Gli uomini della Berkut scambiati da Kiev fanno infuriare gli ucraini

Micol Flammini

Una parte dell’Ucraina si sente tradita dalle trattative con Mosca e da Zelensky, pronto al compromesso. Il ricordo del 2014

Roma. Nell’ambizioso scambio di prigionieri tra Mosca e Kiev i numeri sono di certo importanti, duecento prigionieri, centoventiquattro rilasciati dall’Ucraina e settantasei dalla Russia. Ma quello che è stato accolto come un momento importante, centrale, nella guerra che da cinque anni consuma l’est dell’Ucraina ha sollevato dubbi e proteste tra chi a Kiev si è concentrato sui cinque uomini della Berkut che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha accettato di consegnare a Vladimir Putin. Nella recente, recentissima, storia della nazione, gli uomini della Berkut sono legati ai tanti morti di Piazza Indipendenza durante le proteste contro il governo di Viktor Yanukovich e la sua decisione di stracciare l’accordo di associazione tra Unione europea e Ucraina. Il movimento era iniziato pacificamente ma terminò tre mesi dopo, nel febbraio del 2014, con molte vittime: secondo i dati del governo ucraino gli scontri hanno causato 130 morti, la maggior parte civili e i responsabili sono soprattutto gli uomini della Berkut, la polizia antisommossa dissolta proprio in seguito alle proteste.

 

Per Zelensky la soluzione del conflitto è una priorità, in questi mesi della sua presidenza ha deciso di stravolgere l’approccio che il suo predecessore, Petro Poroshenko, aveva tenuto nei confronti di quella guerra. Ha deciso di mettere da parte le questioni di principio e di cedere un po’ perché più la guerra va avanti più aumentano le vittime e i danni economici derivati da una parte della nazione in completa paralisi. Gli ucraini, che pure lo hanno eletto con il 73 per cento dei voti, dai primi passi che il presidente ha compiuto per risolvere il conflitto lo hanno contestato, rimproverandogli di aver deciso di fare troppe concessioni alla Russia. Dopo lo scambio di domenica, Zelensky ha cercato di spiegare perché i cinque uomini della Berkut, accusati di aver ucciso i partecipanti alle proteste nate per cambiare il futuro della nazione, erano stati mandati in Russia e liberati. “Se non avessimo scambiato i poliziotti della Berkut non avremmo avuto indietro i nostri uomini, persone vive – ha detto Zelensky ai giornalisti – se potessi regalare cento della Berkut per avere indietro i nostri, lo farei”. Il presidente, ex attore presentatosi dopo una campagna elettorale durata anni e condotta attraverso la serie tv di cui era protagonista, “Servo del popolo”, si era proposto come il degno prosecutore di quello spirito di rivolta, come colui che avrebbe portato a termine la lotta contro la corruzione e liberato la nazione dai fantasmi (russi) della storia passata, per gli ucraini quelle promesse stanno svanendo e non tutti capiscono la logica del compromesso che invece sembra guidare le decisioni di Zelensky.

 

Lo scambio di prigionieri avvenuto domenica tra Kiev e Mosca avrebbe dovuto essere la dimostrazione che durante l’incontro a Parigi, in presenza di Emmanuel Macron e Angela Merkel, il presidente ucraino e il suo omologo russo avevano preso degli impegni seri l’uno nei confronti dell’altro. Ma non sarebbe la prima volta che un passo così importante in quella guerra a bassa intensità non produce nulla. Germania e Francia si sono augurate che, come stabilito a Parigi, la prossima misura sarà un cessate il fuoco, ma i primi a essere scettici sono proprio gli ucraini, che non si fidano di Putin e nemmeno del loro presidente. Come scrive Dmitri Trenin, direttore dell’istituto Carnegie di Mosca, le premesse per un nuovo stallo, per una continua ebollizione lungo quei confini orientali che Kiev rivuole indietro e ai quali Mosca rimane attaccata, ci sono tutte ed è molto più probabile che il conflitto verrà congelato più che risolto. Oltre al problema con Mosca, adesso c’è un nuovo problema che è tutto interno a Kiev che non sembra in grado di accettare il realismo di Volodymyr Zelensky. Per l’Ucraina le nuove condizioni sono “un anatema e questo – scrive Trenin – non cambierà”.