Impeachment mogio

Daniele Raineri

L’ala dura dei dem uscirà indebolita dal voto inutile per cacciare Trump, occasione per i candidati moderati

Roma. La leader dei democratici al Congresso americano, Nancy Pelosi, ha accelerato la procedura di impeachment contro il presidente Donald Trump e il voto potrebbe essere prima di Natale. Come si sa, i democratici non hanno un numero di seggi al Senato per far passare il loro voto e quindi per rimuovere Trump perché serve una maggioranza qualificata dei due terzi. A meno che venti senatori repubblicani non cambino idea – ma non succederà – il voto per l’impeachment nasce morto. Questo vuol dire che a gennaio il pubblico americano potrebbe avere già assorbito e dimenticato tutta la faccenda, che pure al picco del suo svolgimento non eccitava granché il paese. Giornalisti e televisioni sì, ma gli elettori si sono a malapena accorti che stava succedendo qualcosa. La lancetta dei sondaggi a favore di Trump in pratica non si è mossa. Rivelazione ucraina dopo rivelazione ucraina, testimonianza dopo testimonianza, i trumpiani e il Partito repubblicano restano attaccati al presidente. Così, a meno di colpi di scena incredibili (ma siamo nell’èra trumpiana: potrebbe esserci una guerra da qui a Natale), l’ala più arrabbiata del Partito democratico potrebbe constatare davanti alla realtà che spingere molto sull’impeachment è stata una strategia che non ha portato ai risultati sperati. 

 

 

Il gruppo che premeva per una procedura di impeachment purchessia – per così dire: idealista. Basta che si parli molto e male di Trump – è la fazione più a sinistra del Congresso. Ha il volto di Rashida Tlaib, la rappresentante della Camera che la sera del primo giorno del suo mandato si fece riprendere in video mentre diceva “We’re gonna impeach the motherfucker” – più o meno: cacceremo quel bastardo – e delle altre rappresentanti della cosiddetta squad di Alexandria Ocasio-Cortez. Quando è venuto fuori lo scandalo ucraino, che in effetti è un caso solido di abuso di potere da parte del presidente, anche tutto il resto del Partito democratico si è convinto che non si poteva restare fermi. Persino Nancy Pelosi, che per molto tempo è stata la portabandiera dei democratici che si opponevano all’impeachment e invece adesso secondo il sito Politico è diventata la manager rigorosissima che prende tutte le decisioni che riguardano la messa in stato d’accusa del presidente. Forse è il modo di Pelosi di fare da parafulmine, così che gli elettori penseranno a lei e non ai candidati democratici quando vedranno il presidente Trump fare un balletto di vittoria dopo che l’impeachment si dissolverà al Senato, come dovrebbe avvenire nelle prossime settimane. Tutto questo rumore potrebbe finire in nulla.

 

 

Se questa procedura di impeachment destinata ad arenarsi avrà qualche conseguenza, potrebbe essere quella di riportare il Partito democratico un po’ meno a sinistra, come vorrebbe l’ex presidente Obama che del Partito democratico è l’intoccabile nume che non può essere contestato. A metà novembre Obama avvertì, senza fare nomi, che i candidati stavano andando “too far left”, troppo a sinistra, magari perché condizionati da attivisti molto rumorosi o da qualche onda su Twitter, che però non rappresentano l’elettore medio.

 

Già nei sondaggi si vede qualche calo importante per l’ala dura. Tutti i candidati democratici hanno perso punti di recente, ma a perdere di più è stata Elizabeth Warren, che nella corsa delle primarie occupa la posizione più a sinistra assieme a Bernie Sanders. I suoi sondaggi a livello nazionale sono i peggiori degli ultimi quattro mesi ed è tornata sotto la soglia del dieci per cento. Dopo la pausa delle feste e la fine dell’impeachment si vedrà se il partito tornerà più al centro e quindi se Joe Biden, il candidato moderato in testa ai sondaggi, comincerà oppure no a staccare gli altri con percentuali definitive.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)