"I nazionalisti si prenderanno a calci", ci dice Agnes Heller

Micol Flammini

La filosofa ungherese ci racconta Orbán, l'orbanismo e come finirà dopo la sospensione di Fidesz dal Ppe

Una delle prime intuizioni di Ágnes Heller è stata quella di descrivere quanto la vita quotidiana cambiasse a seconda del pensiero politico, dominante o meno. La sua vita è un tutto, un tumulto di idee, una ricerca di collegamenti, spiegazioni e contraddizioni, idee imperfette, impure, che mai finiscono per diventare iper razionali, perché sta proprio nell’iper razionalizzazione dell’idea, anzi dell’ideologia, la nascita del momento storico che stiamo vivendo e che la Heller racconta nel suo ultimo libro portato in Italia da Castelvecchi, dal titolo “Orbanismo, il caso dell’Ungheria: dalla democrazia liberale alla tirannia”. Perché tutto è iniziato lì, da lì un uomo, Viktor Orbán, che faceva discorsi liberali e sentitamente europeisti, ha iniziato una controrivoluzione che negli anni ha trovato un seguace dietro l’altro, dalla Polonia alla Francia, dall’Austria all’Italia. “Non so dire perché tutto sia iniziato a Budapest, ma so perché è successo a Budapest – dice al Foglio la filosofa – Dopo la fine dell’Unione sovietica abbiamo perso l’opportunità di far crescere la democrazia. Sono andati al governo partiti che non avevano esperienza democratica, uomini che durante il periodo comunista avevano lottato contro il regime, ma di loro non si sapeva nulla, cosa pensassero non era importante”. E così fu anche per Viktor Orbán. Fidesz era nato come un partito di sinistra, racconta la Heller nel suo libro. Fu una scelta quasi brechtiana, non potendo acquisire un potere rilevante a sinistra, Orbán spostò il potere a destra, dove c’erano posti liberi. Svelando sin dall’inizio la sua natura, distrusse il partito e gli altri che lo avevano aiutato a diventare primo ministro. “I leader dovrebbero creare le condizioni per uno sviluppo democratico, la democrazia non può essere insegnata, vanno create le condizioni affinché i cittadini possano imparare ad agire in modo democratico e questo in Ungheria non è accaduto”. Nei vuoti politici, nei momenti in cui la democrazia cerca di fiorire, appaiono uomini, con un grande talento e una forte volontà, che si impossessano di quel vuoto e agiscono per ottimizzare il loro potere, aumentarlo. “Per ottimizzare il proprio potere Orbán ha umiliato il pluralismo, in Ungheria tutto questo è iniziato da tempo, poi ha sentito la necessità di ottimizzare ancora di più il suo potere e allora ha iniziato a imporsi per predicare che l’Unione europea diventasse simile all’Ungheria”. Per questo ha iniziato una campagna denigratoria contro Bruxelles e ieri il Ppe, il partito polare europeo, ha votato con 190 voti a favore e 3 contrari, per sospendere Fidesz a tempo indeterminato, un comitato valuterà dopo le europee, “ma non bisogna fidarsi delle sue promesse, dovrebbe lasciare il gruppo”, dice la Heller. “Mi sono autosospeso – ha risposto Orban con un discorso in serata –, il Ppe tradisce i suoi valori fondativi”.

 

Ieri il Partito popolare europeo ha deciso di sospendere il partito di Orbán, Fidesz. Un comitato valuterà dopo il voto di maggio

La democrazia illiberale “non è un ossimoro: la sua forza sta nel fatto di agire, di reggersi in piedi dentro a un sistema democratico”

Dopo anni di regime e liberazione, una liberazione confusa, i governi dell’Europa orientale hanno fatto fatica a convogliare tutte le forze e le energie di una politica liberata. Il sostrato comune, le storie che si sfiorano, hanno consegnato ai nostri anni il gruppo di Visegrád, quello zoccolo scalpitante ed euroscettico che così facilmente ha deciso di eleggere dei governi con tendenze antidemocratiche. Bisogna fare un passo indietro, ricorrere ad Hannah Arendt, di cui la Heller ha ereditato la cattedra alla New School for Social Research di New York, e capire che la liberazione non è ancora libertà, e questo paradigma segna anche la storia dell’Ungheria, oltre che di quasi tutti gli altri paesi dell’est europeo. Storia che la Heller divide in due fasi, due passaggi: dalla dittatura alla democrazia liberale, dalla democrazia liberale alla tirannia. “Il tiranno non si accontenta mai del potere che ha e l’Ungheria è una tirannia basata su una persona che non ne ha mai abbastanza. Passo dopo passo Orbán ha decostruito la democrazia liberale, ha distrutto le istituzioni democratiche della liberazione e ha creato le sue. Ha sostituito la realtà con l’ideologia, perché la realtà non ha nulla a che fare con quello che accade in Ungheria”. Tra le qualità del tiranno c’è anche quella della creazione. Il tiranno modella, sostituisce, crea. Altera la realtà con l’ideologia. Spostando i tasselli con i quali l’Ungheria post comunista aveva tentato malamente di mettere su un sistema di democrazia liberale, Orbán ha reinventato tutto e ha fatto della nazione una democrazia illiberale.

 

“Non chiamate questa espressione ossimoro – ci rimprovera Ágnes Heller – perché la forza di questa democrazia illiberale sta tutta nel fatto di agire, di essere creata, di reggersi in piedi dentro a un sistema democratico”. “Non è un ossimoro – ripete e scuote la testa – Il concetto di democrazia cambia molte volte ma la democrazia illiberale è sempre democrazia”. Riprende la filosofa: “Se un governo viene eletto con la maggioranza dei voti e poi viene rieletto è definitivamente una democrazia, anche se si basa e agisce e comanda attraverso la tirannia”. Questo è Orbán: un tiranno eletto e legittimato dai suoi stessi ungheresi. Così come Vladimir Putin in Russia, o Erdogan in Turchia. “Non è un ossimoro – ci ripete e insiste – la democrazia illiberale è una nuova forma”.

 

Nel suo libro Ágnes Heller parla di nazionalismi e li affianca all’aggettivo “etnici” per distinguerli dal concetto di nazione e di sentimento nazionale, che non sempre devono avere delle implicazioni negative. Sono i nazionalismi etnici che hanno lentamente preso il controllo di alcune nazioni europee e hanno in comune un nemico: l’Unione europea. Questi movimenti, partiti che hanno iniziato la loro carriera predicando l’uscita dall’Ue, ora parlano di riforme ed è su questa battaglia che si giocherà il futuro dell’Europa. Intanto la parola exit che dominava la maggior parte dei programmi elettorali dei partiti nazionalisti è scomparsa, “ma questi partiti continuano a volere la stessa cosa, per loro riformare l’Unione vuol dire distruggerla. Se prima volevano abbandonarla, ora vogliono che scompaia”. Per Ágnes Heller la Brexit non può essere paragonata al profluvio di Frexit, Nexit, Polexit, Italex e Honexit. Per i britannici l’idea di abbandonare l’Ue non è nata da una forza politica nazionalista. “C’è un disguido di fondo, la Gran Bretagna non ha la stessa storia del resto del continente, in questo senso non è nemmeno Europa. Era un impero, è ancora il Commonwealth. Non hanno mai avuto una dittatura, contrariamente a quanto è avvenuto in tutta Europa, ora è in un brutto momento, ma non vive il rischio di una tirannia, di essere dominata dal nazionalismo etnico”. Il fatto di essere una monarchia è per Londra una garanzia e al di là del momento di vuoto e di confusione, del tempo che fugge alla rincorsa di un accordo che non si trova, alla Brexit, secondo la Heller, non possiamo dare la stessa accezione che diamo al desiderio di altre nazioni di andare via dall’Ue. “La tradizione vuol dire moltissime cose e alla Gran Bretagna manca la tradizione al nazionalismo etnico, nessun paese anglosassone può diventare una tirannia, lo dice la tradizione. Nemmeno Donald Trump potrà mai trasformare gli Stati Uniti in tirannia”. Ma dagli Stati Uniti è venuta l’idea di unire tutte le forze nazionaliste dell’Europa, di creare un’internazionale sovranista, “sì, ma Steve Bannon non è un europeo ecco perché gli è venuta questa voglia”, ci precede Ágnes Heller. L’ex stratega di Trump, Steve Bannon ha lanciato il progetto, chiamato The Movement, per riunire tutti i nazionalisti in un unico grande movimento transnazionale. Poi, sarà per mancanza di entusiasmo o perché la campagna di Bannon non è mai stata davvero lanciata, ma The Movement è rimasto lì, tra i progetti, i forse e gli spauracchi. Ma resta una domanda, l’unione è di per sé qualcosa che i nazionalismi respingono, ognuno combatte per se stesso, non sono disposti a concedersi per gli altri. “Per ora hanno un nemico comune, l’Unione europea e la democrazia liberale. Fino a quando non avranno sconfitto il nemico saranno alleati, nel momento in cui saranno soddisfatti inizieranno a combattersi, si prenderanno a calci gli uni con gli altri”. Il momento cruciale saranno le elezioni europee di maggio quando, probabilmente, anche se dovessero unirsi in un unico gruppo non riusciranno a conquistare il Parlamento europeo: “hanno bisogno di un nemico da combattere, devono sempre combattere contro qualcuno per avere un’identità”.

 

I nazionalismi etnici hanno anche avuto un’intuizione alla quale i partiti tradizionali ancora faticano ad arrivare. Hanno capito la trasformazione della società prima degli altri, l’hanno cavalcata, accompagnata, “i partiti tradizionali sono in un momento terribile, sono persi non riescono a capire il mondo in cui vivono, non si adattano alla trasformazione da una società in classi a una società di massa, usano metodi vecchi che non sono all’altezza della situazione, non puoi curare l’infarto con l’aspirina e questo è ciò che i partiti tradizionali stanno facendo ora. L’Europa non ha un’influenza, sta avendo un attacco di cuore”. Sospira: “In passato questi partiti hanno avuto successo e sperano di poterlo ottenere di nuovo ripetendo le misure del passato”.

 

E al momento l’unico modo per sconfiggere gli orbanismi sono le coalizioni. Così ad esempio stanno facendo in Polonia, dove i partiti di opposizione si sono uniti per superare il PiS, il partito di governo. In Ungheria ancora non sono in grado di farlo: “Prima delle elezioni lo scorso anno ho pianto e urlato per chiedere ai partiti di unirsi, ma non lo hanno fatto”. Tutto sarebbe stato evitabile, le lotte, le minacce, sicuramente non la Brexit. Sarebbe stato evitabile se l’Unione fosse nata come una federazione, se la Costituzione non fosse stata bocciata: “In quel caso la Francia è stata stupida, si sono intestarditi e hanno rimuginato sul concetto di laicità”, anche l’Olanda ha bocciato il progetto nel 2005. Queste elezioni sono un altro punto, un’altra svolta e per la filosofa è meglio non aspettare a braccia conserte.