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Non votare per Ursula von der Leyen può rivelarsi il colmo dell’autolesionismo

La pazzia di votare contro un possibile e tosto argine contro l’aristocrazia del bicipite. Elogio del suo passo realista

16 Luglio 2019 alle 06:08

Non votare per Ursula von der Leyen può rivelarsi il colmo dell’autolesionismo

foto LaPresse

Va bene, d’accordo, un candidato alla guida di un esecutivo, com’è Ursula von der Leyen, deve negoziare i voti per ottenerli. Questo succede ovunque e sempre nelle assemblee elettive. Però sempre e ovunque pesano anche le considerazioni di opportunità e credibilità politica di una scelta, insieme con la valutazione di quel che succede se il candidato sia respinto, non ottenga la maggioranza richiesta per passare. Von der Leyen ha un passo realista, scrive ai partiti europeisti, cerca di radunare anche consensi meno scontati ma necessari, di partiti e gruppi euroinfingardi, fissando verso leghisti e lepenisti e destre antieuropee tedesche e di altri paesi, una linea di confine insuperabile. Sta sulla linea del predecessore Juncker, con aggiustamenti e cambiamenti significativi, su tutti i temi economici e finanziari (Unione bancaria, tassazione dei Gafa), sulla revisione possibile dei trattati, sulla flessibilità per la sorveglianza dei conti pubblici nella convergenza euromonetaria, sulle regole solidali per il governo delle frontiere comuni, sulle giuste misure antinquinamento e le controverse prospettive di pulizia e salvezza della terra da un futuro apocalittico, insomma dice cose che, giuste o sbagliate o dubbie, hanno il sapore politico di un incontro intorno a un punto medio di unità e di sutura del potere europeo di decisione in materie decisive della vita comunitaria, con in più un’apertura riformatrice di tipo liberale (nel segno di quell’idea liberale che il potente vicino Putin considera obsoleta). Come candidato dell’asse franco-tedesco, Macron e Merkel, fa del suo meglio, e del proprio meglio si può fare bene o male a seconda dei punti di vista di partenza degli interlocutori. Non era Spitzenkandidat, il suo nome è stato scelto nell’impasse su Manfred Weber, che rappresentava la lista più votata. Ma Strasburgo è retto da regole ultraproporzionaliste, che il sistema dei capilista può temperare ma non rovesciare come se vigesse un meccanismo maggioritario: i veti continuano a essere una delle tare e insieme dei requisiti nel funzionamento o disfunzionamento della macchina dell’Unione, certi passaggi bisogna accettarli quando non esistano alternative serie e responsabili. E non è che Weber sia un simbolo di scelta democratica diretta e von der Leyen la sua negazione, le cose sono più complicate e la dinamica della democrazia rappresentativa non è un giocherello per sempliciotti.

 

Poi c’è la questione delle questioni, che è tutta politica in senso storico. La sconfitta della von der Leyen sarebbe non già la fine del mondo, quella dovrebbe essere rinviata visti i rapporti di forza e di consenso in Europa, che sembrano abbastanza reggere, ma certo un pugno in faccia alla Merkel e una pugnalata a Macron. Forse poi troverebbero, i due, un modo di risollevarsi ancora una volta, ma è sempre più difficile, è sempre più tardi. Il tremore protocollare della Merkel ha fatto capire a chi vuol capire, con una metafora di fragilità personale, che la Mutti può essere contestabile quanto si voglia, ma la sua funzione oggi, al di là di considerazioni puntuali sul suo modo di reggere la Germania e di farla contare in Europa, ha una caratura di rassicurazione e di stabile ordinarietà della politica di immenso valore, specie nella tempesta nazionalpopulista che si è scatenata e minaccia il cuore dell’Unione inteso non come nucleo burocratico e finanziario o istituzionale ma come punto medio di difesa della democrazia liberale apertamente sfidata da Washington, da Mosca e dagli agenti mobilitati delle loro linee d’attacco in nome della democrazia illiberale o democratura.

 

Se Merkel trema, tutti coloro che vorrebbero schiaffeggiarla attraverso il no alla von der Leyen, socialdemocratici delusi e rancorosi, Verdi sognatori e non pragmatici, sofisti di ogni specie e genere, si metterebbero il giorno dopo a tremare con lei. Mai, con i tempi che corrono, con gli uomini forti all’assalto e tra i popoli la febbre depressiva della rivolta frustrata contro il meglio di una storia di pace e di prosperità comune, mai come adesso la ricerca del vantaggio di parte presunto, l’impuntatura, ha il sapore di una sconsiderata resa al famoso animale che è in noi, che è tra noi.

 

In un buon libro che fu pubblicato postumo, un libro di ricordi personali dal 1914 al 1933, e che ha per titolo “Storia di un tedesco”, Sebastian Haffner racconta della “sola vera pace che la sua generazione abbia conosciuto” (dopo gli anni tremendi della crisi di Weimar e prima della rivoluzione hitleriana): “Uno spazio di sei anni, dal 1924 al 1929, durante i quali la politica tedesca fu diretta da Stresemann dal suo posto di ministro degli Esteri. L’epoca Stresemann”. Gustav Stresemann era la Merkel prima della catastrofe, non era particolarmente popolare, si ribellava alle passioni corali sportive e di parata dei connazionali criticando “l’aristocrazia del bicipite”, passeggiava come un uomo qualsiasi Unter den Linden con la sua bombetta, e senza scorta malgrado il precedente dell’assassinio di un indifeso Walther Rathenau; e se la sua “non fu una grande epoca”, se “mancava di grandezza e maestà” e “non era pienamente convinta della propria causa”, tuttavia “fu un tempo in cui si sentiva un’aria fresca che soffiava sulla Germania e una rimarchevole assenza di menzogna convenzionale”. Durò poco, e le passioni attivistiche più folli sostituirono ben presto, in una versione pagano-barbarica che fu quella del Terzo Reich, la precaria rimessa all’onore del mondo dei valori individualisti e borghesi dell’epoca Stresemann, quando l’ordinario dell’Ancien régime, quella dolce vita che solo chi ha vissuto prima dell’89 può capire (formula di Talleyrand), si spense con l’esaurirsi della sua stella terrena. Insomma, i paragoni con gli anni Venti hanno qualcosa di forzato e di controfattuale, lo sappiamo, ma quella europea e mondiale non è una maretta, è una mareggiata, e votare contro un possibile argine, contro una soluzione sia di stabilità sia di riforma graduale, senza alternative chiare e rapide, può rivelarsi per molti difensori dei sommi princìpi il colmo dell’autolesionismo.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • Gtorassa

    16 Luglio 2019 - 14:02

    Si sta parlando di questa nomina come se da questa dipendesse il futuro dell'Europa. Ricordo che finora c'è stato Junker, che non mi sembra quel gran statista, e quando era ministro del Lussemburgo favoriva gli investimenti nel suo Paese in modo scorretto per il resto d'Europa (cioè riducendo il carico fiscale).

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    16 Luglio 2019 - 14:02

    I pesi reali di ogni alleanza sono i rapporti di forza in essere e gli interessi materiali in gioco. Il resto divagazioni che non annullano la realtà. Il compromesso è fecondo quando armonizza, diventa una catena insopportabile nel tempo se fatto solo per battere qualcuno.

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