Ora i dems vogliono provare “l'impeachment idealista” contro Trump

Daniele Raineri

Il piano è accusare il presidente per uno scandalo ucraino, ma non ci sono i numeri. E il valore elettorale è zero

Roma. Quanti elettori americani sanno chi è il presidente dell’Ucraina? Quanti elettori americani saprebbero scrivere come si chiama: Volodymyr Zelensky? La risposta è “pochissimi” eppure il Partito democratico americano in questi giorni parla molto di un caso di impeachment contro il presidente Donald Trump che è tecnicamente senza speranze proprio a partire da una telefonata di luglio tra lui e il presidente ucraino. I fatti sono questi: il 24 luglio Trump chiamò Zelensky per chiedergli di fare pressione sui magistrati ucraini affinché coinvolgessero Hunter Biden in un caso di corruzione (al momento: inesistente). Hunter Biden è il figlio di Joe Biden, che per adesso secondo i sondaggi è il candidato democratico più pericoloso per Trump. Se il presidente ucraino Zelensky avesse rifiutato, come ha poi fatto, il presidente americano gli avrebbe negato gli aiuti militari che sono molto utili nella guerra contro i separatisti filorussi nell’est del paese, cosa che poi è successa – per lo sbigottimento dei politici e dei generali ucraini che ad agosto non capivano perché l’America avesse deciso di tagliare di colpo il suo sostegno militare. Che cosa abbiamo fatto di male?, avranno pensato. E’ un caso modello di quello che un presidente americano non deve fare: usare il potere di dare ordini in politica estera per danneggiare il suo rivale alle presidenziali (e anche per favorire Vladimir Putin). E infatti un funzionario americano dei servizi segreti ha ascoltato la conversazione e ha denunciato l’accaduto.

 

 

La telefonata di Trump a Zelensky è del 25 luglio, il giorno dopo la dichiarazione pubblica dell’ex procuratore speciale Robert Mueller sull’indagine che doveva chiarire l’eventuale collusione fra il comitato elettorale di Trump e il governo russo. Trump deve aver letto quella dichiarazione pubblica molto vaga come la sua vittoria definitiva nell’inchiesta russa e si è gettato subito in un altro guaio, questa volta ucraino.

 

Da mesi il Partito democratico è in stallo quando si parla di impeachment, perché l’ala più a sinistra (che ha il volto di Alexandria Ocasio-Cortez) insiste che va fatto anche se non c’è una maggioranza al Senato mentre l’ala più moderata (che ha il volto di Nancy Pelosi) punta i piedi e avverte che Trump ne uscirebbe vincitore, per di più nei mesi prima del voto. Adesso che però lo scandalo russo è stato sostituito da quello ucraino, l’ala moderata si trova sempre più d’accordo con l’ala dura. 

 

Il presidente della commissione Intelligence del Senato, Adam Schiff, che da sempre è contrario all’impeachment, adesso dice che “è stato varcato il Rubicone”, come a dire che Trump ha commesso azioni così gravi che la situazione non è più rimediabile. In pratica il Partito democratico sta inventando la categoria dell’“impeachment idealista”: tutti sanno che sarà bloccato, ma in molti dicono che va fatto partire lo stesso perché avrà un valore di testimonianza contro il presidente. Una delle lezioni del 2016 però è che la politica è diventata identitaria e la base di Trump non lo abbandonerà soltanto per una telefonata ricattatoria al presidente dell’Ucraina.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)