L'ossessione georgiana

Micol Flammini

Tbilisi ha un nuovo presidente che fa fumare Putin. Sfilarsi senza provocare

Roma. La Georgia, come l’Ucraina, è un’ossessione per il Cremlino. Qualunque cosa fosse successa mercoledì nelle urne a Tbilisi, sia che gli elettori avessero votato per Grigol Vashadze o per Salome Zurabishvili, Mosca sapeva che non avrebbe potuto sperare in una vittoria filorussa. Alla fine ha vinto Salome Zurabishvili, una ex diplomatica, nata a Parigi da genitori fuggiti ancora bambini dall’arrivo dell’Armata rossa nel 1921, tornata in Georgia nel 2003 come ambasciatrice e cittadina francese. Fu Mikheil Saakashvili a conferirle la cittadinanza e successivamente la carica di ministro degli Esteri. Poi tra i due qualcosa si è rotto, lei accusò il presidente di aver condotto la nazione al suicidio con la guerra – e per questa affermazione è stata accusata dall’opposizione di essere una “traditrice” – lui la accusò di mancanza di patriottismo. La Georgia e l’Ucraina sono legate da un destino simile, da conflitti simili, vicini nel tempo e anche nello spazio. La recentissima storia georgiana, dove la guerra si è conclusa nel 2008, racconta che il paese lanciò un disastroso attacco contro l’Ossezia del sud, la Russia non aspettava altro, e indietro ricevette bombardamenti, soldati catturati, blocchi navali e morti. Quando il governo di Tbilisi si lanciò contro l’esercito di Mosca che sosteneva l’Ossezia del sud e l’Abkhazia, lo fece perché era convinto di avere il sostegno occidentale. Cosa che aveva, idealmente, ma l’Europa e gli Stati Uniti non avevano intenzione di cominciare una guerra contro la Russia. A far notare quante similitudini ci sono tra Georgia e Ucraina è Tony Brenton.

   

L’ambasciatore britannico a Mosca dal 2004 al 2008, sul Financial Times commenta: “Dobbiamo essere cauti e ragionare sul fatto che il nostro aiuto e la retorica solidale potrebbero spingere l’Ucraina lungo la stessa strada percorsa dalla Georgia”. O la Georgia di oggi sul sentiero della Georgia di dieci anni fa. Le elezioni di giovedì a Tbilisi, il ballottaggio tra una ex diplomatica francese e un ex diplomatico sovietico, si sono concluse forse nel migliore dei modi, anche se Vashadze ha detto che potrebbero esserci stati dei brogli e ha indetto una manifestazione per domenica. Salome Zurabishvili, più del suo rivale, sa che è meglio portare il suo paese lontano da Mosca senza fare rumore. Due anni fa la Zurabishvili era entrata in Parlamento come indipendente ma a queste elezioni aveva il sostegno del partito di governo Sogno georgiano che domina la scena politica dal 2012, quando riuscì a sconfiggere alle elezioni Mikheil Saakashvili che invece da lontano sosteneva l’altro candidato: Grigol Vashadze. Sono stati i suoi contrasti con l’ex presidente ad aver dominato la campagna elettorale durante la quale la Zurabishvili è stata accusata di essere filorussa, accusa gravissima in Georgia, per aver contestato la guerra del 2008 e di essere poco georgiana: “Parla meglio il russo e il francese della nostra lingua”, ripeteva l’opposizione che le rimprovera anche il libro scritto nel 2009 proprio sull’ex presidente.

 

Con la “La Tragédie géorgienne”, Salome Zurabishvili ha voluto raccontare come il paese, abbagliato dalla rivoluzione delle rose e dalla figura carismatica di Saakashvili, fosse poi scivolato nelle mani di una forma autocratica di potere, con morti sospette, sparizioni e corruzione. Anche se l’ex presidente non vive più in Georgia, ora è in Olanda, sono rimasti i suoi seguaci come Grigol Vashadze, che non le hanno mai perdonato di aver contribuito a distruggere il mito di Saakashvili e della guerra russo-georgiana. Di guerra la neoeletta presidente non vuole sentirne parlare, preferisce le relazioni diplomatiche, ha dichiarato sin dall’inizio della campagna elettorale di voler avvicinare la nazione all’Unione europea, di volere stringere rapporti sempre più stretti e aumentare gli accordi di cooperazione.

 

La Georgia inoltre è tra i paesi candidati per entrare nella Nato e l’appartenenza all’Alleanza atlantica per molti georgiani, che ancora sentono la Russia troppo vicina, è fondamentale e anche se la parola Nato fa infuriare la Russia, Zurabishvili ha già manifestato le sue intenzioni di continuare i colloqui e le trattative con l’Alleanza atlantica. Per l’ex ambasciatrice bisogna mediare, evitare lo scontro. Se non è mostrando i muscoli e provocando che si riesce a sfuggire all’ingerenza russa – lezione che l’Armenia, altra nazione caucasica che sogna l’Europa ma deve fare i conti con la Russia ha imparato già da qualche tempo – l’idea di Zubashvili è quella di usare le arti diplomatiche. Per un Vladimir Putin alla ricerca di consenso non poteva arrivare notizia peggiore di un presidente amante dell’Europa, atlantista e con nessuna voglia di mettere in moto i carri armati.

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