di questo fallimento e delle promesse infrante venga accusata la Bulgaria. Accantonata la Commissione e la politica estera, per Sofia si è aperta la possibilità del Parlamento. Circolava il nome di Sergei Stanishev, sembrava quasi concluso, ancora una volta a un passo dal traguardo, ma il Partito socialista ha fatto un altro nome, quello dell’italiano David Sassoli. E’ rimasta così la Bulgaria, sognante e impacciata di fronte all’illusione. Pensava che per avere una nomina sarebbe bastata una regola non scritta, ma che tutti sanno: che l’Europa orientale abbia diritto a un rappresentante tra le prime file delle istituzioni europee. I quattro di Visegrád erano tra gli impresentabili e lo sapevano anche loro, in virtù di questa esclusione, Borissov, che anche con la diretta Facebook con Timmermans aveva fatto di tutto per dimostrare il suo europeismo, sperava che da qualche parte il nome di un bulgaro venisse fuori. Invece no, le regole non scritte si dimenticano in fretta.

 

Che brutte quelle schiene inglesi, soltanto i tedeschi sono riusciti a strapparci un sorriso (e pure il ricordo di Churchill)

E il matador socialista? Pedro Sánchez è stato il più corteggiato di questa fase post elettorale ma i compagni socialisti sono in subbuglio contro di lui. Uno di loro ha detto al Financial Times che “Sánchez non aveva un piano B e la Merkel sì”, come a dire: bruciato Frans Timmermans alla presidenza della Commissione, è stato tutto un accontentarsi. Timmermans, che sarà vicepresidente, era uscito come il candidato del “patto di Osaka” (il grand bargain di nomine negoziato al G20 da Germania, Francia, Olanda e Spagna) ma è stato boicottato dalla minoranza di blocco costituita dai paesi di Visegrád e dall’Italia. A quel punto, Sánchez poteva puntare al Consiglio europeo, come pareva naturale, ma anche lì è stato bloccato, questa volta dai liberali, o meglio dal suo più grande corteggiatore: Macron. E’ così che si è arrivati alla casella della diplomazia e al socialista spagnolo Borrell, che è il ministro degli Esteri di Sánchez, ora indicato come Alto rappresentante per la Politica estera. Borrell, 72 anni, figlio di un panettiere di cui ha fatto il garzone consegnando il pane spostandosi su un asino, ha poi fatto studi internazionali, da Stanford a Parigi, in Ingegneria ed Economia. E’ un politico esperto e un gran conoscitore delle dinamiche europee (anche la sua vita amorosa è europea: la sua prima moglie da cui ha avuto due figli era francese: si erano conosciuti in un kibbutz in Israele; ora la sua compagna è la presidente del Partito socialista spagnolo, Cristina Narbona), nonché uno che parla chiaro: catalano anti indipendentista, ha raccontato di aver avuto uno scambio con Donald Trump sull’immigrazione. Il presidente americano gli avrebbe suggerito di costruire un muro nel Sahara, come quello che lui vuole fare sul confine con il Messico. “Ha presente quanto è grande il Sahara?”, ha risposto Borrell a Trump, o così dice. Nonostante questa fama di politico spigliato, il ministro spagnolo non è un volto nuovo per incarnare la nuova Europa. Fedelissimo di Sánchez, che lo ha recuperato quando ormai sembrava destinato alla pensione, Borrell ha avuto problemi finanziari e di insider trading e nonostante abbia molta della tenacia dei sopravvissuti, i suoi detrattori dicono che la sua nomina è soltanto un grazie di Sánchez per la lealtà, un affare spagnolo insomma, che non contribuirà a rafforzare l’immagine dell’Europa all’estero. Questo naturalmente contribuisce a ridimensionare il ruolo di Sánchez, leader moderno con logiche antiche.

 

Schizzinosi /1. Molti sostengono che Ursula von der Leyen non sia all’altezza del compito che le è stato riservato, quello di presidente della Commissione (è bizzarro che nel gruppo di questi schizzinosi ci siano persone che non sanno governare nemmeno il proprio vocabolario, ma tant’è). Deborah Cole, corrispondente a Berlino dell’Afp dal 1995, si definisce una “Merkel watcher” e ha fatto un thread sulla von der Leyen molto interessante: “Sì, il suo mandato alla Difesa è stato condizionato dagli scandali, ma questo gigantesco apparato era così da molto tempo, ed è considerato un ‘seggiolino eiettabile’ per legioni di politici ambiziosi. Nessuno si aspettava che lei riuscisse a stare al ministero così a lungo (dal 2013) ma ha pagato caro la sua permanenza (è la penultima nella classifica di popolarità dei ministri tedeschi). E’ una moderata della Cdu di Merkel, ed è stata molto leale durante il picco migratorio del 2015-16. Ma ha messo all’angolo la cancelliera quando era ministro del Lavoro insistendo sulle quote rosa nelle aziende dopo che il mondo del business aveva fallito ogni progetto di inclusione su base volontaria. Come ministro della Famiglia, la von der Leyen ha portato un grande cambiamento culturale e demografico aggiornando le politiche sulla maternità, soprattutto includendo i mariti. Come con le riforme di Schröder, bisogna ricordare che certi progetti ci mettono molto tempo a dare i loro frutti, ma la curva demografica tedesca è di nuovo in crescita. Per molto tempo la von der Leyen è stata vista come la principessa della successione alla Merkel (dieci anni prima della Akk), ma ha più volte deluso la cancelliera nel costruire una base solida dentro alla Cdu, il che vuol dire che a Berlino ha raggiunto il gradino più alto a lei accessibile. Eh sì, certo, è un medico con sette figli che parla francese da madrelingua e un inglese eccellente: benché abbia studiato alla London School of Economics, le piace usare americanismi che probabilmente ha imparato quando era Stanford assieme a suo marito. Qualcuno ha paragonato il suo essere estremamente razionale e a tratti pungente a Hillary Clinton, che ha schiantato la sua carriera politica contro il muro dei preconcetti sulle donne e il potere. Ma ci sono altri modi per pelare questa gatta: i ministeri, appunto, e ora la nomina europea. Che tra l’altro sarà un ritorno a casa: ha passato i primi 12 anni della sua vita a Bruxelles, suo padre E. Albrecht era un politico europeo potente quando l’Europa stava nascendo. Questo le dà un ‘stallgeruch’, un pedigree, molto rassicurante”.

  

Gli americanismi della Von der Leyen e la convinzione della Lagarde: nella vita precedente era un delfino

Schizzinosi /2. Anche per Christine Lagarde, nominata alla Bce per la successione di Mario Draghi, vale il pregiudizio: non è all’altezza. Ci avventureremo nei prossimi giorni nella filosofia politico-economica dell’attuale presidente del Fondo monetario internazionale, ma intanto consigliamo di recuperare l’intervista che le fece Maureen Dowd nel 2011 sul New York Times. E’ passato molto tempo, ma si sa che la Dowd difficilmente sbaglia, in particolare quando scrive di donne. Tra le meraviglie di quel colloquio c’è un simbolo della vitalità della Lagarde: è convinta che nella sua vita precedente dovesse per forza essere un delfino.

 

Occhio alle maledizioni. Scrive Alan Barker del Financial Times che gli olandesi sono maledetti: “Quando vengono scelti i presidenti di Commissione c’è sempre un olandese molto qualificato nella rosa di nomi. Ma la storia è chiara e dolorosa. I candidati dei Paesi Bassi non ce la fanno mai”. E’ capitato con Timmermans, ma nemmeno il premier Mark Rutte, garante di una terza via riformista tra Francia e Germania, ha avuto grandi onori. Tutto è cominciato nel 1957, quando candidato alla Commissione era Sicco Mansholt, di sinistra e molto diretto nel parlare. Era stato proposto dal padre fondatore Jean Monnet, ma il cancelliere tedesco Konrad Adenauer disse di no: “Un agricoltore e un socialista: questo è troppo in un unico uomo”. Mansholt divenne commissario e infine riuscì ad arrivare, 14 anni dopo, alla presidenza della Commissione: restò soltanto per nove mesi, inaugurò la politica agricola che da allora gli olandesi cercano di disfare: una maledizione.

  

Sánchez ha fatto arrabbiare i suoi compagni socialisti, che si aspettavano molto di più dopo tutto quel corteggiamento

Il Regno visto di spalle. Gli eurodeputati britannici del Brexit Party hanno voltato le spalle nell’Aula di Strasburgo quando è stato suonato l’Inno alla gioia, che è l’inno europeo. Gli inglesi europeisti avrebbero voluto sotterrarsi, Nigel Farage, che è il leader del Brexit Party, ha detto di aver rispetto per tutti gli inni di tutti i paesi, ma non “per una creazione forzata” com’è l’Europa. Irrispettose, dice Farage, non sono le schiene, irrispettoso è “prendere i paesi europei e renderli un’unica nazione, con un inno e una bandiera, senza nemmeno chiedere il permesso”. In realtà inno e bandiera furono introdotti nel 1955 dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione soltanto nel 1985: il Consiglio d’Europa fu creato in seguito al Trattato di Londra, ed era un progetto cui teneva molto Winston Churchill. Ma non sia mai che la verità storica rovini le emozioni brexitare: a quelle ci penserà la nuova Europa, che come dice Macron non deve “avere paura di un no deal”. Ancora una volta però a farci star bene sono stati i tedeschi, ci scuserete per questo pregiudizio. L’account del ministero degli Esteri di Berlino ha postato su Twitter la foto delle schiene britanniche scrivendo: “Forse è perché non amano Beethoven #EuropeUnited”, e la bandiera europea.

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Commenti all'articolo

  • Insider

    04 Luglio 2019 - 09:36

    ...e il foglio che non si rende conto che la retorica sovranista ne esce rafforzata

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