L'Italia e il mare di Azov

“Chiara violazione russa”, dicono i grillini. Imbarazzo della Lega

Valerio Valentini

Moavero chiede a Kiev e Mosca di “allentare le tensioni”, in linea con l’Ue. I precedenti e l’enfasi su Putin

Roma. Alla fine a indicare la strada, com’è doveroso che sia, arrivano le parole di Enzo Moavero Milanesi. “Chiediamo a tutte le parti di contribuire con mezzi politici e diplomatici ad allentare la situazione e le tensioni per evitare ulteriori rischi di destabilizzazione nella regione”, afferma il ministro degli Esteri italiano, riferendosi alla crisi tra Russia e Ucraina nel mare di Azov. Parole che scontate, a bene vedere, lo sono solo a prima vista. Ma è un fatto che la posizione del governo italiano è rimasta ambigua per una giornata di troppo, e già questo dà il senso della difficoltà con cui, dalle parti della Farnesina, si ritrovino a dover gestire la situazione. Un ritardo che risalta ancor più se lo si paragona alla prontezza con cui invece la Germania prima, e la Francia subito dopo, si sono proposte come possibili pacieri della controversia che è a metà tra il diplomatico e il militare, col ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, che ha definito “inaccettabile” ogni blocco da parte della Russia del passaggio nel mare di Azov. Posizione, quest’ultima, condivisa in verità dal governo gialloverde, o quantomeno dalla sua componente grillina, a giudicare dalle riflessioni che il sottosegretario del M5s Manlio Di Stefano consegna al Foglio, parlando di “una chiara violazione russa nella gestione dello stretto”. Mosca, spiega Di Stefano “si appella al fatto che entrambe le sponde sarebbero sul proprio territorio, adesso, ma nessuno a livello internazionale riconosce la Crimea come appartenente alla Russia”. E tuttavia più sfumata, a bene vedere, resta al momento la posizione italiana. E non solo per la silenziosa ma ferrea resistenza dei vertici della Lega a schierarsi, anche solo a livello diplomatico, contro Vladimir Putin. 

 

Il punto è anche che, spiegavano ieri deputati della maggioranza che fanno parte della commissione Esteri, l’Italia ha tutto l’interesse che il conflitto non degeneri, e “deve fare quello che può per evitare che l’Ue si schieri apertamente contro Mosca”. Concetto ribadito, a suo modo, dallo stesso Moavero, che ieri si è limitato a dichiarare che come governo, sulle eventuali sanzioni da comminare alla Russia, “definiremo la nostra posizione con i partner europei”.

 

E sono state le uniche parole, ci tengono a far notare i leghisti con ruoli di peso nell’esecutivo, che il ministro degli Esteri ha rilasciato in qualità di titolare della Farnesina. Per il resto, in effetti, è stato in qualità di presidente di turno dell’Osce che Moavero ha vergato un comunicato – firmato insieme col segretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa, Thomas Greminger – per lanciare a Russia e Ucraina “un appello alla moderazione e al dialogo”, così da giungere a una “de-escalation” nella “situazione già tesa nel mare di Azov e nello stretto di Kerch”.

 

E del resto quel certo imbarazzo con cui i leghisti si trovano ora a dovere giudicare con fermezza l’atteggiamento quantomeno aggressivo dello stimato Putin lo esibisce, senza grandi sforzi di dissimulazione, Raffaele Volpi, sottosegretario alla Difesa ed esponente della vecchia guardia del Carroccio, uomo assai ben informato su quel che accade negli ambienti dell’intelligence italiana e che, sfuggente come quasi mai gli capita d’essere, si stringeva nelle spalle, ieri pomeriggio, in Transatlantico, mentre guadagnava l’uscita sul cortile per godersi il suo immancabile sigaro: “La crisi tra Russia e Ucraina? C’è poco da dire, al momento non mi sembra si muova nulla da qui”, diceva sibillino.

  

Di certo, a dissipare la tensione in casa leghista, non ha contribuito la reazione di Jens Stoltenberg, il segretario della Nato, che ha immediatamente espresso il suo “pieno sostegno” al presidente ucraino Petro Poroshenko. “Noi non possiamo allinearci su quella posizione”, dicono i deputati salviniani. E d’altronde era stato il loro stesso leader, in un’intervista al Washington Post nel luglio scorso, a definire una “falsa rivoluzione” quella avvenuta in Ucraina nel 2014, e a certificare la legittimità del referendum di quell’anno. “Ci sono alcune zone storicamente russe, in cui c’è una cultura e delle tradizioni russe, e che quindi appartengono legittimamente alla Federazione russa”, aveva sentenziato. E perfino a una televisione ucraina, peraltro finanziata dal Cremlino, non più tardi di due mesi fa aveva rinnovato la sua stima nei confronti di Putin. Troppo, evidentemente, per poter voltargli le spalle ora.