Biden c'è

Paola Peduzzi

L’ex vicepresidente è sempre dato per moribondo. Appunti su una candidatura unica, fondata sulle emozioni, e solida

Milano. La campagna elettorale per le primarie democratiche in Iowa è entrata nella fase finale e decisiva – si vota il 3 febbraio – e i sondaggi segnalano un recupero di Joe Biden, ex vicepresidente di Barack Obama, il favorito nei sondaggi a livello nazionale ed eppure considerato moribondo, vuoi per l’età, vuoi per lo scandalo ucraino al centro dell’impeachment al presidente Donald Trump, vuoi perché il vento tira a sinistra, o almeno così pare, lontano dall’establishment incarnato da Biden. Il piccolo “surge” in Iowa non consente all’ex vicepresidente di superare Bernie Sanders, che è al primo posto, ma racconta una storia differente rispetto al cosiddetto percepito: il moribondo è vivo. Ed è vivo in un modo molto diverso rispetto ai suoi rivali. Un esempio: in questi giorni, Sanders è in Iowa assieme alla sua stella Alexandria Ocasio-Cortez (la più attiva, la più riconoscibile, la più giovane, la più spietata contro il Partito democratico che ha definito “di centrosinistra se non di centro-conservatore”), Michael Moore e alcuni cantanti, mentre Biden si aggira con ex politici e con tre deputati democratici eletti nel 2018 dopo aver battuto predecessori repubblicani. Gli incontri di Biden sono quasi sempre raccolti, calmi, a rischio addormentamento: Trump lo chiama “Sleepy Joe Biden” per un motivo. Ma come scrive Benjamin Wallace-Wells sul New Yorker, la candidatura di Biden “non riguarda l’ideologia né i programmi, ma le emozioni”, ed è per questo unica e solida. L’ex vicepresidente trova forza nel non reagire a ogni piccola polemica, nel non twittare ogni pensierino, nel non fare bagni di folla o lanciare slogan roboanti: in questo, non tanto nelle questioni ideologiche, esprime una leadership perfettamente anti Trump.

 

David Brooks, editorialista del New York Times, ha fatto un elenco degli elementi di solidità di Biden, e al primo posto mette proprio la questione trumpiana, cioè di quale sia l’obiettivo finale di questa campagna elettorale: Sanders, e anche Elizabeth Warren, altra candidata alle primarie, stanno “facendo la stessa campagna che avrebbero potuto fare nel 2012 o nel 2016. La campagna di Biden è incentrata sul problema centrale del 2020: Donald Trump è un solenne disastro piazzato nel mezzo della vita della nazione”. Mentre i colleghi e rivali democratici litigano sull’anima del partito, strattonandola sempre più a sinistra in nome di una rivoluzione che considerano necessaria (forse anche vincente, ma insistono sulla necessità), Biden punta sull’unità contro Trump, perché l’elettorato democratico si divide sulle sfumature di blu da dare al partito, ma quando c’è da spodestare il presidente si ricompatta – o ricompatterà – in fretta. Per farlo, l’ex vicepresidente non usa espedienti ideologici né dettagli di programma, ma le sue emozioni, la sua empatia, la sua storia: potete fidarvi di me, posso aver commesso degli errori ma sono in buona fede, e posso sconfiggere Trump.

 

Questa postura ha aperto dibattiti sulla forza della passività in un momento in cui ogni cosa è attivismo, sull’abilità di non unirsi all’indignazione urlata e permanente di buona parte della sinistra rispetto a polemiche piccine, sulla capacità di mostrare – correndo il rischio di annoiare – l’emozione più importante per Biden: la rassicurazione. Ma non è questa la stagione dei cuori caldi e delle pance elettorali sazie purchessia? Si vedrà se Biden ha avuto ragione, ma intanto è l’unico candidato che costruisce la propria leadership sul fatto di essere affidabile: merce rara, chissà se popolare.

 

Biden conta anche su altri elementi: l’elettorato cosiddetto moderato è molto più affidabile di quello radicale, costituisce una base che non si è mai distratta e finora nessun candidato democratico ha mai conquistato la nomina senza questi voti. Poi c’è la questione cara a tutto il partito sul recupero della working class che, per ragioni non sempre omogenee, è scivolata o altrove o nell’indifferenza. Secondo Brooks, Sanders & Co., come Jeremy Corbyn nel Regno Unito, “incarnano l’idea del candidato della working class di uno studente dottorando, non quella di una persona reale della classe lavoratrice”. Biden no. Di tutte le interessanti e lunghe interviste che il New York Times ha fatto ai candidati democratici per elaborare il suo endorsement, è diventato virale un frammento: Jacquelyn, la guardia di sicurezza sull’ascensore, dice a Biden che lo voterà, “I love you, I do”, lui ringrazia e le propone un selfie. L’“oh my God” emozionato di Jacquelyn è stato l’unico endorsement con cui è uscito dal New York Times: forse è il più prezioso.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi