Gli immoderati della porta accanto

Micol Flammini

Dai macroniani ai Verdi, le idee per una nuova politica ci sono e hanno anche una bella faccia. Ma si muovono su un filo sottile, con l'ansia di sporgersi a destra o a sinistra

C’è un’idea di movimento, di casa per casa, di rivoluzione, direbbe Emmanuel Macron che alla Rivoluzione, la sua, ha dedicato un libro e che dell’attivismo progressista è il promotore, il prodotto e anche il successo. Senza movimento non si incede, non si va da nessuna parte, si sta fermi e seduti sullo sciabordio delle idee politiche, dei partiti che furono e che non riescono più a essere. E’ inutile lanciarsi in chiacchiere, copiare i populisti, che in materia di populismo saranno sempre loro i più bravi, è inutile attendere che torni l’èra della ragione, per vincere le elezioni ci vogliono i voti, che della vittoria sono l’unità di misura. Ci vogliono persone che decidano: io scelgo te e te lo dico nell’urna, in segreto, con una crocetta. Il problema è prenderli questi voti e creare con pragmatismo una corrente nuova, con idee che piacciano ma anche con tanti programmi, ed essere sicuri che queste idee arrivino alle persone, e forgiarle assieme a loro, sarebbe perfetto. Il presidente francese che alle elezioni europee non ha vinto, ma non ha nemmeno perso, è stato il primo politico a farsi eleggere grazie a tanto attivismo progressista e chi per lui ha curato la comunicazione ha provato a spiegare il successo della sua campagna e il progressismo in generale.

  

Marcia, ascolto, organizzazione. Secondo gli ex strateghi macroniani Ismaël Emelien e David Amiel sono questi gli elementi fondamentali dell’attivismo progressista che deve vivere uno scambio continuo di idee con l’elettorato. Così è stato costruito En Marche: dal basso

Ismaël Emelien e David Amiel sono gli autori di “Le progrès ne tombe pas du ciel: Manifeste”, il primo stratega ed ex consigliere del presidente francese, il secondo ex segretario generale dell’Eliseo. Nel libro, che i due hanno scritto dopo aver abbandonato i loro ruoli istituzionali, è una piccola guida alla rinascita del progressismo, un manifesto, come dichiarano dal titolo, per tracciare la formazione di un movimento che sia vincente, convincente e non populista. Nel libro, centosettantasei pagine di entusiasmo e teoria, cercano di dare una definizione al macronismo, che altro non è, nella loro descrizione, che progressismo, e, come denunciano dal titolo, il progresso non viene dal cielo, e per realizzarlo sulla terra c’è molto da fare. Un lavoro paziente, quasi artigianale, quotidiano, che si impone nel solco della politica che i partiti tradizionali hanno lasciato scoperto.
  
Secondo Emelien e Amiel la sinistra e la destra hanno colpe diverse, la prima ha “tradito l’uguaglianza”, la seconda “ha tradito la libertà”, da questi tradimenti incrociati si sono formati i populismi che hanno prosperato su un terreno fatto di frustrazione e risentimento. I due strateghi del macronismo forniscono soluzioni che di recente hanno anche esposto in un articolo apparso su Project Syndicate e titolato “Un antidoto dal basso contro il populismo”, un saggio attento alle ragioni che hanno portato i partiti tradizionali a perdersi nella politica. Il primo errore sta proprio nella sconfitta, nella tentazione di identificare gli elettori dei loro avversari come indegni, ignoranti, pessimi, ma la grande colpa della politica così come l’avevamo conosciuta, come ha detto al Foglio la filosofa ungherese Ágnes Heller, sta, in un primo momento, nel non avere capito i cambiamenti della società. In un secondo momento, sta nell’insistenza con cui i partiti continuano a non volerli capire e prospettano soluzioni vecchie per problemi nuovi. Per rimettersi in sesto, suggeriscono Emelien e Amiel, i progressisti devono analizzare le carenze dei partiti tradizionali e poi impegnarsi in una battaglia costante che ha poco a che fare con l’ideologia. Persi dietro ai dettami di quest’ultima i politici hanno perso di vista: mobilità sociale, crisi ambientali, disuguaglianza geografica e tensioni legate alla multiculturalità.

  

En Marche è stato un esperimento partito dalla terra, dalla marcia e dall’ascolto. Ascoltando gli elettori Emmanuel Macron ha poi costruito la sua campagna presidenziale. E l’ascolto è stato anche parte della risoluzione della crisi con i gilet gialli, con il Grand débat national che non è stato il solo elemento risolutivo – secondo gli analisti il movimento è finito in parte per le riforme macroniane, in parte per un’usura naturale – ma ha ricostruito il legame tra il presidente e i francesi, “una cosa mai vista prima”, aveva detto al Foglio il filosofo francese, alfiere del macronismo, Bernard Henri Lévy.

 

Altro elemento fondamentale dell’attivismo progressista, come spiegano i due strateghi, sta nell’organizzazione, che non deve e non può formarsi alla rinfusa soltanto nel periodo elettorale, non bisogna dare agli elettori la sensazioni di essere abbandonati nell’intervallo tra un’elezione e l’altra, bisogna creare una rete continua, osmosi e ascolto. Non è un caso se spesso i populisti, anche dopo aver vinto le elezioni, creano un clima da campagna elettorale permanente: Viktor Orbán, il primo ministro ungherese, è in campagna elettorale da tre mandati consecutivi, i vicepremier italiani, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, lo sono dal primo giugno dello scorso anno. I populisti sono maestri in questo, come lo sono nell’arte del gridare più forte, non serve imitarli, non si può, l’attivismo progressista deve essere altro. “Per un’alternativa vincente al populismo, ci vuole un progressismo dal basso”, concludono Ismaël Emelien e David Amiel, osando utilizzare quell’espressione, “dal basso”, finora abusata dai populisti. La differenza sta nelle priorità che per i progressisti stanno nel dare all’individuo gli strumenti per scegliere la propria vita. Il macronismo è un esperimento tutto francese, al New Yorker Stanislas Guerini, delegato generale di En Marche, ha detto che è innanzitutto “audacia, è la capacità di assumersi i rischi dicendo la verità ai francesi”, ma in tutta Europa si stanno formando correnti e movimenti con interessi comuni, non tutti sono riusciti nell’impresa come il presidente francese, ma il progressismo ha i suoi volti e i suoi colori e l’attivismo oggi, marcia e impegno, è soprattutto verde.

   

L’ambientalismo sta prendendo il posto dell’immigrazione come nuova battaglia culturale che divide l’Unione europea tra oriente e occidente e le nazioni tra città e periferia. Partiti nazionalisti come l’AfD in Germania sono pronti a trasformare l’ecologismo nel nuovo nemico

Alle elezioni europee i verdi hanno ottenuto un risultato considerevole, soprattutto in Germania e in Francia. A Berlino i Grünen sono riusciti a rubare lo spazio dell’Spd, che ora è naufraga, cerca identità e non sa se sia meglio affidarsi al vecchio o al nuovo e nel dubbio sta pensando di dare la leadership a una coppia: Gesine Schwan, centrista accomodante di settantasei anni, e Kevin Kühnert, giovane socialista che di anni ne ha ventinove. La vera sorpresa verde è stata in Francia però, dove Europe écologie-Les Verts, guidata da Yannick Jadot, ha ottenuto dodici seggi. La famiglia verde europea andrà a formare la “coalizione jumbo” assieme a popolari, socialisti e liberali. La proposta verde è ormai fondamentale per chi vuole fare politica di centro, per Macron, il campione del “né di destra né di sinistra”, la politica ambientale è molto importante. Sia in Germania sia in Francia, dove ormai i Verdi stanno sostituendo la sinistra, si stanno ridisegnando nuove alleanze – in realtà a Berlino questo processo era già iniziato nel 2017 quando si prese in considerazione l'ipotesi di una coalizione Giamaica (cristianodemocratici, liberali e verdi) in sostituzione della vecchia e già collaudata Große Koalition. Anche in Francia il dialogo tra Europe écologie-Les Verts e En Marche è aperto. Nuovi fronti che non si collocano né a destra né a sinistra, ma la battaglia è tra vecchio e nuovo mondo. Jadot, in un’intervista rilasciata al Monde dopo le elezioni europee ammetteva di non avere nessuna intenzione di sedersi a un tavolo per trattare con Olivier Faure, Benoît Hamon e Fabien Roussel, con le sinistre, ha ammesso di non volere storie infinite, d’altronde le prove tra i Verdi e le sinistre sono già state fatte, il nuovo fronte è altrove, “noi vogliamo uscire dal vecchio mondo”, dice Jadot, e per questo anche lui guarda ai liberali.

   

L’ambientalismo è la nuova battaglia culturale europea, sentita senz’altro da un certo tipo di elettorato il cui identikit lo abbiamo ritratto spesso: giovane, urbano e più istruito della media. Ci si muove sul filo, come equilibristi attenti a non sporgercisi troppo né a destra né a sinistra, il centro va ricostruito, ma è una linea sottilissima che si contende la causa ambientalista con le sinistre, “chi vuole diventare verde lo diventi pure”, ha detto Jadot al Monde, precisando che se Jean Luc Mélenchon intendeva proporre una politica ambientalista era libero di farlo, ma i Verdi non sono solo quello e per questo si trovano molto più comodi al fianco dei liberali. Come scrive la rubrica Charlemagne sull’ultimo numero dell’Economist, l’ambientalismo sta prendendo il posto dell’immigrazione. La battaglia migratoria era vista come una frattura tra l’oriente e l’occidente dell’Unione europea e la stessa cosa sta accadendo con l’ambientalismo per il quale i paesi dell’est non sono pronti a fare rinunce, così come non erano pronti a farle per le quote dei migranti.

 

Come nell’immigrazione, anche per le politiche ambientali il divario è tra città e periferia, lo ha espresso in modo chiaro il movimento dei gilet gialli e anche partiti nazionalisti, come l’AfD in Germania, stanno trasformando l’ecologismo nel loro nuovo nemico. Per cui gli attivisti possono imparare diverse lezioni sulle cose che le politiche di accoglienza hanno sbagliato e il modo di condurre la battaglia è sempre lo stesso consigliato da Emelien e Amiel: marcia, ascolto e organizzazione. Il rischio c’è e a cadere o a destra o a sinistra si fa in un attimo. Se En Marche è il prototipo del successo liberale, gli spagnoli di Ciudadanos sono un’occasione mancata, un partito che desiderava creare il centro, farlo con la marcia e l’ascolto e invece è finito contro un muro, si è sporto troppo a destra nelle sue alleanze, ha perso fiducia e la rivoluzione, quella macroniana, in Spagna non c’è stata.