Giuseppe Conte e Angela Merkel (foto LaPresse)

Conte ha sottovalutato la grande potenza del Metodo Merkel

Veronica De Romanis

Scientificità, strategia e condivisione sono i pilastri di un sistema che regge con successo da oltre tredici anni

Mai sottovalutare Angela Merkel: chi lo ha fatto nella partita delle nomine europee si è dovuto ricredere. A cominciare dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, ritenendo la cancelliera un leader non più in grado di dominare la scena internazionale, si è messo dalla parte sbagliata. Conte ha, infatti, scelto di fare blocco con i paesi di Visegrád. Ne ha “coordinato il dissenso”, come ha spiegato lui stesso in un’intervista al Corriere della Sera del 4 luglio scorso, ma ne è uscito sconfitto: “Christine Lagarde e Ursula von der Leyen non sono il mio dream team” ha dovuto ammettere. L’errore commesso rischia di aumentare – se possibile – l’isolamento dell’Italia in Europa. Perché i veti – come quello messo dal premier – hanno un peso nell’immediato, ma possono diventare macigni in futuro. Chi ha vinto la partita se ne ricorderà quando ci sarà da fare altre nomine, da prendere altre decisioni, da compiere altri passi. E, a questo giro, la vincitrice è Angela Merkel. Eppure, un po’ di studio della storia recente europea avrebbe permesso al capo del governo gialloverde di decifrare e, pertanto, anticipare, un metodo di lavoro – il cosiddetto Metodo Merkel – che la cancelliera tedesca utilizza oramai da oltre tredici anni. E, che, fino a ora, si è rivelato sempre efficace. Scientificità, strategia e condivisione ne sono i pilastri. Andiamo con ordine.

 

 

Primo, scientificità. Angela Merkel, a differenza della maggior parte dei politici, ha una formazione da scienziata: ha conseguito un dottorato in Fisica quantistica e negli anni prima della caduta del Muro ha lavorato come ricercatrice a Berlino. Il suo arrivo sulla scena pubblica ha rappresentato un’assoluta novità per la Germania dove la maggior parte dei leader ha un passato da giurista. Non c’era mai stato qualcuno che, per dirla con le parole del biografo Gerd Langguth “guarda alla politica come se guardasse a un insieme di molecole”. In effetti, la Merkel si comporta in politica come uno studioso in un laboratorio. Non prende mai decisioni precipitose, si muove con prudenza, non cerca il risultato immediato. Il suo saper aspettare si è spesso rivelato un’arma preziosa nei negoziati. Lascia muovere gli altri, cosa che le concede un vantaggio tattico, e qui veniamo al secondo pilastro del suo Metodo: la strategia.

 


La cancelliera con il dottorato in Fisica quantistica si comporta in politica come uno studioso in un laboratorio. Non prende mai decisioni precipitose, si muove con prudenza, non cerca il risultato immediato. Il suo saper aspettare si è spesso rivelato un’arma preziosa nei negoziati. I gialloverdi forse lo ignoravano


 

La cancelliera cerca di combinare obiettivi di lungo termine – verso i quali coagulare il consenso – con una flessibilità d’azione di breve periodo per tenere conto degli eventuali cambiamenti rispetto alle ipotesi iniziali. Pertanto, l’obiettivo iniziale non necessariamente coincide con quello finale. E’ in quest’ottica che andava letto il sostegno (assai timido) alla candidatura del cristiano-sociale Manfred Weber alla presidenza della Commissione europea. Del resto, una strategia simile l’aveva già messa in atto nel 2002 quando decise di non correre per la cancelleria (Gerhard Schröder era, a suo avviso, un candidato molto forte e lei avrebbe rischiato di bruciarsi) e di proporre il nome di Edmund Stoiber, leader della Csu e governatore della Baviera. In cambio dell’appoggio chiese aiuto a Stoiber per ottenere la presidenza del gruppo parlamentare congiunto Cdu-Csu che all’epoca era di Friedrich Merz (un’economista di stampo liberale riapparso sulla scena lo scorso anno come possibile successore della Merkel). Lo scopo della cancelliera è quello di concentrare nelle sua mani la presidenza del partito e la presidenza del gruppo parlamentare in vista delle elezioni successive. In questa partita a tre, i perdenti saranno Stoiber e Merz (il primo perde le elezioni, il secondo viene retrocesso a vicepresidente), la vincitrice sarà Merkel che raggiungerà il suo obiettivo, ossia quello di rafforzare la sua posizione all’interno del partito. Nella partita delle nomine europee, la cancelleria mira invece a rafforzare la sua posizione all’interno del governo di coalizione. Lascia quindi che sia il presidente francese a bocciare Weber, per poi sostenere il socialista Franz Timmermans. In questo modo ottiene il duplice risultato di eliminare dalla scena Weber, che del resto non fa parte del suo partito, e assicurarsi l’appoggio della famiglia socialdemocratica europea che si rivelerà fondamentale in seguito. La cancelliera, a differenza di molti leader, ragiona in maniera strategica e anticipa le mosse dei suoi avversari. E’ consapevole che sul nome dell’olandese diversi paesi sono pronti a mettere il veto tanto da dichiarare che “appoggiare una candidatura contro ben undici stati inclusa una grande economia come l’Italia, non è possibile”. Così, viene fatto fuori un altro candidato, questa volta grazie all’azione dei suoi oppositori, ignari di essere stati complici del Metodo Merkel.

 

Il terzo pilastro del Metodo è, infatti, la condivisione. Angela Merkel non cerca una vittoria schiacciante, bensì un risultato in cui anche l’avversario possa considerarsi parte attiva del processo decisionale. Inutile, del resto, stravincere – umiliando la controparte – quando oramai hai vinto. Questo è ciò che è successo con il nome di Ursula von der Leyen, la sessantenne inistro della Difesa tedesca fedelissima della cancelliera. Ogni leader ha potuto presentare la scelta della von der Leyen come una vittoria personale: Macron ha rivendicato la paternità della proposta, il blocco di Visegrád ha rivendicato la vendetta nei confronti di Timmermans, colui che aveva aperto contro Polonia e Ungheria una procedura per violazione dello stato di diritto (ma perché l’Italia si allea con chi vìola lo stato di diritto?) e, infine, il premier Conte ha rivendicato la scelta di una donna e, soprattutto, ha rivendicato di aver “scongiurato candidati ispirati a dogmatismo rigorista”. Difficile, però, non considerare la von der Leyen “una rigorista”. Ciò che emerge dalla conclusione del negoziato sulle nomine è che Conte non solo non conosce il Metodo Merkel, ma neanche il pensiero della candidata che ha appoggiato.

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