Nella casa delle sinistre fa un gran freddo

Paola Peduzzi

Obama dice che troppo a sinistra non si vince. E dove si vince, allora?

Gli americani non la pensano come “certi Twitter di sinistra o come l’ala attivista del nostro partito”, ha detto Barack Obama parlando a un pubblico di sostenitori facoltosi dei democratici, gli americani non pensano che “dobbiamo buttare giù completamente il sistema e rifarlo”, vogliono miglioramenti, messaggi concreti, fattibili, pragmatici, ragionevoli, non tutte quelle cose “folli” di cui sono circondati. L’ex presidente americano è tornato su un argomento che gli è diventato caro, lui che dice che non vuole entrare nel dibattito presidenziale, non vuole schierarsi per quello o quell’altra: i test di purezza non portano a una proposta politica efficace, non fanno nemmeno vincere le elezioni, “anche se portiamo le nostre idee all’estremo e facciamo proposte radicali, non possiamo dimenticarci che ogni cosa deve essere radicata nella realtà”. Non si vince troppo a sinistra, insomma, ha detto Obama, che non ha citato nessuno dei candidati presidenti dei democratici che il 3 febbraio inizieranno a sfidarsi alle primarie, ma loro si sono sentiti chiamati in causa lo stesso, e hanno risposto. E’ partito l’hashtag #TooFarLeft – un ex collaboratore di Hillary Clinton, Peter Daou, dice di averlo inventato – che ha messo insieme tutti quelli che considerano le parole di Obama e dei centristi equiparabili alle invettive di Donald Trump: ci date di socialisti, noi vogliamo soltanto giustizia sociale e meno diseguaglianze. Pochi osano attaccare direttamente Obama, ma molti celebrano orgogliosi il #TooFarLeft, se essere troppo di sinistra significa “considerare la sanità universale un diritto umano” e volere “la cancellazione di tutti i debiti degli studenti”, allora “consideratemi una di voi”, ha scritto su Twitter la deputata democratica Ilhan Omar (che sostiene Bernie Sanders). La sua compagna di “squad”, Alexandria Ocasio-Cortez, ha pubblicato un video che racconta la sua campagna elettorale al fianco del senatore Sanders con un messaggio chiaro: “Voglio essere di nuovo il partito del New Deal. Il partito del Civil Rights Act, quello che ha elettrizzato la nostra nazione e che combatte per tutti i cittadini. Per questo, molti ci chiamano radicali. Ma non stiamo ‘spingendo il partito a sinistra’, stiamo portando il partito a casa”.

 

Tutte le sinistre occidentali si dividono, sbraitano, litigano sulla porta di casa, i riformisti da una parte e i radicali dall’altra: lo vediamo anche qui da noi, dove si rottama la rottamazione, si riconducono tutti gli errori alla stagione riformatrice e si sostiene che il grande sbaglio è stato quello di flirtare con politiche centriste (o di destra), ritrovandosi sempre più soli, e perdenti. In Inghilterra lo scontro è in piena campagna elettorale, il Labour ha rifiutato tutto il suo “New” riformatore e si è lasciato trascinare a sinistrissima da Jeremy Corbyn. In America, la conta deve ancora incominciare ma i centristi sono in affanno – arrivano candidati dell’ultima ora per provare a metterci una pezza – e invece i radicali, Sanders e ancor più Elizabeth Warren, corrono veloci e intanto urlano: venite, stiamo andando a casa. Abbiamo soltanto un colpo a disposizione contro Trump, dicono, e non sarà l’impeachment come non lo è stato il Russiagate, sarà un candidato forte e riconoscibile: non perdiamoci in discussioni filosofiche, non picchiamoci sulla porta, se il vento soffia sulle proposte radicali, prendiamocelo e godiamocelo tutto.

 

Dove va il vento, in realtà, non si sa: nelle recenti elezioni, in Virginia ha vinto la mobilitazione dal basso e nelle periferie, con candidati più a sinistra, ma questo è uno stato democratico da tempo; in Louisiana, il governatore democratico John Bel Edwards è riuscito a tenere il posto da governatore nonostante l’impegno di Trump per il suo candidato repubblicano, ma Edwards è uno che ha studiato a West Point, che è contro il controllo delle armi, che ha firmato una delle leggi di restrizioni dell’aborto tra le più severe del paese e che considera l’impeachment una grande, inutile, controproducente distrazione. Non si sa dove va il vento, e mentre si cerca un inquilino in casa davvero forte, lì sulla porta fa solo un gran freddo.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi