Mungere Trump

Daniele Raineri

Vuoi qualcosa dall’Amministrazione americana? Fabbrica accuse anche tu contro i suoi sfidanti alle elezioni

Siete una nazione che vuole fare affari con gli Stati Uniti. Volete aiuti militari. Volete rinegoziare i vostri rapporti commerciali. Volete tecnologia, legittimazione, un voto di sostegno alle Nazioni Unite. La lista delle cose che potete chiedere all’America è infinita. Avete un rapporto autoritario con la vostra magistratura, nel senso che potete ottenere a vostro piacimento l’apertura di un’inchiesta anche se non ci sono prove solide. A questo punto, cercate un qualsiasi collegamento plausibile con uno degli sfidanti di Donald Trump alle prossime elezioni. Forse il figlio di Joe Biden ha fatto affari con una compagnia che ha sede nella vostra nazione. Forse un consigliere di Elizabeth Warren ha fatto le vacanze da voi qualche anno fa. Forse potete fabbricare materiale compromettente contro Kamala Harris. Adesso non vi resta che cercare un contatto discreto con l’Amministrazione americana, offrire la vostra collaborazione per fare fuori (metaforicamente) un oppositore dell’Amministrazione e aprire un negoziato. Questa è la situazione che il presidente americano, Donald Trump, ha creato due giorni fa quando davanti alle telecamere ha invitato la Cina e l’Ucraina a trovare le prove che i Biden sono corrotti. Per anni ha giocato il ruolo del nazionalista e poi ha reso le elezioni presidenziali, che sono il momento più delicato della vita della nazione, un affare internazionale. Naturalmente lo ha fatto perché sta tentando di normalizzare la situazione in cui è finito, dopo che tutto il mondo ha scoperto lo scambio che ha chiesto agli ucraini e dopo che i democratici hanno aperto la procedura di impeachment per rimuoverlo dalla Casa Bianca. Se dico la stessa cosa ad alta voce ai giornalisti, pensa Trump con candore e furbizia, dimostro che a maggior ragione non c’era nulla di male quando l’ho detta in una telefonata privata con il presidente ucraino. Ma è un tentativo troppo spregiudicato per essere anche convincente e infatti il presidente americano si sta innervosendo. Settembre è stato il mese in cui ha scritto più tweet in assoluto e si tratta di una buona metrica per dire che è sulla difensiva.

 

Adesso i democratici cominciano a far uscire il materiale su cui stanno mettendo le mani grazie al fatto che dirigono l’inchiesta. Il 10 agosto un consigliere del presidente ucraino, Andrey Yermak, chiedeva all’inviato speciale di Trump in Ucraina, Kurt Volker, “una data per la visita alla Casa Bianca, prima che ci impegniamo con un comunicato ufficiale che annuncerà l’inchiesta con riferimenti espliciti alle elezioni del 2016 e a Burisma. Una volta che abbiamo la data, faremo una conferenza stampa e fra le varie cose parleremo anche di Burisma e delle interferenze nelle elezioni 2016”. In pratica vuole essere rassicurato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà ricevuto in visita ufficiale da Trump a Washington e in cambio dice che il governo ucraino è pronto a dare quello che Trump ha chiesto. Burisma è la compagnia in cui lavorava il figlio di Biden e l’accenno alle “interferenze nelle elezioni 2016” si riferisce al fatto che Trump è convinto che i russi non abbiano fatto nulla e che ci sia stata una cospirazione contro di lui che coinvolge pure l’Ucraina. “Sounds great!” risponde Volker, che una settimana fa si è dimesso.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)