L'uscita è in fondo a destra

Paola Peduzzi

A caccia del punto di rottura dei repubblicani e dei Tory, se esiste

Milano. Il Partito repubblicano americano si è chiuso in quel che definisce “silenzio strategico” sull’impeachment al presidente Donald Trump, che è un po’ lo stesso silenzio in cui si rifugia il Partito conservatore britannico alle prese con Boris Johnson e il suo approccio disfunzionale alla Brexit. Ci sono i ribelli, certo, i neverTrump e i venti e più parlamentari tory che sono stati espulsi dal partito dopo aver votato contro il loro governo, ma per la maggior parte dei politici repubblicani e conservatori è inconcepibile dare seguito a qualsivoglia tentativo dell’opposizione di ribaltare i “loro” leader politici. Ancor più se lo scontro è definito secondo le coordinate stabilite da Trump e da Johnson, che si pongono al fianco del popolo – che ha votato la Brexit e che ha eletto Trump – contro le istituzioni, in particolare contro i parlamenti, dove risiede il potere di mettere sotto accusa il presidente o di boicottare le fantasie della Brexit.

 

Non possiamo ribaltare il volere del popolo votando l’impeachment, dicono i repubblicani, ignorando il fatto che l’impeachment è stato concepito proprio per questo: è il check-and-balance più brutale che c’è, messo a disposizione del Congresso per controllare il presidente e riequilibrare i poteri nel caso il presidente violi i princìpi cardine del suo mandato. Non possiamo ribaltare il volere del popolo non facendo la Brexit, dicono i conservatori, che pure non sono ancora riusciti a fornire una formula condivisa per un divorzio ordinato dall’Unione europea. Dicono entrambi, repubblicani e Tory: rischiamo di polarizzare ancora di più il discorso pubblico, di intossicarlo, di ritrovarci in una situazione peggiore. Ma “peggiore di quella che c’è?”, chiede retoricamente Ross Douthat, commentatore conservatore del New York Times antitrumpiano che spiega perché cominciare oggi il post Trump – che è il punto di arrivo di tutti i repubblicani: andare oltre questa stagione, dimenticarla anche – accelerandolo con l’impeachment sia l’occasione più grande a disposizione del Grand Old Party. I Tory sentono meno l’urgenza, non devono contarsi in Parlamento su una questione tanto grave e definitiva com’è la messa sotto stato d’accusa del proprio leader, ma anche loro non vedono l’ora di andare oltre questa stagione, oltre la Brexit e oltre l’intemperia Johnson.

 

Politicamente il punto di rottura è una fantasia, perché per quanto la stragrande maggioranza dei politici repubblicani e conservatori consideri i propri leader un accidente, non è disposta a costruire un’alternativa. Alla convention dei Tory, a Manchester, ci sono tanti eventi sul conservatorismo del futuro: riflessioni e appunti per un domani libero dall’anomalia odierna, come se l’occasione di normalizzazione non fosse a portata di mano. E sì che il punto di rottura è pure semplice: poco più di una ventina di senatori repubblicani che mettono un argine – lo mette la Costituzione, non è arbitrario – al loro presidente e si candidano a governare, magari addirittura a presiedere, l’America post Trump. Per i Tory poi potrebbe essere ancora più semplice: possono persino sceglierlo, il loro punto di rottura, volendo.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi