Corbyn è un altro populista assalito dalla realtà

Paola Peduzzi

Ambiguo a metà: il leader del Labour ora dice che un secondo referendum va fatto (ma c’è sempre un ma)

Milano. Il “no deal” sulla Brexit pareva inevitabile, il paese zombi che, incapace di negoziare e di abbandonare le fantasie irrealistiche, scivola verso un non-accordo, con un nuovo premier, che con tutta probabilità sarà Boris Johnson, “eletto” da 160 mila conservatori (160 mila!), beffa assoluta nella Gran Bretagna che con la volontà popolare litiga da tre anni. Pareva inevitabile – ci stiamo adeguando a ogni cosa – e invece no: il secondo referendum, la possibilità di ripensarci, di ricontarsi, di votare con maggiore consapevolezza sul proprio destino, è tornato ad avere le sue chance, non soltanto perché molti parlamentari lo vogliono, ma anche perché, finalmente, il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha detto che, accordo o non accordo, il governo dovrà chiedere agli inglesi che cosa ne pensano.

 

In una lettera inviata ai membri del partito, Corbyn ha scritto che il governo non può andare avanti con alcun tipo di Brexit, negoziata o no, senza il consenso del popolo e che in caso di “no deal” – l’alternativa più pericolosa: basta guardare i grafici dell’andamento della sterlina per farsi un’idea di cosa si intende quando si dice incertezza – il Labour farà campagna per il “remain”. Questo è il primo punto, poi ce ne sono altri, che sono la riserva indiana del corbynismo, meglio conosciuta come: ambiguità. Corbyn non esclude la Brexit, esclude la Brexit dei Tory, degli avversari: in caso di elezioni generali, che è comunque la prima opzione del Labour che considera questo governo non più legittimato a governare, non è detto che Corbyn farà campagna contro la Brexit. O forse sì, non si sa. Pippa Crerar, capo della sezione politica del Daily Mirror, ha sentito una fonte del Labour che le ha detto, riguardo alla posizione del partito per un'eventuale campagna elettorale: “Questa è una battaglia per un altro giorno”. Come dicevano i sovietici (è anche la frase che conclude la serie tv “Chernobyl”): perché preoccuparsi di una cosa che non accadrà?

 

La strategia dell’ambiguità vive del giorno per giorno, si lascia margini di manovra, è per sua natura opportunista. Però ha dei limiti naturali, dettati dal tempo – non si può essere ambigui per sempre – e anche dalla realtà. E la realtà del Labour oggi è che la non-strategia ha schiantato il partito al 20 per cento o più sotto (al 18, secondo l’ultimo sondaggio YouGov) e ha messo in seria difficoltà il regime Corbyn. Il suo vice, Tom Watson, è diventato straordinariamente esplicito nella sua battaglia interna: dobbiamo essere il partito anti Brexit o moriremo, ha detto. Ma Watson è da sempre percepito come un elemento esterno rispetto al corbynismo, a dispetto del passato: per tutta la sua vita politica, Watson è stato considerato un esponente dell’ala sinistra del Labour, ma oggi sembra un centrista-moderato.

 

Comunque sia, la fronda di Watson era nota: ben più grave è che il cancelliere ombra John McDonnell, ideologo del corbynismo, ora spinge per l’ipotesi di un secondo referendum, anche lui con qualche ambiguità, ma minori rispetto a Corbyn. Le pressioni interne non erano più ignorabili, ed è significativo che nella lettera, il leader del Labour rivendichi la propria iniziativa: non mi ha costretto nessuno, ribadisce, ho ascoltato tutti gli interlocutori e ho deciso. Non è vero, non ha deciso, si è dovuto adeguare, e ancora deve gestire i parlamentari di circoscrizioni a favore della Brexit e anche se stesso: è il primo lui a considerare una Brexit soft – dentro all’unione doganale – come una possibile alternativa, lo ha scritto anche nella lettera. E infatti molti già ieri dicevano: il Labour non è anti Brexit. Patrick Wintour del Guardian ha sintetizzato la critica in un tweet: “Il Labour farà campagna per il remain se i Tory negoziano un accordo ma, dopo un’eventuale vittoria elettorale, farà campagna per il leave negoziando il proprio accordo. Soluzione: un governo Tory. Il genio strategico del Labour che ha messo insieme questa cosa dovrebbe farsi curare”.

   

Si vedrà quindi, ma intanto anche il populista Corbyn, per calcolo o per pressione, una concessione ha dovuto farla. E’ il destino dei populisti alle prese con la realtà.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi