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Contro la neutralità politica delle imprese

Claudio Cerasa

Senza combattere i nemici delle democrazie liberali sarà sempre più difficile avere economie di mercato in cui crescere e fare affari in libertà. Oltre Facebook. La sfida dei grandi brand per difendere la globalizzazione sotto attacco. Letture

Rana Foroohar è una columnist americana di talento, ha uno spazio fisso sul Financial Times e sulla Cnn e due giorni fa ha scritto per il quotidiano economico della City un editoriale molto interessante su un tema un pizzico più appassionante rispetto all’ennesimo scazzo tra gli azionisti del governo del cambiamento. Rana Foroohar ha dedicato un lungo articolo al tema della grande frattura che esiste nel mondo sul tema della globalizzazione e ha offerto ai lettori una chiave di lettura gustosa che merita di essere approfondita: tra i giganti del pianeta che stanno contribuendo più degli altri a mutare gli equilibri dell’ordine mondiale non ci sono soltanto le democrazie liberali, sul modello degli Stati Uniti, e i capitalismi di stato, o sul modello della Cina, ma ci sono anche gli anarcocapitalismi sul modello di Facebook. Il tema è suggestivo e ci permette di affrontare di petto una questione che non riguarda solo Facebook ma tutte le grandi aziende e tutti i grandi brand che oggi si ritrovano costretti a ragionare intorno a una domanda importante: chi ha assunto una posizione di forza all’interno del mondo globalizzato fino a che punto può permettersi di essere indifferente rispetto a coloro che hanno scelto di trasformare le democrazie liberali, e dunque il libero mercato, in nemici da combattere?

 

Fino a oggi, il tema della responsabilità dei grandi brand come Facebook è stato declinato per lo più attorno a un’unica questione non irrilevante e anzi cruciale: i nuovi spazi vitali della democrazia hanno il dovere di essere responsabili dei contenuti pubblicati sulle loro piattaforme e più Facebook e compagnia giocheranno con l’irresponsabilità e più la nostra democrazia sarà vulnerabile. Rispetto al tema della globalizzazione, però, il ragionamento non può essere limitato a una critica sull’utilizzo di una piattaforma rispetto a un’altra: deve essere necessariamente esteso a una questione ben più rilevante che riguarda l’impossibilità per i colossi non solo del web di restare imparziali di fronte alle grandi trasformazioni politiche ed economiche del mondo. I grandi brand – come ha scritto la scorsa settimana il nostro Mattia Ferraresi, rispetto alla scelta della Nike di ritirare una scarpa speciale con una bandiera americana cucita sul tacco nella sua versione antica progettata per festeggiare il 4 luglio, fortemente criticata da un ex giocatore di football di nome Colin Kaepernick messo sotto contratto dalla stessa Nike, convinto che quella bandiera sia un simbolo inaccettabile di un periodo storico buio, segnato dalla schiavitù – hanno spesso dato prova di essere pronti a scegliere da che parte stare, quando la scelta ha riguardato l’adesione o meno a una campagna eticamente sensibile e moralmente corretta. Ma il salto di qualità necessario che i grandi e i piccoli campioni della globalizzazione – arrivati ad avere monete (Libbra) e fatturati che valgono come pil di paesi europei (quello di Apple vale il pil della Grecia) – avrebbero il dovere di prendere in considerazione riguarda un piano che ha meno a che fare con l’etica e più con l’economia.

 

Vittorio Cino, direttore degli Affari europei di Coca-Cola, ha pubblicato due mesi fa un piccolo saggio con Egea (“Corporate diplomacy”) il cui sottotitolo fotografa bene una questione inevasa dalle grandi e piccole multinazionali: “Perché le imprese non possono più restare politicamente neutrali”. “I processi di globalizzazione – scrive l’autore – hanno incrementato il potere delle multinazionali fino a raggiungere un livello mai visto. E questo è avvenuto perché le multinazionali sono tra i protagonisti della globalizzazione e tra i suoi primi beneficiari. Le grandi aziende, insieme alle nuove organizzazioni e istituzioni globali nate nello stesso periodo, sono percepite come soggetti che governano i processi di globalizzazione e per molti osservatori questa impressione è accompagnata dal sorgere di aspettative crescenti nei confronti del loro nuovo ruolo di problem solver, al di là della missione industriale, commerciale o finanziaria che pertiene loro. I loro brand sono accumulatori di valori mitici e simbolici, generano senso di appartenenza e in molti casi superano, in quanto a fiducia, notorietà e reputazione, soggetti ritenuti vecchi e screditati come i governi, i media, le chiese, i sindacati, le grandi confederazioni industriali”. In questo contesto, “i processi di globalizzazione hanno eroso i confini non solo fisici ma anche e soprattutto economici, sociali e culturali, provocando una controspinta di antiglobalizzazione o, più precisamente, un trend fortemente critico nei confronti dell’attuale governance o piuttosto mancanza di governance della globalizzazione”. E per questo, “il mondo del business del Ventunesimo secolo non può più rifuggire dalla politica, né pretendere di rimanere politicamente neutrale”.

 

Il compito prioritario di un uomo che si occupa di business non è ovviamente fare politica ma è fare profitto. Ma se è vero che le grandi multinazionali sono tra i protagonisti della globalizzazione e tra i suoi primi beneficiari è anche vero che senza combattere i nemici delle democrazie liberali sarà sempre più difficile avere delle sane economie di mercato in cui crescere e fare affari in libertà. Il libero mercato ha bisogno della democrazia liberale e la democrazia liberale ha bisogno del libero mercato. Le imprese non possono più restare politicamente neutrali. Anche perché mai come oggi essere neutrali non significa difendere una posizione terzista: significa aver già scelto di considerare secondario un pericolo prioritario. Significa già aver scelto da che parte stare.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.