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L’impeachment e l’alleato perduto dell’Ucraina

Raccontarsi da presidente senza battute da “bazar”. La versione di Zelensky

5 Dicembre 2019 alle 20:20

L’impeachment e l’alleato perduto dell’Ucraina

Volodymyr Zelensky con Donald Trump (LaPresse)

Roma. Attorno alle indagini sull’impeachment che si muovono di giorno in giorno – mercoledì tre dei quattro costituzionalisti interpellati dalla commissione Giustizia alla Camera hanno detto che le azioni imputate a Donald Trump sono sufficienti per destituirlo – ruotano le versioni, le diverse verità su quello che è successo prima, durante e dopo la telefonata tra il presidente americano e il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky. Il capo della Casa Bianca continua a dire di aver chiesto un favore – “do me a favor” – non per se stesso, ma per l’America e a caccia della versione trumpiana della verità si è mosso il suo avvocato personale Rudy Giuliani, in questi giorni in Europa. L’ex sindaco di New York è stato prima a Budapest e poi a Kiev per incontrare gli ex procuratori ucraini e raccogliere materiale contro l’impeachment che non servirà né alle indagini, né alla difesa di Trump durante il procedimento. La ragione di questo viaggio inaspettato è quasi cinematografica: con tutto il materiale verrà realizzata una serie di documentari che saranno prodotti dalla One American News (Oan), un’emittente conservatrice.

 

Lo scorso anno Rudy Giuliani aveva programmato di incontrare il presidente, o meglio, l’attore eletto presidente, ma non ancora in carica. Era maggio, Volodymyr Zelensky aveva vinto da poco le elezioni, mancava qualche giorno alla sua cerimonia di insediamento e lui non sapeva granché di Rudy Giuliani, ma aveva chiaro che dire di no a un emissario del presidente degli Stati Uniti sarebbe stato difficile e anche rischioso, visto che per Kiev gli Stati Uniti sono un partner di riferimento. Zelensky è un uomo di spettacolo, un ex comico, un produttore televisivo, un pessimo battutista, noto per il suo umorismo basso – da bazar, direbbero i russi. Ma ha sempre saputo di non essere un politico professionista e a quell’incontro con Giuliani cercò di arrivarci preparato e, come racconta Franklin Foer sull’Atlantic, riunì tutti i suoi consiglieri nella sede della sua compagnia di intrattenimento per farsi dire come comportarsi e farsi riferire cosa c’era da sapere su Giuliani. L’incontro non c’è mai stato, il New York Times aveva rivelato il programma del viaggio e l’avvocato personale cancellò la visita. Pochi mesi dopo il presidente ucraino si è ritrovato all’improvviso al centro del palco della politica americana, dove si disquisisce anche della corretta traslitterazione della capitale ucraina Kiev – “si scrive Kyiv o Kiev?” scrivete Kyiv, ha detto l’ambasciatore ucraino a Washington – e a dover difendere il nome della propria nazione.

   

Dopo il rumore dei mesi scorsi e dopo aver preso le distanze e fatto la conta degli alleati Volodymyr Zelensky ha deciso che è arrivato il momento di raccontare la sua versione di quel “do me a favor” e anche di chiarire il ruolo che l’America dovrebbe avere, ma non ha più. Lo ha fatto in un’intervista rilasciata al Time, al Monde, allo Spiegel e a Gazeta Wyborcza in cui oltre a parlare del difficile vertice che lo attende la prossima settimana a Parigi, dove incontrerà Vladimir Putin per cercare di risolvere la guerra nel Donbass, ha chiarito il peso dell’impeachment sulla politica del suo paese. L’America, dice il presidente, “è un segnale, per il mondo, per tutti. Quando l’America dice che l’Ucraina è corrotta, questo è il segnale più difficile (...). Tutti sentono questo segnale, che dice a investitori, banche, stakeholder ‘Va via di lì’” e, continua Zelensky, una cosa del genere a un paese amico non si fa. L’impeachment ha messo Zelensky in una posizione difficile che all’inizio aveva cercato di risolvere da comico ringraziando Trump per aver reso l’Ucraina famosa in tutto il mondo ed eludendo le domande con battute discutibili: “Non voglio che sembri che stia interferendo nelle elezioni americani”, ma adesso ha realizzato di essere stato abbandonato da un alleato internazionale, teme Putin e le sue promesse. Come scrive Franklin Foer nel lungo ritratto del presidente, è arrivato per lui il momento di mostrare quello che pensa, di comportarsi da capo di stato: “Le trovate astute possono aiutare a vincere le elezioni, ma non possono salvare la presidenza”.

Micol Flammini

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