L'Ucraina ha 487 ragioni per non fidarsi di Mosca. Parla Alexei Nikitin

Micol Flammini

Cosa aspettarsi nel Donbass dopo l’incontro tra Putin e Zelensky

Roma. La guerra nelle province di Donetsk e Lugansk nell’Ucraina orientale è entrata nella politica, nella storia e nelle vite degli ucraini che sperano che questo conflitto finisca in fretta e vivono le minacce russe come un’interruzione del loro futuro, un futuro che in tanti avevano immaginato proiettato sempre di più verso l’occidente. Quella speranza era nata nel 2013, aveva il nome di un movimento, Euromaidan, una rivolta che portò alla fuga dell’allora presidente filorusso, Viktor Yanukovich, ma anche alla morte di tanti manifestanti e alla perdita del controllo in Crimea e nelle zone orientali del paese, nel Donbass. Tra chi in quel movimento aveva sperato c’è Alexei Nikitin, scrittore ucraino di lingua russa (“Victory Park” è il suo ultimo romanzo uscito in Italia per Voland), ex fisico (ha anche partecipato alla costruzione del sarcofago per mettere in sicurezza la centrale di Chernobyl), che ci spiega come tutto sia partito da lì, da quelle proteste, da un lungo processo e progetto di ristrutturazione che l’Ucraina è ancora ansiosa di compiere. E anche come l’incontro che si è tenuto ieri a Parigi tra il presidente russo e il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, ha segnato un momento importante nella storia del conflitto, ma da guardare anche con diffidenza. E di ragioni per essere diffidente, Nikitin ne ha molte: “Ho almeno 487 ragioni per dubitare del fatto che il capo del Cremlino rispetterà gli accordi, indipendentemente da ciò che promette. Sono tante ragioni quanti sono gli accordi che Putin ha violato finora, (407 trattati bilaterali con l’Ucraina e 80 internazionali), li ha calcolati il ministero degli Esteri ucraino”.

 

 

L’Ucraina è diventata il centro di ogni cosa. Di una rivolta, di un impeachment, anche il cuore della campagna elettorale d’oltreoceano. In questi anni tra le varie atrocità compiute c’è stato anche l’abbattimento di un volo di linea che viaggiava da Amsterdam a Kuala Lumpur. Morirono 298 persone. Il primo tentativo di fermare la guerra nel Donbass è stato durante i colloqui di Minsk, ma il cessate il fuoco stabilito nel 2015 non venne mai rispettato e questa volta il vertice, nel formato Normandia, è stato organizzato a Parigi sotto la mediazione del presidente francese, Emmanuel Macron, e della cancelliera tedesca, Angela Merkel. Era la prima volta che il capo del Cremlino e il suo omologo ucraino si incontravano, il momento era stato preceduto da tre telefonate e da uno scambio di ostaggi. Ieri non era il giorno delle decisioni, ma il momento delle dimostrazioni, far vedere che esiste la volontà di smuovere la situazione, di pensare a un Donbass pacificato, a un’Ucraina non più divisa a metà e per questo l’incontro in sé ha segnato una tappa importanti dopo tre anni di gelo diplomatico. Ognuno dei quattro aveva le sue ragioni per essere lì: Macron per dimostrare la sua abilità diplomatica e per farsi alfiere del riavvicinamento tra l’Europa e la Russia; Merkel perché è l’unica, assieme a Putin, a seguire le vicende dal 2014 e adesso deve discutere con il presidente russo anche dell’omicidio di Zelimkhan Khangoshvili, il ceceno ucciso a Berlino nell’agosto scorso e della cui morte la Germania ha accusato i servizi russi; Volodymyr Zelensky perché ha vinto le elezioni promettendo di combattere la corruzione e di porre fine al conflitto nel Donbass. Il capo del Cremlino era lì perché molto, forse tutto, dipende da lui. Eppure a essersi trasformata in questi anni, osserva Nikitin, è stata l’Ucraina più che la Russia, la guerra ha cambiato il paese dal punto di vista politico, economico e storico, il fatto che tutto dipenda da Vladimir Putin e dal ruolo che in questa pace vorranno affidargli non è un buon segnale: “A Putin non deve essere permesso di avere un compito strategico, gli accordi di pace non dovrebbero far leva su di lui”. 

 

L’Ucraina in questi anni si è trasformata in una grande storia internazionale, tutto passa da lì, da un conflitto tenuto a bassa intensità in cui politica locale e affari esteri si incontrano. Kiev per risolvere il conflitto è disposta a tutto, anche a erigere un muro che la separi dalla Russia, che la renda fisicamente meno vulnerabile.

 

Sono stati cinque anni senza fine, e l’elezione alla presidenza di Volodymyr Zelensky, un attore, un comico senza esperienza politica alcuna, ha entusiasmato e allarmato. Gli ucraini volevano il cambiamento e hanno mosso molti rimproveri a Petro Poroshenko, eletto presidente dopo le manifestazioni e la cacciata di Yanukovich, e soprattutto l’accusa di non aver mantenuto le promesse. Nikitin non è d’accordo: “Non ha rispettato tutto quello che aveva promesso in campagna elettorale ma il fatto che l’Ucraina, in guerra, sia stata in grado di ripristinare uno stato e un’economia funzionanti dopo aver perso tre regioni industrialmente sviluppate, e un esercito pronto a combattere, sono tutti risultati della presidenza Poroshenko”. Molti intellettuali erano scettici nei confronti di Zelensky e oggi tanti ucraini non approvano il suo approccio pacifista nel Donbass, ritengono sia pronto a fare troppe concessioni alla Russia e l’impeachment di Donald Trump non ha giovato né alla sua immagine interna né internazionale: “Sono pronto a credere in Zelensky – dice Nikitin al Foglio – si è trovato in mezzo a un groviglio di situazioni difficili, il suo futuro dipende molto dalla sua capacità di crescere come politico. In questo momento la dignità del paese corrisponde alla sua dignità, deve capire che il livello di approvazione dell’artista Zelensky non corrisponde a quello del presidente e i problemi che si trova ad affrontare li può risolvere il politico, non l’attore. Per il resto credo che davvero Zelensky voglia fermare la guerra, i militari ucraini non hanno attraversato i confini del loro paese, non hanno invaso il territorio di un altro stato e, tuttavia, rimanendo in Ucraina, muoiono ogni giorno. Interrompere questo flusso di morti è un desiderio naturale di qualsiasi persona”. Il problema, dice lo scrittore, sta nelle illusioni, chi davvero può risolvere il conflitto non è Zelensky: “Le chiavi della pace in Ucraina sono in tasca a Putin. La concederà in due casi: o questa guerra – sia politicamente sia economicamente – è diventata troppo costosa, o Zelensky acconsentirà a una pace che porterà a Putin più benefici della guerra”. Attraverso l’Ucraina la Russia vede l’Europa, normalizzare i rapporti con Kiev vuol dire normalizzarli con Bruxelles. Ma c’è anche un sospetto, come scrive l'Economist, dietro alla nuova disponibilità del presidente russo: ridare all’Ucraina il Donbass distrutto dalla guerra, stanco e ubriaco di propaganda russa, nasconde la speranza di rendere ancora più difficile il percorso della nazione verso l’occidente, verso l’Europa.

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