Perché Nancy Pelosi ha cambiato idea sull'impeachment

Paola Peduzzi

Se persino lei, la “sottile linea blu” a difesa dei moderati democratici, decide che ne ha avuto abbastanza, vuol dire che questa volta il sopruso presidenziale è davvero grave

Milano. Nancy Pelosi ha cambiato idea, lei che diceva che l’impeachment “divide il paese e non ne vale la pena”, lei che rappresenta quella che a Washington chiamano la “sottile linea blu” che demarca e protegge i moderati del Partito democratico dagli scossoni verso sinistra, lei che sostiene che la responsabilità di un politico “è fare le cose, non soltanto sostenerle, è avere una soluzione non soltanto ingaggiare battaglie su Twitter”, lei, la speaker del Congresso americano, ha dato il via all’inchiesta per l’impeachment di Donald Trump.

 

Che cosa è cambiato in questi ultimi giorni? La decisione è stata presa lunedì sera, quando la Pelosi ha detto ad alcuni collaboratori: “L’impeachment è ormai inevitabile” e nella giornata di martedì la speaker ha preparato l’annuncio, lasciando intendere il suo cambiamento, delineando il campo di battaglia – le pressioni a leader stranieri per obiettivi elettorali riguardano un tema cui gli americani sono sensibili: la sicurezza nazionale – e facendo cuocere a puntino Trump, impegnato e quindi distratto alle Nazioni Unite, che ha tuittato tutto in maiuscolo “presidential harassment!” – il vittimista in chief. I democratici ancora non ci credevano che la Pelosi si fosse davvero mossa verso quel territorio incerto che è l’impeachment, dopo aver resistito tanto, dopo aver soprattutto posto tre condizioni precise a un’azione tanto radicale: primo, fatti chiari e abbastanza inequivocabili per formulare l’accusa; secondo, un generale consenso dell’opinione pubblica; terzo, la possibilità di coinvolgere i repubblicani al Senato, per allargare il sostegno alla messa in stato d’accusa al di fuori del perimetro democratico. John Cassidy sul New Yorker dice che per ora soltanto la prima condizione è in parte soddisfatta (anche se alcuni democratici si lamentano: ci dicono di stare “on message”, però datecelo, questo “message”), ma la Pelosi “non aveva molta scelta: 173 dei 235 membri del Congresso spingevano per l’impeachment”, il numero è raddoppiato da luglio ad adesso, e anche i pesi massimi, in particolare la star del momento Elizabeth Warren, si sono espressi in modo esplicito a favore della messa in stato d’accusa di Trump. La sottile linea blu non era più sufficiente, insomma, e la Pelosi ha cambiato posizione, contando su un semplice fatto: se persino lei che è stata ampiamente criticata dai suoi stessi parlamentari per il suo approccio cosiddetto soft nei confronti di Trump; se persino lei che sulla base di un calcolo realistico – l’impeachment ci si ritorce contro – ha ingaggiato lotte invero poco edificanti con la “squad”, la squadra delle deputate radicali capitanata da Alexandria Ocasio-Cortez; se persino lei decide che ne ha avuto abbastanza, vuol dire che questa volta il sopruso presidenziale è davvero grave.

 

Il sollievo di gran parte dei parlamentari democratici è palpabile, raccontano i cronisti, e il partito finalmente compatto è una novità accolta con grande entusiasmo anche dai più sospettosi che si sono messi a scartabellare sui casi d’impeachment del passato e ricordano che anche agli albori dello scandalo che ha travolto Richard Nixon – l’impeachment di successo, quello da emulare – non c’era sostegno nel paese per la messa in stato d’accusa del presidente, ma che di fronte ai fatti i sentimenti popolari cambiarono rapidamente. In questa nostra stagione impermeabile ai fatti è più difficile immaginare un’evoluzione simile, tanto più che c’è un precedente recentissimo che pesa come un macigno sulle aspettative dei democratici: il colpo fallito del Russiagate. I commentatori stanno mettendo in fila tutte le criticità, che vanno dall’assenza di consenso all’assenza – più pesante – di uno spirito bipartisan: lo si sente già il coro di chi sostiene che con questa manovra estrema il Partito democratico si è giocato la possibilità di spodestare Trump nel 2020. La Pelosi è la più sensibile a questo coro: era la più reticente, non perché non fosse convinta delle accuse a Trump – “Non voglio un impeachment, voglio vedere il presidente in prigione”, aveva detto all’inizio dell’anno – ma non considerava questa strategia quella vincente. Starà quindi a lei ora, mentre l’inchiesta prende forma, maneggiare la ritrovata unità del partito e allo stesso tempo disinnescare le ritorsioni del presidente e dei suoi sostenitori. Al suo attivo la Pelosi ha già dei risultati: è considerata una delle poche che riesce a tenere a bada Trump. Un esempio per tutti. Il presidente aveva trovato un nomignolo anche per la Pelosi, come fa con tutti i suoi avversari: era “Nervous Nancy”. Ma non ha attecchito, perché , come ha scritto sul New York Times Maureen Dowd, perfida e precisa narratrice della politica e in particolare delle leadership femminili, “Nancy è tutto tranne che nervosa”, è brava nel trollare il presidente e, le donne di tutto il mondo prendano nota, la Pelosi “è femminile, sempre circondata da figli e nipoti, ma sembra spensieratamente libera dall’insicurezza legata al suo gender”.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi