La Brexit del tempo perso

Paola Peduzzi

Johnson si ritrova come la May, incastrato tra il Dup, i falchi e l’Ue. La politica del “tutto all’ultimo minuto”

Il 21 settembre del 2018, 391 giorni fa, l’allora premier inglese Theresa May partecipò a un incontro con i colleghi europei a Salisburgo. Quella giornata – con le solite foto della May elegante e sola e con le smorfie – è passata alla storia come “l’imboscata di Salisburgo”: gli europei dissero alla May che l’unico accordo possibile sulla Brexit doveva includere (almeno) un confine nel mare d’Irlanda che di fatto divideva l’Irlanda del nord dal Regno Unito e manteneva l’Irlanda del nord nell’Unione doganale europea. La May rispose: non se ne parla proprio. E cadde nell’imboscata. L’ex premier sapeva che quella proposta sarebbe stata inaccettabile per il Partito unionista nordirlandese Dup, che sorreggeva la sua maggioranza, e rifiutò la proposta. Oggi, 391 giorni dopo, Boris Johnson si trova nello stesso identico punto della May.

 

All’epoca dell’imboscata, Johnson si era già dimesso dal ministero degli Esteri perché la proposta della May, che escludeva comunque la possibilità presa in considerazione oggi, era troppo remissiva: una sottomissione a Bruxelles, disse Johnson giustificando le sue dimissioni. I compromessi sono inevitabili, disse la May quando lasciò il suo posto a Johnson, e aveva quasi le lacrime agli occhi. L’attuale premier l’ha capito: ha prima dichiarato guerra all’Unione europea vagheggiando una Brexit senza se e senza ma cioè senza accordo e l’ha persa; ha poi dichiarato guerra al Parlamento, dando a tutti i parlamentari di “cadaveri” e sospendendo dal suo partito una ventina di parlamentari, e l’ha persa (c’è una legge che vieta il no deal); ha infine deciso di negoziare, e di farlo nel modo più pratico – il tunnel, che prevede una buona dose di segretezza – e si è ritrovato con la stessa opzione scartata dalla May (e da lui stesso) e con la stessa resistenza interna, quella del Dup e dei falchi della Brexit. Il tempo per accordarsi potrebbe non essere sufficiente, si parla di un vertice straordinario prima del 31 ottobre e di una proroga tecnica breve, se tutto va bene. Se qualcosa va storto, la proroga non sarà tecnica e: tutto può succedere.

 

Johnson si trova in un contesto politico diverso rispetto a quello della May (anche se va ricordato che lui è andato dicendo per lungo tempo che non si sarebbe mai ritrovato nel punto morto in cui era finita la May): la maggioranza in Parlamento non ce l’ha più, le elezioni sembrano prossime e inevitabili e in tutti i sondaggi i Tory sono solidamente in vantaggio rispetto a Labour e liberal-democratici. Nonostante la brutalità che Johnson ha usato contro il suo stesso partito, c’è un gran desiderio dentro ai Tory di riallinearsi in qualche modo dietro al loro leader, per ovvie ragioni tattiche ed elettorali. Politicamente Johnson è molto più forte rispetto a quanto fosse la May, e questo gli consente di impostare il proprio messaggio in modo semplice: non mi fanno fare la Brexit, datemi un mandato chiaro e ve la porto su un piatto d’argento. Non importa che giusto tre mesi fa, il neo premier volenteroso e fantasioso dicesse che avrebbe fatto la Brexit a qualsiasi costo e che anzi fosse stato premiato nella corsa alla leadership proprio da questo suo decisionismo. Se trovi qualcuno a cui dare la colpa, che sia il Dup, che sia l’Europa, che sia la sfortuna, mezza battaglia è già vinta, e per Johnson la battaglia è sul potere non strettamente sulla Brexit.

 

Lo sfinimento è l’arma più potente che ha in mano Johnson assieme alla logica dell’ultimo minuto: se accendete la tv inglese, sentirete ripetere fino allo sfinimento la formula “ultima minuto”, anche dagli europei, perché questo è diventato lo standard con cui si affronta la Brexit. Tutto all’ultimo, tutto in emergenza, come se si fosse votato ieri al referendum e ohibò ora dobbiamo divorziare. Simon Fraser, che è stato il capo del Foreign Office, ha tuittato: “Stiamo perdendo completamente di vista che cosa significa nel lungo termine per il nostro paese una scelta sbagliata sulla Brexit?”. In realtà la vista ci sarebbe: ancora ieri il think tank Uk in a Changing Britain spiegava che l’accordo in discussione ha un impatto negativo sull’economia inglese e renderà poveri molti inglesi (ed è peggiore rispetto a quello della May). Ma è lo sguardo che non c’è, fissiamo il tunnel per vedere chi ne uscirà vincitore, contiamo i giorni che mancano e non quelli che abbiamo perduto, l’unica cosa che riusciamo a scorgere del futuro è al limite qualche sondaggio e ci sintonizziamo sul nuovo canale di Sky inglese che promette l’unica cosa che vogliamo sentire: siamo “Brexit free”, lo sfinimento ha vinto.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi