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E se Boris Johnson fosse una sorpresa?

Minaccia e poi? La chance di un modello incompatibile con i tagliagole di stato

Giuliano Ferrara

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ferrara@ilfoglio.it

4 Luglio 2019 alle 06:00

E se Boris Johnson fosse una sorpresa?

Boris Johnson (foto LaPresse)

Qualche anno fa Boris Johnson, allora giornalista del settimanale conservatore Spectator, mi chiama per sapere se mi fosse possibile metterlo in contatto con Berlusconi. Con tutta la simpatia per quel mattoide adorabile, mi guardai bene dallo stabilire un contatto. Nella mia veste di amico e consigliori sapevo che non ne sarebbe venuto fuori alcunché di non dico buono ma nemmeno passabile. Ma essendo Berlusconi la più accessibile delle iperpersone pubbliche, dopo qualche giorno Boris e un suo amico, Nicholas Farrell, la firma british di Libero (british, e di Libero: spero si capisca l’ironia della storiella), si introdussero alla Certosa, villa del magnate fattosi politico, e con l’aiuto di un forte tasso alcolico misero in scena una conversazione delirante sul fascismo: il presidente del Consiglio affermava tra l’altro che il confino decretato dalle autorità del regime era una bella vacanza, e del resto della scampagnata in Sardegna, vabbè.

   

Boris Johnson sta per diventare primo ministro di Sua Maestà, dopo aver lasciato il giornalismo attivo per fare il sindaco di Londra e poi, per un breve surreale periodo, il ministro degli Esteri di Theresa May, in nome e per conto della Brexit di cui si era fatto a sorpresa, e smentendo sé stesso, portavoce ufficiale e combattente, fino alla vittoria finale. Bella carriera. Speriamo che nessuno scocciatore si introduca ai Chequers per farlo bere e parlare, chissà che cosa ne verrebbe fuori, mentre si deve discutere se uscire con un nuovo accordo o con il no deal, sarebbe una certosata a parti rovesciate. Però Johnson non è solo l’assurdo che incorpora, è anche un fenomeno, uno dei tanti, della neolingua pop e sovranarda, come dice la Cesaretti, che fanno scintille e incantano le folle.

   

Se Trump è il più grande capocomico di tutti i tempi, sulla scia e a imitazione di Berlusconi, che fu un austero uomo di stato, in paragone con questi, e insieme il laboratorio della neolingua, e speriamo che la commediola non trascenda in tragedia, Boris ne è un emulo, ma in condizioni culturalmente molto superiori. E la faccenda riguarda anche il Truce, che nel suo piccolo fa quel che può per assimilarsi ai nuovi dèi della piazza mediatica.

  

Boris Johnson, questo è il punto, è una minaccia e una speranza. Per la minaccia, basta rendersi conto dei rischi che corrono la City di Londra e il sistema delle relazioni internazionali in vista del ricatto del no deal e della prospettiva di trasformare la Gran Bretagna in una Singapore moltiplicata per cento e a poche miglia da Calais e dal continente europeo. E per la speranza? Ecco. Bisogna puntare sul fatto che dei diversi leader pop o nazionalpop o sovranpop, Johnson è l’unico che ha fatto buone scuole, che viene da un’esperienza complicata e diversa nelle sue sfaccettature: non è un Arancione, non è un Truce, non è della razza dei Bolsonaro dei Duterte degli Erdogan, e a rigore non è nemmeno un Putin dipendente. È un inglese di Eton, supercasta. Un conservatore brillante, con il lignaggio della sua specie tutto a posto, che ha scritto libri anche divertenti su Churchill, non pamphlet per la casa editrice Altaforte.

  

Non vorrei fare lo snob, ma accarezzo l’idea di un premier britannico che rimette da conservatore le cose a posto, non perché sia affidabile, non perché sia composto e istituzionale, ma perché sa usare sarcasmo, cinismo, spavalderia e ribalderia in una versione che ha una sua intrinseca qualità. Una signora lo ha incontrato di recente e gli ha detto in perfetto stile anglosassone, understatement: “Good luck for your preposterous ideas”, buona fortuna per le sue idee insensate. E lui ovviamente le ha risposto: “Thank you”. Ecco. In una generazione di incivili, di bigotti delle credenze più rivoltanti e lubriche, in una genia di truci, magari potrebbe venire fuori uno che converge politicamente con loro, in certi casi, ma alla fine decide di montare su un modello culturalmente superiore e incompatibile con quello dei tagliagole di stato che fanno oggi il bello e il cattivo tempo in tante parti del mondo. Sperem.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • oliolà

    04 Luglio 2019 - 18:06

    Non fosse che la mala educaciòn (Eton), anziché raggelare le inclinazioni naturali, a volte le infiammi. Con l'alcool come combustibile poi, meglio mi sento.

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