Trump a Zelensky: “Mi faresti un favore?”

Daniele Raineri

Il presidente ucraino chiede agli Stati Uniti missili Javelin, il presidente americano gli chiede di lavorare su Biden e figlio

Roma. Mercoledì la Casa Bianca ha fatto circolare un riassunto della telefonata del 25 luglio tra il presidente americano Donald Trump e quello ucraino Volodymyr Zelensky (ma non la trascrizione esatta delle parole). Zelensky ringrazia Trump per gli aiuti militari e gli dice che l’Ucraina ha bisogno di comprare altri missili Javelin perché sono necessari alla sua difesa. I Javelin sono missili anticarro sofisticati di produzione americana e nel 2018 l’Amministrazione ne aveva mandati 210 all’Ucraina. 

  

 

L’idea è che se una forza armata convenzionale decidesse di intervenire in Ucraina a favore dei separatisti e di avanzare e prendere altro territorio (leggi: i russi) i missili anticarro americani sarebbero indispensabili per rallentare o bloccare del tutto i tank. E infatti quando gli americani spedirono agli ucraini la prima tranche di Javelin il presidente russo Vladimir Putin ne fu molto contrariato. Trump al telefono dice di sì e risponde: “Ho bisogno di un favore però” e chiede a Zelensky due cose: una è di investigare CrowdStrike, l’altra è di lavorare assieme con il suo consigliere Rudolph Giuliani e con il ministro della Giustizia, William Barr, al fine di indagare per corruzione Joe Biden, che è il suo più importante sfidante democratico alle elezioni 2020, e il figlio Hunter – che a quel tempo lavorava nel consiglio d’amministrazione di un’industria petrolifera in Ucraina. Zelensky non si espone e se la cava bene nella conversazione, che in pratica da parte sua è una sequenza di complimenti a Trump.

  


  Il riassunto della telefonata del 25 luglio tra il presidente americano Donald Trump e quello ucraino Volodymyr Zelensky


 

Il riferimento a CrowdStrike è puro nonsense trumpiano. Una teoria del complotto in voga fra i paranoidi americani afferma che uno dei server del Partito democratico sia sfuggito ai controlli dell’Fbi e che conterrebbe informazioni molto importanti per capire chi ha davvero violato le mail dei democratici (è una teoria che tenta di assolvere i responsabili: l’intelligence russa). Secondo i complottisti il server sarebbe fisicamente in Ucraina, custodito dall’azienda CrowdStrike che è specializzata in sicurezza informatica ed è citata nel rapporto Mueller. Il server fantasma non esiste e CrowdStrike in realtà è un’azienda californiana e non ucraina, e mercoledì dopo la diffusione del riassunto della telefonata non sapeva come rispondere all’improvviso rigurgito di notorietà. La richiesta di Trump che conta è la seconda: a Zelensky è chiesto di lavorare con Barr e Giuliani per investigare su Biden e suo figlio. Di fatto già soltanto questo è un abuso di potere. Il presidente americano non può chiedere a una nazione straniera di investigare il suo avversario politico e si capisce perché sia il direttore dell’intelligence nazionale sia l’ispettore generale dell’intelligence avevano subito trasmesso al dipartimento di Giustizia la denuncia dell’agente dei servizi segreti che aveva ascoltato la telefonata. Il dipartimento di Giustizia però aveva rifiutato di indagare: del resto nella telefonata si sente Trump che chiede agli ucraini di mettersi d’accordo con il capo del dipartimento di Giustizia americano per fare una cosa che il presidente non avrebbe dovuto chiedere.

 

La richiesta d’impeachment ruoterà tutta attorno a questa conversazione del 25 luglio. I trumpiani tenteranno di dire che non c’è un ricatto perché Trump non dice in modo esplicito “fate così altrimenti vi blocchiamo gli aiuti”, ma già la richiesta “ho bisogno di un favore” come si è detto è sufficiente. La ricerca del “dirt”, ovvero del materiale compromettente in grado di stroncare la campagna elettorale di un avversario non potrebbe essere più chiara. Trump era appena uscito dall’indagine sulla collusione con la Russia, voleva rendere il colpo.

 


Joe Biden e Donald Trump (foto LaPresse)


 

Come spiega il Washington Post, da mesi si parlava dentro lo staff di Trump di come mettere nei guai Biden con una storia ucraina. Alcuni funzionari, quelli più tecnici del dipartimento di stato, tentavano di evitare che Trump e Zelensky si incontrassero di persona o si parlassero al telefono perché avevano capito alla perfezione dove si andava a parare: in una richiesta di favori che non hanno nulla a che vedere con la politica estera americana. Ma il clan del presidente insisteva in quella direzione e il suo ex avvocato Rudolph Giuliani si era già preso il compito di capo dell’operazione. Aveva già fatto alcuni viaggi in Ucraina, sempre alla ricerca del “dirt”, lo sporco.

 

Trump nella conversazione dice che Joe Biden ha fatto licenziare il procuratore generale Viktor Shokin perché voleva che non investigasse sul figlio. Ma Shokin era considerato dagli ucraini un procuratore che paralizzava le inchieste contro la corruzione ed era visto come una delle cause dei problemi del paese con i corrotti. Biden si vantò del licenziamento di Shokin come di una grande svolta contro la corruzione, che finalmente sbloccò fondi per un miliardo di dollari a favore dell’Ucraina.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)