Un ponte a Kiev

Micol Flammini

Putin torna a dialogare con l’Ue sull’Ucraina perché vede la chance di uscire dall’isolamento

Roma. La Russia ha riconsegnato a Kiev le tre navi sequestrate un anno fa durante la crisi nello stretto di Kerch, quando i militari russi spararono sulle imbarcazioni dirette a Mariupol, speronarono il rimorchiatore e catturarono i marinai ucraini, colpevoli, secondo Mosca, di entrare illegalmente in acque territoriali russe. Lo scambio, confermato sia dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov sia dalle autorità ucraine, è avvenuto al largo delle coste della Crimea, la regione annessa nel 2014 da Mosca dopo un referendum considerato illegittimo dalla comunità internazionale, che inasprì le relazioni tra le due nazioni, abituate a un rapporto di scomodo vicinato.

 

La decisione di riconsegnare le navi – i marinai erano stati già liberati a ottobre durante uno scambio di prigionieri – manifesta la volontà del Cremlino di dare dei segnali di fiducia e di essere convincente quando sostiene che ha davvero intenzione di risolvere il conflitto nel Donbass, la regione a est dell’Ucraina dove da cinque anni l’esercito regolare combatte contro i separatisti filorussi sostenuti da Mosca. La guerra nel Donbass ha causato tredicimila vittime, ha avuto un costo economico molto alto, sia per l’Ucraina sia per la Russia, e il Cremlino è intenzionato a risolverla. La sua presenza nelle repubbliche di Donetsk e Lugansk è sempre più difficile da nascondere e un impegno militare diretto non godrebbe nemmeno dell’appoggio della popolazione russa, sempre più stanca del costo delle guerre. Le ostilità sembravano destinate a durare per sempre, Petro Poroshenko, il primo presidente ucraino dopo la rivolta di Euromaidan, puntava tutto su una vittoria militare nel Donbass senza compromessi, ma l’arrivo di Volodymyr Zelensky, ex attore e con nessuna esperienza in politica, ha indicato la strada del compromesso come quella più fattibile e anche più rapida per poter risolvere un conflitto in continua ebollizione. Vladimir Putin ha deciso che era quello il momento migliore per dimostrarsi disponibile nei confronti di Zelensky, ma anche dell’Unione europea, che in questi anni ha sostenuto l’Ucraina economicamente e sanzionato Mosca, e come il suo omologo di Kiev anche lui ha fatto delle concessioni, impensabili fino a qualche mese fa, come lo scambio di prigionieri.

 

 

Zelensky voleva che i colloqui per risolvere la situazione nel Donbass avvenissero in presenza di Francia e Germania, secondo la formula prevista dall’ex ministro degli Esteri tedesco, ora presidente, Frank-Walter Steinmeier, e dopo settimane di attesa i negoziatori hanno stabilito che i rappresentanti delle quattro nazioni si incontreranno il 9 dicembre a Parigi. La presenza di Francia e Germania non dispiace nemmeno a Vladimir Putin che in questo momento ha bisogno e voglia di mostrare tutta la propria disponibilità per uscire dall’isolamento in cui gli ultimi episodi della politica internazionale l’hanno relegato.

 

Se il Cremlino sperava di ottenere in Europa una schiera di governi nazionalisti amici, questo desiderio si è infranto in fretta. I partiti filorussi che in questi anni avevano dichiarato guerra all’Ue non hanno governato o, se lo hanno fatto, come la Lega in Italia, lo hanno fatto per poco tempo, allontanando l’opportunità per Mosca di aumentare la sua influenza sul territorio europeo e rendendo la celebre sentenza di Putin sull’obsolescenza del sistema liberale obsoleta poco dopo averla pronunciata. Mentre il liberalismo è ancora in piedi e la democrazia rimane ancora il motore dell’Unione europea, con estrema fretta Vladimir Putin ha sfruttato l’estate per capire come riposizionarsi e uscire dall’isolamento e l’unica soluzione è mostrare alle nazioni europee che possono ricominciare a fidarsi della Russia. La soluzione del conflitto nel Donbass potrebbe diventare non un fine, ma un mezzo per ottenere la fiducia delle nazioni europee. Poco prima del G7 a Biarritz, il presidente francese Emmanuel Macron aveva ospitato il suo omologo russo nella sua residenza estiva di Brégançon e da quell’incontro aveva iniziato a parlare della necessità di riportare Mosca nel gruppo degli otto. L’idea era stata molto contestata, anche da Angela Merkel, ma ha riacceso in Putin la speranza di ricominciare a contare e ieri il capo del Cremlino ha parlato al telefono con il presidente francese per dare un segno ulteriore di disponibilità.

  

  

L’Ucraina è finita al centro di diversi affari internazionali, come la telefonata in cui Donald Trump chiedeva al presidente Zelensky di indagare Hunter Biden e suo padre Joe, suo avversario politico, in cambio di aiuti militari. Trump voleva usare Kiev come una pedina, un mezzo e anche Putin ora vede la stessa possibilità: usare la pace nel Donbass per riposizionarsi e uscire dall’isolamento.

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