Il mare d'Azov è l'ultimo fronte dell'assedio di Putin all'Ucraina

Micol Flammini

Il ponte troppo basso per i mercantili di Kiev, lo scontro a fuoco e il soffocamento economico. Ecco la guerra nel cuore dell’Europa 

Roma. Quella di domenica tra navi russe e ucraine è stata una battaglia. E la guerra è fatta di questo: di battaglie, fronti e morti. In Ucraina la guerra non è iniziata domenica con le tre imbarcazioni, un rimorchiatore e due cannoniere mandate da Kiev a superare lo stretto di Kerch che separa la Crimea e la Russia, e sequestrate da Mosca nel pomeriggio – in risposta oggi il Parlamento ucraino ha approvato la legge marziale. La guerra è iniziata nel 2014, quando a Kiev qualcosa si è incrinato, si è aperto un varco e la Russia ha capito che era il momento di intrufolarsi. Si è presa la Crimea, con un referendum la cui validità non è stata riconosciuta né dall’Unione europea né dalla Nato, fornisce aiuto – armi, uomini e denaro – ai separatisti filorussi nel Donbass e gli accordi di Minsk non sono mai stati rispettati. Il Donbass, la regione orientale dell’Ucraina, è diventata un buco nero, un vuoto, facile da ignorare o da riempire.

 

L’assedio va avanti da quattro anni e la guerra, che finora ha fatto più di diecimila morti, ha avuto le sue evoluzioni. Nella lontananza e nel silenzio si sono spostati i fronti e gli interessi. Ma un punto definitivo lo ha messo Vladimir Putin con la costruzione, terminata a maggio, del ponte che collega la Crimea alla terraferma, ossia alla Russia. Il ponte è stato propaganda, un corpo d’acciaio di quasi ventimila metri per collegare fisicamente a Mosca il territorio annesso, ma è stato anche il sigillo dell’invasione. Tutto è permesso e nel Donbass si continua a combattere. L’Ucraina schiera i suoi soldati da quattro anni, ne sono morti quasi quattromila, uno ogni tre giorni, e la Russia usa mercenari e volontari. Il ponte di Putin è lungo quanto basta per collegare la penisola al resto della terraferma, ma è anche alto a sufficienza per bloccare il traffico delle grandi navi mercantili che provengono dai porti ucraini e si dirigono a Mariupol’, città portuale e industriale, ma ancora ucraina che si trova a 800 chilometri da Kiev. 

 

Dal 2014 a oggi, i separatisti sono riusciti ad arrivare a ventiquattro chilometri da Mariupol’, città strategica, punto di accesso alla regione industriale del Donbass. Se via terra è ormai quasi impossibile accedere alla città, il ponte sullo stretto di Kerch ha bloccato il passaggio anche dal mare di Azov dove negli ultimi mesi si sono concentrati gli sforzi bellici di Russia e Ucraina. Con il ponte Mosca può controllare chi entra e chi esce dalla stretto. Da maggio le motovedette russe subordinate all’Fsb, i servizi segreti russi, hanno fermato più di centoquarantotto navi mercantili ucraine e straniere. È aumentato il numero di imbarcazioni da guerra russe, alcune sono state trasferite dal Caspio, dove dopo l’accordo raggiunto dalla Russia con Iran, Kazakistan, Azerbaigian e Turkmenistan sono meno necessarie, al mare di Azov che, secondo un trattato internazionale firmato nel 2003 da Vladimir Putin e l’allora presidente Leonid Kuchma, appartiene sia a Mosca sia a Kiev.

 

Ma a quel tempo le due nazioni andavano d’accordo, il capo del Cremlino sapeva di avere un suo alleato dall’altra parte del mare e della frontiera, poteva controllarlo senza usare troppa forza, bastava qualche garbata spinta. Le cose sono cambiate, a Kiev c’è stata Euromaidan, l’ex presidente filorusso Viktor Yanukovich è fuggito a Mosca, è arrivato Petro Poroshenko e il Cremlino, che da sempre è abile ad approfittarsi del caos, si è preso quello che non aveva mai smesso di considerare suo. La Crimea: era questa la regione che davvero lo interessava. Con il Donbass, che forse non gli importava più di tanto e che, secondo molti, Putin vorrebbe anche abbandonare, le cose non sono state così facili.

 

Presidiare il mare di Azov è fondamentale per controllare la città di Mariupol’ e tagliare l’Ucraina fuori dallo stretto di Kerch vuol dire creare delle forti perdite economiche a Kiev, soltanto a Mariupol’ e nella vicina Berdyansk lavorano circa ventimila ucraini impegnati nei porti dai quali partono le esportazioni di acciaio e grano. Da quando è stato costruito il ponte, ingegnosamente progettato basso per tagliare fuori le navi mercantili, i porti ucraini hanno perso il 30 per cento dei loro proventi.

 

La regione orientale dell’Ucraina è una parte vicinissima al cuore dell’Europa, della quale l’Europa si è dimenticata o, se si ricorda, lo fa a intermittenza. L’assedio va avanti, ostinato e ignorato. Nel Donbass mancano viveri e acqua potabile, non muoiono soltanto militari, muoiono anche i civili, 3.035 secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite. Una parte del mondo si è fatta prendere dal disinteresse, un’altra dalla propaganda, dal racconto di Mosca, dalla disinformacija che non era interessata a fomentare l’idea che in Ucraina c’è una guerra, fatta di battaglie, fronti e morti.

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