La Warren mobilita la sua gente un selfie alla volta

Paola Peduzzi

La senatrice americana approfitta della crisi di Biden e Sanders, corteggia (ricambiata) i radicali e si nega al Big Tech

Milano. Elizabeth Warren è sulla bocca di tutti, i sondaggi crescono per lei, le aziende la temono e la cercano allo stesso tempo (e lei si nega, si nega, si nega), il Partito democratico fa i conti con un suo consolidamento nella corsa delle primarie, l’elettorato impara a conoscerla e si sente importante perché non si sente dire mai di no alla richiesta di un selfie. La senatrice del Massachusetts si trova in questo momento nel punto esatto in cui si allineano le stelle: Joe Biden, finora il favorito tra i democratici pur con molti sospiri (è vecchio, è controvento rispetto allo scivolamento a sinistra della base liberal), si è ritrovato nel raggio di tiro del presidente Donald Trump, e ora non può che difendersi, ribattere, parare i colpi; Bernie Sanders ha avuto un malore, ha sospeso temporaneamente la sua campagna che andava benino ma non aveva ancora ritrovato il fuoco del 2016 – chissà, forse è perso per sempre – e la malattia non farà che aumentare i dubbi sul candidato-troppo-vecchio (Sanders ha 78 anni, Biden 76, Trump 73 e la Warren 70). E nell’aria c’è l’impeachment, naturalmente, che non soltanto sta schiantando Biden, ma sta anche tirando fuori il peggio di Trump, radicalizzando ancora di più il dibattito e scacciando via tutti i moderati.

 

Questo punto esatto è il migliore per la Warren, la più moderata tra i radicali, terrore di Wall Street e della Silicon Valley (la Warren vuole fare il Big Tech in piccoli pezzi) ma con i piedi per terra, concreta e competente: una con un progetto, insomma. Wall Street continua a essere molto ostile alla Warren, alcune fonti hanno voluto far sapere ai media che se fosse lei la nominata dei democratici preferirebbero tenersi Trump, ma nella Silicon Valley è già in corso un processo di adattamento. Mark Zuckerberg, patron di Facebook, è stato intercettato mentre diceva che una vittoria della Warren “sucks”, è un inferno, ma molti pragmaticamente stanno cercando di avvicinarsi alla loro nemica, e anzi si lamentano del fatto che lei continui a ignorarli.

La Warren ha risposto con uno spot in cui mette insieme tutte le critiche dei businessman, la prova che lei è la candidata del popolo. La senatrice è anche sempre stata a favore dell’impeachment, anche quando l’establishment del Partito democratico diceva per carità e guerreggiava con i neo deputati per evitare un’azione a lungo considerata suicida. Piano piano, la Warren si è avvicinata ai Justice Democrats, il gruppo di strateghi e attivisti che ha portato a Washington la beniamina dei liberal radicali, Alexandria Ocasio-Cortez, e che non perde occasione di tracciare un solco profondo tra i moderati e i radicali. Ancora oggi i Justice Democrats definiscono Nancy Pelosi, speaker della Camera custode dell’establishment che infine ha ceduto alle pressioni per l’impeachment (ma non è un boomerang questa operazione?, le ha chiesto il direttore del New Yorker David Remnick, e la Pelosi ha risposto: “Non ha importanza. Trump non ci ha lasciato altra scelta”) una “democratica” tra virgolette, indegna rappresentante dell’elettorato liberal. La Warren invece ottiene cuori dai Justice Democrats: non c’è un patto esplicito, ma il corteggiamento reciproco va molto bene.

 

L’allineamento delle stelle non è naturalmente una assicurazione per il futuro, e anzi alcuni esperti dicono di stare attenti a questi assestamenti temporanei, perché le ripercussioni dell’impeachment sono ancora tutte da vedere e quantificare. Joe Biden poi non si dà per vinto, anche se continua a essere nel mirino del Trump furioso e recidivo che ieri ha detto pubblicamente che una potenza straniera, in questo caso la Cina, dovrebbe “investigare i Biden”. L’ex vicepresidente sta cercando di fare calcoli elettorali mentre difende faticosamente l’immagine pubblica sua e di suo figlio Hunter, e guarda al sud dell’America, dove la Warren è più debole. Politico l’ha definita “la strategia della fortezza del Super Tuesday”, riferendosi alle primarie del 3 marzo del 2020 in cui si nomina circa il 40 per cento dei delegati della convention e in cui votano molti stati del sud e di confine che sono storicamente più inclini a votare democratici moderati. In queste aree è rilevante il voto degli afroamericani, che non sembrano attratti dalla Warren (anche se si stanno pure loro spostando verso di lei).

 

Biden cerca di guardare oltre il buio, ma la Warren si butta in mezzo alla gente, rubandogli anche l’arma dell’empatia: la senatrice non organizza cene di fundraising con i grandi finanziatori, non si concede alle corporation e si gode il suo luccichio facendo lunghe conversazioni e organizzando le file per fare i selfie con lei. E li rituitta pure. “Creiamo e mobilitiamo la nostra base – ha detto la sua portavoce – una faccia alla volta”.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi