Diventare l'anti Trump

Mattia Ferraresi

Le idee astratte del vero tycoon, Michael Bloomberg, per togliere la maschera al fake arancione

Avvertendo l’impellente necessità del popolo americano di essere guidato da un miliardario ultrasettantenne di New York con un bagaglio di alleanze politiche fluttuanti, Michael Bloomberg ha annunciato la sua corsa alle primarie democratiche. L’ex sindaco ha concretizzato così ciò che ha minacciato per almeno tre tornate elettorali, emergendo come eterno candidato che sonda, paventa, esplora, lancia ballon d’essai e poi rinuncia alla corsa per il bene del paese. Nel 2008 un non meglio qualificato comitato pubblico ha fatto una petizione per chiedere la sua candidatura. Lui ha fatto le sue valutazioni, affidandosi ai consigli del senatore Chuck Hagel, repubblicano centrista poi assunto come segretario della Difesa e infine “pugnalato” da Obama, ha fatto la stima dei costi della campagna (500 milioni di dollari) e ha concluso che non era interessato. Nel 2012 il comitato s’è risvegliato, Bloomberg ha riunito i consiglieri più fidati, ha fatto le sue valutazioni, e ha concluso che era meglio dare il suo endorsement a Barack Obama, che perseguiva le politiche ambientali che gli stavano a cuore. Nel 2016 il comitato s’è risvegliato un’altra volta, Bloomberg ha riunito la sua cerchia, ha fatto le sue valutazioni più attentamente del solito, e alla fine ha concluso che non era il caso di candidarsi. Ha dato sostenuto Hillary Clinton, e alla convention dei democratici ha detto che quella era “la scelta giusta”, tuonando contro Donald Trump, che credeva di risolvere i problemi del paese cacciando i clandestini, demonizzando i musulmani e ritornando al protezionismo. Poi gli elettori hanno fatto le loro valutazioni.


Ogni quattro anni, quando tutti si lamentano della polarizzazione eccessiva, scatta il momento Bloomberg-sta-pensando-alla-corsa


 

Fra i cronisti politici l’ipotesi della candidatura di Bloomberg è un tropo. C’è sempre un momento nella corsa elettorale in cui tutti lamentano l’eccessiva polarizzazione e la retorica feroce, il momento in cui emerge che il paese è diviso, litigioso, spaccato lungo linee ideologiche invalicabili, incapace di dialogare, il frangente in cui sembra che, dopo presunte ere di concordia, l’America si sia finalmente decisa a tradire gli ideali dei padri fondatori. E’ il momento in cui si sente d’improvviso la mancanza di un centro moderato, di leader pragmatici, di ragionevoli forgiatori di compromessi, di gente che trova soluzioni basandosi sui dati e non sulla bile. Ecco, quello è il momento Bloomberg-sta-pensando-alla-candidatura. Poi l’ipotesi tramonta, lui smentisce le voci che il suo entourage aveva fatto circolare, e nessuno sembra sentire la mancanza di tutta quella moderazione centrista. Questa volta è diverso, come si dice tutte le volte, e sono soprattutto le ragioni anagrafiche a dettare la diversità: Bloomberg ha 77 anni – la stessa età di Joe Biden, quattro anni più di Trump, uno in meno di Bernie Sanders – e quindi se non ora, quando? si dev’essere domandato mentre faceva le sue valutazioni. L’ambizione poi è uno dei molti asset del suo diversificato portfolio. Ha creato un impero finanziario con i terminal per le transazioni, strumenti fondamentali per i trader di Wall Street, ha costruito un regno mediatico che porta il suo nome, è stato per tre mandati il sindaco di New York, noto anche come “il secondo lavoro più difficile d’America”, ha influenzato dall’esterno le campagne elettorali versando centinaia di milioni di dollari, ha creato iniziative contro la diffusione delle armi da fuoco, per la salvaguardia dell’ambiente, per alzare le tasse ai ricchi, per regolarizzare l’immigrazione. Manca soltanto la Casa Bianca (anche se si scherza già sul fatto che, se mai ce la farà, non si abbasserà di certo a installarsi nella magione presidenziale: quand’era sindaco non si è trasferito a Gracie Mansion, è rimasto nell’Upper East Side). Dunque, a ogni buon conto, la candidatura di Bloomberg è figlia della necessità anagrafica e dell’ambizione, elementi che raramente si combinano senza combinare qualche casino.

Quando distribuivano l’umorismo era distratto. La cosa più divertente che ha fatto è ispirare la parodia Twitter El Bloombito

 

 

C’è poi un terzo fattore, di ordine psicopolitico: Bloomberg vuole diventare l’anti Trump. Ora, di antitrumpisti è pieno l’universo, a partire dai diciassette candidati – Bloomberg escluso – che in questo momento corrono in primarie particolarmente affollate, ma per diventare un autentico doppio rovesciato dell’artista del deal non basta dire che è un cialtrone impalatabile, bisogna condividere con lui qualcosa, fare in qualche modo parte del suo stesso mondo e testimoniare, dall’interno di quel perimetro, che qualcosa di buono da lì può venire. Per essere l’anti Trump occorre essere la versione virtuosa di Trump, quello che lui avrebbe potuto essere ma non è mai diventato, non il suo opposto totale. Come Trump, Bloomberg è un tycoon, ma a differenza del presidente è un vero imprenditore e un vero miliardario, il nono uomo più ricco degli Stati Uniti e il quattordicesimo del mondo secondo la classifica di Forbes, non un arricchito fake che per tutta la vita ha mentito sulle sue finanze e si è gettato in agoni surreali con la rivista patinata che stila il ranking degli uomini più ricchi. Entrambi si sono mossi sulla stessa scena, abitata dalle grandi famiglie della Old Money newyorchese, ma in ruoli diversi: uno è il con-man che si destreggia con i soldi di famiglia nel più scivoloso e spregiudicato dei mercati, quello immobiliare, un personaggio uscito da una pièce della Gilded Age, l’età che di dorato ha soltanto una patina; l’altro è il laureato della business school di Harvard che sgobba fino a notte fonda, fa poca vita mondana e molta filantropia, crea migliaia di posti di lavoro, fa prediche sull’etica civile e, immerso nel positivismo tecnocratico, è convinto che l’alleanza fra scienza e stato produrrà l’uomo nuovo. All’immagine del ricco volgare che traffica nel torbido, vive di truffe e prende le donne “by the pussy”, lui oppone quella del magnate illuminato che mette la sua fortuna al servizio della comunità.

 

Sono entrambi di New York, ma in modo diverso. E. B. White diceva che ci sono all’incirca tre New York. Una è quella di chi ci è nato, la seconda è quella dei pendolari, la terza è quella di chi si è trasferito in cerca di qualcosa. I nativi danno solidità, i secondi donano quell’irrequietezza che ogni giorno riempie e svuota la città, i terzi sono quelli che danno passione. Trump è un abitante della prima città. New York è sempre stata e sarà sempre abitata da campioni di quel tipo antropologico. Bloomberg è invece un newyorchese del terzo tipo. Cresciuto a Boston, città di cui i newyorchesi del primo tipo sopportano l’esistenza con fastidio, si è trasferito a Manhattan per farcela, e ce l’ha fatta. Ma non ha perso l’accento del New England e non ha mai abbandonato una sicura, benché tiepida, fedeltà verso i Red Sox. Non è un tifoso acceso dei rivali degli Yankees come il suo successore, Bill de Blasio, ma ha resistito all’assimilazione.

L’ex sindaco di New York è un “problem solver” tutto tecnocrazia e zero empatia. Ha il problema non secondario della likability

 

 

Bloomberg è l’anti Trump anche per la sua totale, arcigna, convinta disconnessione dalla cultura popolare. Non guarda la televisione, non segue la musica, non vede film che non abbiano più di quarant’anni, non ha mai visto i Sopranos, Sex and the City, Seinfeld, forse nemmeno il Saturday Night Live, figurarsi se si è mai imbattuto nei reality show che – quelli sì – hanno davvero fatto la spettacolare fortuna mediatica di Trump, uno che quando ha lanciato la campagna elettorale, quattro anni fa, aveva una riconoscibilità del nome stimata attorno al 97 per cento. Tutti gli americani sapevano chi era, e non perché ne avevano letto o per sentito dire, ma perché era un pezzo della loro vita quotidiana. Bloomberg fa della sua ignoranza pop un punto d’onore, considerandola una testimonianza della sua occupazione su cose più serie, ma esiste un vecchio filone giornalistico esclusivamente dedicato al motteggio del tratto legnoso, narrativamente soporifero di un personaggio che era distratto quando hanno distribuito il senso dell’umorismo. L’unica cosa divertente che ha fatto ispirare, con i suoi messaggi alla città in spagnolo, la parodia twitter El Bloombito, implacabile presa in giro plurilingue degli impacci dell’ex sindaco, che è stata rivitalizzata dopo l’annuncio della candidatura. Trump avrebbe potuto dargli come nomignolo sleepy Michael se non ci fosse stato già sleepy Joe, e così ha ripiegato su little Michael, un classico che quattro anni fa ha funzionato bene con Marco Rubio.

 

Essere l’anti Trump pone quindi la questione della likability, che è qualcosa di diverso dall’essere gradevole, è il potere di far immedesimare, di magnetizzare, di muovere qualcosa in chi partecipa a quel grandioso rito della religione civile che sono le elezioni americane. La likability è il motivo per cui i candidati devono esporsi al tribunale del diner, le conversazioni fintamente autentiche che vanno in scena nei ristoranti popolari con i tavoli di formica e l’odore di fritto. Tutti stralunano gli occhi di fronte a questa liturgia logora che forse aveva un senso negli anni Settanta, ma alla fine si torna sempre lì, la forza di gravità della tradizione vuole il candidato in camicia di flanella che si beve una birra con dei minatori in cassa integrazione della West Virginia e ascolta le loro preoccupazioni sulla piaga del fentanyl. Il candidato che si è presentato come “jobs creator, leader, problem solver”, un trittico scacciasentimenti, non è equipaggiato per questo tipo di scontro. Trump, che in quanto a istinto e fiuto per gli umori del demos ha mostrato di saperne qualcosa, ha trovato la sintesi twittarola efficace: He doesn’t have the magic to do well. E’ il candidato del raziocinio e del calcolo, non della magia. Bloomberg è politicamente in aperto contrasto con lo spirito del tempo, e anche questo fa di lui un aspirante anti Trump. Mentre tutto parla di polarizzazione, radicalizzazione, politiche identitarie, tribalismi, confini e modelli sociali da ripensare profondamente, la destra si spacca fra etnonazionalisti e liberal-conservatori, la sinistra fra radicali per la patrimoniale e residui dell’establishment post-clintoniano, lui sostiene moderazione e pragmatismo sulle questioni domestiche, liberoscambismo e engagement americano sul fronte esterno. E’ un candidato preso dalla fine della storia, ed è appena ovvio che i vari rappresentanti della sinistra-sinistra, da Sanders a Warren, passando per Alexandria Ocasio-Cortez e la Squad tutta compatta, vogliano cavare la pelle al miliardario che si vuole comprare le elezioni.


Dicono che la sua campagna danneggerà il moderato Biden, ma lui parte dall’assunto che il candidato da battere è Warren 


I suoi consiglieri dicono che le sue qualità di tecnocentrista si esprimeranno in modi inediti, seguendo una strategia irrituale. Bloomberg non parteciperà alle sfide nei primi quattro stati, entrando in corsa soltanto nel Super Tuesday, il 3 marzo 2020. L’architettura della campagna si basa su alcuni assunti. Primo, che la confusione nel campo democratico durerà fino a primavera, senza l’emergere di un chiaro frontrunner; il secondo assunto è che l’idea per cui è lui candidato meglio posizionato per battere Trump alle elezioni generali arriverà anche agli afro-americani e alle donne, gruppi su cui Bloomberg fatica a fare presa, per usare un eufemismo; il terzo assunto è che sia falsa l’idea per cui gli elettori di sinistra vogliono un candidato più radicale e diverse o comunque chiedono uno spostamento dell’asse del partito verso posizioni più progressiste. Il suo staff, capitanato dal consigliere Kevin Sheekey, è convinto che si tratti di una narrazione fasulla introdotta, per ragioni da chiarire, nel flusso delle news dagli opinion-makers democratici. Gli elettori vogliono invece soluzioni concrete e moderate, e sarà da vedere il modo in cui le proposte di un democratico diventato repubblicano, poi diventato indipendente e tornato democratico, reagiranno con quelle di Joe Biden e Pete Buttigieg, che al momento occupano lo spazio più moderato dello spettro democratico. Ma anche su questo Bloomberg parte da un assunto: nessuno di questi due arriverà fino in fondo, il candidato su cui fare la corsa è Elizabeth Warren. Come ha chiosato il quotidiano politico, il ragionamento “ha un senso logico in astratto, ma richiede la sospensione dell’incredulità su moltissimi fattori politici che sono fuori dal suo controllo”. La strada per diventare l’anti Trump è lunga anche per un leader con idee astrattamente funzionanti e tutti i milioni che servono per metterle in pratica.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.