Sfilza di domande utili sul caos che pretende di darci un ordine da sogno

Giuliano Ferrara

Trump, Johnson, Putin, il Truce. I caotici allungano l’ombra del loro metodo su un contesto internazionale in cui la resistenza è affidata a un’Europa messa così così

Non è che gli “ingegneri del caos” (copyright Da Empoli) stanno costruendo, tra il lusco e il brusco e in mezzo ai pericoli, un nuovo ordine possibile in sostituzione di un ordine smagliato e incapace di dare risposte? E’ bene farsi venire ogni tanto dei dubbi. Anche solo pro forma. Magari non sulle asserzioni di base, tipo la domanda sull’essere: l’essere è e il non essere non è, punto. Non sull’ignobile pagliacciata del Truce: giovane donna tedesca con i capelli rasta sbarca contro la legge 40 disgraziati del mare entro i nostri sacri confini e tenta di uccidere valorosi finanzieri che si frappongono alla manovra d’attracco, la si insulti pure in modo osceno e libidinoso, la si arresti su indicazione del ministro dell’Interno, la si espella a calci mentre altre decine di disgraziati del mare entrano in patria scortati dalla Guardia costiera. Non sul populismo clientelare dei grillini, travestito da dignità sociale. Non su una politica europea ed estera di isolamento isterico, come ha detto la portavoce dell’Eliseo. Non sul fatto che l’Arancione ha sgangherato la Costituzione materiale e il ruolo di guida del più antico e forte paese liberaldemocratico. Non sul carattere clownesco di Boris Johnson, che sta per diventare primo ministro di Sua Maestà al grido ricattatorio: o così o no deal. Su tutto questo, e sullo sfascismo incompetente e rozzo di cui tutto questo è figlio, c’è poco da rimettere in discussione. Però. Ecco, c’è un però che un giornale serio deve ai suoi lettori, una sfilza di domande che va messa in fila per bene e sottoposta a economisti, filosofi politici, attivisti benemeriti, oppositori, liberali e democratici non rassegnati alla diagnosi di Vladimir Putin.

 

Lo spread va su e giù, ma la sfiducia dei mercati verso una gestione extraeuropea ed extraeuro dei conti pubblici ha un profilo ambiguo e non risolutivo, insomma non solo non è una bandiera disfattista ma nemmeno un rischio effettivamente percepibile. La procedura di infrazione è sulla via della ritirata, e certi mezzi non sembrano credibili specie se impugnati da una classe dirigente che non riesce a venire a capo, nemmeno con il famoso accordo di Osaka, della governance dell’Unione europea. L’occupazione mette l’Italia, con i suoi dati positivi, in una carreggiata che il catastrofismo non aveva previsto. Trump fa la storia in Nord Corea, come si dice con enfasi, per il tramite di un tweet e di una rapida gita fuori porta con Kim. Per non parlare dei dati dell’economia americana detassata e della fatica dei democratici di approntare una piattaforma più o meno socialista per le elezioni del 2020.

 

Boris fa ridere, e smentisce protocolli antichi della cultura politica britannica, ma la gente ha molta voglia di ridere, politics is fun o dovrebbe anche esserlo, e il draconsimo scollacciato dell’ex sindaco di Londra appare come una soluzione dopo la tragica impotenza ben vestita e ben argomentata di Mrs May. Non so se avete letto, per saltare di palo in frasca, il manifesto politico di Carlo Calenda ieri qui: se lo avete letto avrete notato che in quel testo le basi per la costruzione di un soggetto politico vivo e nuovo e competitivo sono in larga misura la presa in prestito, certo in un contesto meno tremendista e pieno di buone intenzioni e argomenti non trascurabili, delle pulsioni e degli umori che gli ingegneri del caos sovranista hanno diffuso intorno alla globalizzazione, alle diseguaglianze, alla distretta della classe media, alla protezione dei confini.

 

Nella risposta a Putin del giornale, il Ft, che ha ospitato la sua intervista programmatica in cui si è detta morta “l’idea liberale”, si dice che no, non è vero, libertà di impresa e di mercato sono pur sempre la sola base di uno sviluppo sensato della società. Troppo poco, e forse troppo tardi. In Putin io non avevo visto un errore di analisi, troppo facile, bensì una proiezione pietrograndista, da Cavaliere di bronzo, di un potere che ha la natura particolare dell’autoritarismo illiberale ben dissimulato nel plebiscitarismo e scopertamente ostile allo stato di diritto e alla divisione dei poteri in una società civile democraticamente ordinata. Per non parlare del resto, come la trascurata ma quasi intera ammissione di colpa nell’affare Skripal. Insomma, e per non farla lunga, i caotici allungano l’ombra più o meno rassicurante del loro metodo e sistema su un contesto internazionale in cui tutta la resistenza è affidata a un’Unione europea franco-tedesca messa così così. E il rinascimento umanitario che fa onore a questo paese nei momenti chiave non pare in grado di dare tutte le risposte necessarie alla qualità e incisività politica dell’azione antiumanitaria e da democrazia illiberale. Di qui, senza disarmare la buona battaglia e senza eccedere nel tradizionale autolesionismo, in particolare visibile nei liberali ed europeisti per Salvini, la sfilza di domande utili da porci su questo caos che pretende di darci un ordine da sogno, mentre gli unici segni di esplosivo multiculturalismo e progressismo sono le centinaia di migliaia di manifestanti delle minoranze sessuali e di genere, le intemerate antiscolastiche di Greta, e magari i calzini arcobaleno del sindaco di Milano.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.