Così le aziende europee sono riuscite ad aggirare le sanzioni per la Crimea

Micol Flammini

Un’inchiesta di Radio Free Europe racconta il mondo degli affari nella penisola ucraina annessa illegalmente dalla Russia

Roma. Le prime sanzioni contro la Russia per l’annessione illegale della Crimea furono imposte dall’Unione europea e dagli Stati Uniti cinque anni fa. Mosca, attraverso un referendum non riconosciuto, dichiarò che la regione era di nuovo russa, non lo era più dai tempi di Nikita Krushev. La decisione portò al presidente russo un incredibile aumento dei consensi, l’“effetto Crimea” è diventato un èra della presidenza del capo del Cremlino, ma fu quello il momento in cui le relazioni tra Bruxelles e Mosca si incrinarono del tutto. Le sanzioni sono un nodo fondamentale del rapporto tra Ue e Russia e una recente inchiesta del sito Radio free Europe in collaborazione con Voa e con il progetto anticorruzione Municipal Scanner ha scoperto che non sono poche le aziende che sono riuscite ad aggirare il blocco e hanno continuato a fare affari con la Crimea e con la Russia. Le sanzioni dell’Ue proibiscono “tutti gli investimenti esteri” in Crimea, nonché “i servizi relativi alle attività turistiche, compreso il settore marittimo, il settore dei trasporti, delle telecomunicazioni, dell’energia e dello sfruttamento del petrolio, gas e minerali”. L’indagine ha rivelato che decine di società europee, principalmente holding offshore, hanno continuato in questi cinque anni a fare affari in Crimea. Nell’inchiesta figurano imprese di trasporti, aziende vinicole e grandi catene di alberghi.

 

La compagnia di Traghetti TIS Krym è una delle società che appartengono ad Aleksander Annenkov, ex ministro dei Trasporti russo e proprietario di un gruppo chiamato AnRuss Trans. A partire dal marzo del 2016 una compagnia cipriota, la Avimalink Enterprises Ltd, ha gradualmente acquistato quasi tutte le quote della compagnia di traghetti per poi cederle di nuovo a Annekov nel 2018. Anche la moglie e la figlia dell’oligarca sono proprietarie di una società cipriota che si occupa di trasporto per merci e persone, la Sandray Trading Limited, che tra le varie sedi ne ha anche una Sebastopoli. Ma tra tutte le proprietà degli Annekov la più interessante è la TIS Krym che nel 2014 era la compagnia dei trasporti prescelta da Mosca per portare personale russo in Crimea, soprattutto soldati mercenari, gli omini verdi del Cremlino. All’epoca il direttore della compagnia era Serhiy Khodko, un funzionario locale insignito dal ministero della Difesa russo di una medaglia per aver partecipato al “ritorno” della penisola ucraina al controllo russo.

  

L’inchiesta si estende anche a proprietari di marchi di vini e liquori che, nonostante il bando, hanno continuato a operare in Crimea. La società Inkerman ha segmentato il proprio mercato: in Crimea produce vini da esportare in Russia, nel resto dell’Ucraina vengono prodotti i vini da vendere in altre parti. La società con i suoi due segmenti è controllata da un’azienda svedese, Inkerman International AB, che fa riferimento al magnate ucraino Valeriy Shamotniy. Contrariamente a quanto avvenuto a Cipro, il ministro degli Esteri svedese ha presentato domande su potenziali violazioni delle sanzioni, ma non ci sono state risposte, tuttavia nelle etichette dei vini prodotti dalla Inkerman non viene nascosta la provenienza: Sebastopoli.

 

L’ultimo settore che viene preso in considerazione è quello alberghiero. A Yalta, nella Crimea meridionale, sorge l’Hotel Sevastopol con piscina all’aperto, palestra e camera con vista sul Mar Nero. A beneficiare dei proventi dell’albergo è una donna d’affari ucraina che lo controlla attraverso una catena di società con sede in Unione europea nonostante l’Ue proibisca l’apertura di nuove attività e investimenti nell’industria del turismo nella Crimea controllata dalla Russia. La società proprietaria dell’hotel è la Pensionat Sevastopol Ltd, controllata da una compagnia di Cipro denominata TMM Holdings Limited. Una partecipazione del 13 per cento della società è controllato dalla britannica BNY (Nominees) Limited.

 

L’inchiesta è dettagliata, contiene nomi, commenti e interviste, ma lascia intravedere un problema che in cinque anni è cresciuto senza che l’Ue potesse effettivamente prendere delle misure adeguate.

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