Bernard-Henri Lévy ci spiega la ricetta per battere i nazionalismi

Micol Flammini

A Milano parte la campagna dell'intellettuale francese in vista delle europee. Cosa servirà per vincere? "Molto Macron, il ritorno di Renzi e un pizzico di Cav."

Roma. Bisogna andare a testa alta verso queste europee di maggio, vaghe e allarmanti, perdute tra coalizioni impossibili, partiti che non esistono più, alleanze, urla e disattenzioni. C’è chi non vuole più lasciare partiti che ormai per ideologia non gli somigliano più, come Viktor Orbán, perché gli piace vincere e gli piace farlo senza sforzo. C’è chi sta per perdere una casa e si appiglia a unioni inverosimili, come i Cinque stelle, chi invece vuole ingrandirsi, gonfiarsi, come Matteo Salvini, Marine Le Pen e il polacco Jaroslaw Kaczynski, per imporre al mondo un’ideologia che forse non è forte come sembra.

 

Basta fermarsi e osservare quella campagna del risveglio che Bernard-Henri Lévy inizierà a portare in giro per l’Europa il 5 marzo: “Il mio messaggio è di speranza, credo che i populisti perderanno perché sono ideologicamente deboli”. Non sarà facile portare l’Europa con le sue pene e i suoi affanni per i palcoscenici dell’Europa stessa. Lo spettacolo “Looking for Europe” è un continuo divenire, un monologo e un comizio per dire con forza che no, non è tutto finito. “Ma a una condizione, coloro che credono nell’Europa devono svegliarsi, devono riprendere coraggio e speranza e soprattutto devono recuperare la fierezza di essere europei. Se lo faranno vinceranno”, dice l’intellettuale francese al Foglio. Philippe Boggio, giornalista del Monde, definì BHL nel suo libro “Une vie”, opera dedicata al filosofo, “l’ultimo esemplare di intellettuale impegnato”.

 

A ben guardare, se piano piano tutto quello in cui credevamo, l’Ue, la democrazia, le alleanze internazionali, si sta sfaldando, forse è perché è proprio l’impegno a essere venuto meno nella società, a essersi addormentato, ma si sta svegliando. “Ho letto il manifesto di Carlo Calenda per l’Europa, è un bel testo, ho ascoltato le dichiarazioni di Giuseppe Sala, il sindaco di Milano, un messaggio forte e coraggioso – dice Bernard-Henri Lévy, con ferma convinzione che anche l’Italia possa rialzarsi in fretta – Quello che sta accadendo oggi con Salvini e Di Maio è talmente deplorevole per l’anima italiana che forse vedremo uomini, che nel loro passato sono stati ugualmente deplorevoli, svegliarsi”.

 

Sempre ciuffato e con la camicia bianca sbottonata, caratteristiche che dopo vent’anni conserva ancora, BHL è stato un convinto contestatore di Berlusconi, lo è tuttora – il suo tour europeista inizierà dal teatro Parenti di Milano proprio perché dal capoluogo lombardo secondo l’intellettuale è iniziato tutto, il linguaggio dell’odio, l’arroganza dei partiti, l’atteggiamento “deplorevole” della politica –, eppure ora è disposto ad avanzare qualche possibilità di ripensamento, fa un piccolissimo passo indietro. “Il risveglio arriverà da destra e da sinistra, da persone che forse non hanno brillato per il loro coraggio dieci o venti anni fa, io confido negli uomini. Domani potrebbe nascere un’alleanza democratica che arrivi fino a Silvio Berlusconi, da lui che è il padre di Donald Trump, che ha fabbricato il prototipo umano del trumpismo. Ebbene – dice Lévy – anche Berlusconi domani potrebbe avere una specie di presa di coscienza interiore e decidere di unirsi a un fronte comune d’urgenza, dopo tutto, non sarebbe la prima volta che cambia pelle”.

 

Più volte contestato dai suoi critici per essersi seduto dal lato giusto della storia, direbbe Bertolt Brecht, in bilico tra i benpensanti e gli intellò istrionici, oggi Bernard-Henri Lévy è arrabbiato perché questo declino va affrontato con energia. I sovranisti vanno stanati e mostrati per quello che sono: “Oggi l’Europa è l’oggetto dell’odio di Salvini come di Mélenchon, di Di Maio come di Le Pen, questo odio nasce da una visione del mondo che in realtà detesta anche loro, perché appartiene a Steve Bannon, a Vladimir Putin e a Recep Tayyip Erdogan.

 

Guardate bene in Italia, i sovranisti non sono patrioti, si fanno trattare come marionette dalla Russia, manipolare da forze esterne che detestano tutto ciò che ha a che vedere con la grandezza italiana”. Un sovranismo falso, una menzogna difficile da smascherare. Qualche anno fa il mondo sembrava aver preso un’altra direzione e la stessa Francia con le elezioni del 2017 aveva mostrato che tra l’odio populista e il messaggio europeista di Macron avesse scelto il secondo. I numeri (l’esponente di En Marche! aveva preso il 66 per cento dei voti al ballottaggio) non lasciavano presagire che la crisi per l’inquilino dell’Eliseo potesse arrivare così presto. Macron marcia verso le elezioni europee di maggio con poco consenso, ma anche questa volta, come prima delle presidenziali, potrebbe aver trovato la soluzione: “Il Grande dibattito nazionale avviato dal presidente francese è la risposta giusta alla crisi, è una risposta per la democrazia, per la Repubblica e io resto positivamente impressionato quando vedo le immagini di questo francese che preferisce parlare – sei ore, tutte d’un fiato tra domande e risposte con seicento sindaci – anziché distruggere, che preferisce la fratellanza all’odio”, dice il filosofo.

 

Macron forse è in ripresa, ma il dibattito internazionale sembra nelle mani dei populisti, della rabbia sovranista, del razzismo e dell’antisemitismo. Se ci si ferma a pensare come tutto è cominciato, come le forze politiche che credevano nel miglioramento si siano perse per strada, non è facile ricordare una data soprattutto in Italia: “Sono le regole della democrazia, il suo gioco. La democrazia è una continua prova per i suoi dirigenti, è anche questo, far passare brutti momenti ai politici. Ma vedrete che ci sarà un ritorno di Emmanuel Macron e anche di Matteo Renzi, gli ho parlato al telefono l’altro giorno, è in ottima forma”. Mentre da una parte le forze europeiste cercano di ricomporsi, dall’altra i populisti vagheggiano unioni come la costituzione di un’internazionale sovranista, un paradosso storico, ma per BHL si tratta di “una mafia mondiale, non è un’internazionale. I populisti di tutto il mondo si stanno organizzando in una mafia”.

 

Intanto in Italia, laboratorio bannoniano, c’è un governo formato da due partiti populisti, ognuno con il suo seguito, le sue rivendicazioni e le sue priorità, piccolo esperimento provinciale di unione sovranista. Questo connubio dura ormai dal primo giugno, ed è ancora difficile capire come le forze di Lega e M5s riescano a stare insieme: “I due partiti si detestano, è la politica politicante, la più miserabile, ma da destra e da sinistra hanno qualcosa in comune, come in Francia Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, e quel qualcosa possiamo chiamarlo neofascismo – dice l’intellettuale che definisce le accuse di Di Maio e Salvini al governo francese “grottesche” – Non sono un nazionalista, ma le frasi sul mio paese, sull’Africa, sul franco Cfa sono dei falsi economici ridicoli”.

 

Andiamo incontro alle elezioni europee in un clima ostile, rabbioso più che arrabbiato, e il legame tra questa rabbia e quella che Macron ha definito la “lebbra populista” è più stretto che mai, genera razzismo, odio, antisemitismo, tutti virus difficili da curare, che non possono essere debellati da reazioni timide: “C’è qualcosa di folle nel razzismo e nell’antisemitismo, qualcosa di irrazionale. Democratici e repubblicani devono reagire con più forza, invece appaiono scoraggiati e questa mancanza di speranza permette a chi odia di trovare la strada”, dice Bernard-Henri Lévy, che conclude la conversazione lasciandoci appesi a una promessa: “Sabato vedrete che l’Europa della cultura e l’Europa dello spirito sono più forti che mai, suspense!”. Europa, forse sei viva.

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