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L’impossibile accordo Brexit

Tutta colpa della Merkel!, grida Londra. Il blame game e i due obiettivi di Boris

8 Ottobre 2019 alle 19:52

L’impossibile accordo Brexit

Angela Merkel e Boris Johnson (foto LaPresse)

Tutta colpa della Merkel, ha detto il governo di Londra, è lei che ha ucciso le speranze di un nuovo accordo con l’Europa sulla Brexit, definendolo “fondamentalmente impossibile” a meno che l’Irlanda del nord rimanga “per sempre” nell’Unione doganale. La cancelliera tedesca ha fatto sapere che non è suo costume discutere pubblicamente di conversazioni private, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha accusato il premier Boris Johnson di giocare “uno stupido blame game”, ma Londra ha utilizzato la telefonata con la Merkel come il punto di partenza della sua campagna elettorale.

 

La questione tecnica è sempre la stessa, è la semplice domanda sulla Brexit che non trova una risposta condivisa: può il Regno Unito lasciare l’Unione europea nella sua interezza o l’Irlanda del nord, che ha un confine con l’Ue, deve rimanere legata alle regole comunitarie per evitare controlli alla frontiera con l’Irlanda? Ma la questione tecnica potrebbe non essere più rilevante: le possibilità di un nuovo accordo entro il Consiglio europeo della prossima settimana sono quasi zero, il governo inglese potrebbe cercare di non applicare la legge che vieta il no deal al 31 ottobre ma molti sostengono che non lo farà e che invece chiederà una proroga dell’articolo 50 – una richiesta imposta dalla Merkel e dall’Ue – e poi chiederà e otterrà una data per le elezioni generali. Quando la strategia della Brexit senza se e senza ma è collassata a Westminster, Johnson ha lavorato soltanto con due obiettivi: addossare la colpa di un altro rinvio all’Europa e preparare lo slogan da proporre agli elettori. Che è: non vogliono darci la possibilità di divorziare serenamente dall’Ue, non vuole la Merkel, non vogliono gli europei, non vogliono i remainers, il Parlamento e la Corte suprema. Datemi un mandato elettorale chiaro e il 31 gennaio siamo fuori di qui. Il “blame game” è appena iniziato e sarà crudele, ma la campagna elettorale ancora di più.

Redazione

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