La grande rivolta

Mattia Ferraresi

Il fallimento della “società manageriale” è il motore del populismo. Un libro spiega la nuova lotta di classe, con un’ipotesi di soluzione

Michael Lind ha la vocazione del rinnegato, la tigna del bastian contrario. Quando aveva poco più di vent’anni, e sulla parete aveva già una laurea alla University of Texas e un master a Yale, ha ottenuto l’incarico che ogni aspirante intellettuale conservatore americano sognava: fare l’assistente di William Buckley, fondatore della National Review e incarnazione patrizia della tradizione più rispettabile della destra, quella che oggi, guardando Donald Trump, anche accesi democratici dichiarano di rimpiangere. Ma a Lind, conservatore irregolare, sistemare testi pur illustri e far discorsi con ospiti di primo rango in barca a vela è presto venuta a noia. Ha litigato con Buckley e con tutti quelli alla cui autorità avrebbe dovuto fare riferimento, da Pat Buchanan, il nazionalista proto-trumpiano, allo speaker della Camera Newt Gingrich fino a Irving Kristol, padre della persuasione neoconservatrice. Il suo idolo polemico supremo è stato Pat Robertson, il televangelista più influente nei palazzi conservatori di quella generazione e. Ha denunciato la “morte del conservatorismo intellettuale” in articoli incandescenti e ha perfino pubblicato un libro che recava, rovesciato, il titolo di un libro di Buckley. Si intitolava: Up From Conservatism, per motteggiare Up From Liberalism del suo vecchio maestro. Il quale, da par suo, non se l’è presa troppo con il figlioccio ribelle. Ha scoccato una singola frecciata in un suo fondo: “Michael Lind è un giovane scrittore di talento la cui afflizione nei confronti di Pat Robertson lo ha indotto a fare qualunque cosa per ripudiare il suo passato tranne cambiarsi il nome”.

 

Fin da giovane è stato un irregolare anche nella forma espressiva: oltre ai saggi e agli editoriali politici sferzanti ha scritto poesie e poemi a carattere epico, il più fortunato dei quali tratta, in 6.006 versi, della battaglia di Fort Alamo, la più vagheggiata e mitizzata delle vicende storiche per la memoria dei texani come lui. Si è misurato anche con uno dei generi più scivolosi per i giornalisti-scrittori che orbitano attorno alla politica americana: il romanzo di Washington. Powerhouse ha ricevuto la presentazione favorevole niente meno che di Christopher Hitchens, il quale lo ha positivamente segnalato a un’autorità del genere, Gore Vidal, che poi ha ricambiato recensendo positivamente il successivo libro di Lind che si articolava in un incidente frontale con l’arcinemico Buckley. In un devastante ritratto della scrittrice Laura Lippman, allora cronista del Baltimore Sun, si legge: “Michael Lind non è diventato Michael Lind ammettendo che ci sono cose che potrebbe non conoscere o padroneggiare”. 


Nell’ultimo saggio, il rinnegato Michael Lind spiega il mondo mettendo insieme il reazionario Burnham e il liberal Galbraith


 

All’establishment pubblicistico di sinistra il suo profilo irrituale non è sfuggito. Il fuoriuscito dal salotto conservatore è stato corteggiato e si è accasato con vari magazine – Harper’s, New Republic, New Yorker – ma le avventure sono sempre durate poco, il tempo necessario perché i suoi nuovi datori di lavoro si rendessero conto di chi avevano davvero davanti. Non era un convertito alla causa liberal, era un reietto, un iconoclasta, un radicale di destra senza casa e con un ego di proporzioni difficilmente gestibili. Più tardi ha fondato (e abbandonato) la New America Foundation, è diventato professore alla University of Texas, nella sua Austin, ha continuato a scrivere a un ritmo forsennato, concentrandosi da ultimo sull’alleanza positiva fra il governo e il big business, concetto centralista caro ad Alexander Hamilton, che ne faceva il perno della condotta americana nel mondo. Lo Zeitgeist suggerisce di stare invece dalla parte di Louis Brandeis, il giurista e giudice della Corte suprema che parlava della “maledizione della grandezza”, in particolare riguardo agli eccessi di concentrazione del potere della Silicon Valley, e di ammirare Hamilton soprattutto quando canta motivi hip hop sui palchi di Broadway. Quando si stabilisce un consenso comune su qualche tema, è quasi certo che Lind si troverà dall’altra parte. O, come ha detto in chiave elogiativa lo storico Sean Wilentz, “Lind è uno di quegli scrittori imprevedibilmente meravigliosi che non permettono che le loro appartenenze prevalgano sulle loro idee”. 


L’èra post Guerra fredda si è conclusa malamente. Occorre ricostruire ripartendo dalle strutture intermedie perdute, scrive Lind


 

Fedele alla sua vocazione di infedele, Lind ha quindi portato qualche giorno fa nelle librerie americane un nuovo saggio, intitolato The New Class War: Saving Democracy from the Managerial Elite, che annuncia già dal titolo sulla lotta di classe di volersela prendere un po’ con tutti gli interpreti del presente scontro. Tutti sentono che l’oggi è il teatro di un grande scontro – politico, culturale, economico – ma si fatica a definire con precisione le parti che si fronteggiano, i termini della questione sfuggono da tutte le parti. Lind riparte dalla lotta di classe, intesa come forma del conflitto, non come battaglia del proletariato contro la borghesia. Il consenso liberale degli ultimi trent’anni, sostiene Lind, ha abbandonato l’idea stessa dello scontro fra classi di qualunque ordine e genere: “Nessuna delle ideologie dominanti dell’occidente è in grado di spiegare la nuova lotta di classe, perché tutte credono che le classi sociali non esistano più in occidente. Il neoliberalismo – l’ideologia dominante dell’elite transatlantica – sostiene che le classi siano scomparse nelle società che sono puramente meritocratiche, con l’eccezione di alcune barriere nella mobilità verso l’alto che ancora esistono a causa del razzismo, della misoginia o dell’omofobia. Incapaci di ammettere l’esistenza delle classi sociali, e ancora meno di discutere onestamente dello scontro fra queste, i neoliberali riescono ad attribuire il populismo soltanto al fanatismo o all’irrazionalità”. Ma anche il populismo, secondo Lind, non è che un sintomo, una reazione scomposta alle frizioni della storia. Talmente scomposta che tende a produrre rappresentanti delle classi periferiche come Donald Trump, cioè degli impostori che hanno in qualche modo saputo sfruttare il pre-esistente clima di smarrimento e tensione per turlupinare elettori in buona fede. La malattia, invece, riguarda il modo in cui è distribuito e gestito il potere, che lui definisce “potere sociale” per allargare lo spettro della definizione: “Il potere sociale esiste in tre domini: lo stato, l’economia e la cultura. Questi domini sono diventati dei fronti di scontro nella nuova lotta di classe”. 


Prima è venuta la lotta di classe, poi la democrazia pluralista e infine il managerialismo tecnocratico. E il ciclo ricomincia


 

Lo schema di lettura di Lind è, all’ingrosso, il seguente: la prima lotta di classe è cominciata con l’industrializzazione ed è durata fino alle guerre mondiali, quando “l’imperativo di mobilitare intere popolazioni nazionali ha reso necessario sospendere i conflitti di classe”. Questo cambiamento ha portato a un periodo segnato da quello che Lind definisce “pluralismo democratico”, una condizione assai desiderabile che si realizza quando le classi sociali sono egualmente rappresentate nei tre domini del potere. In questo periodo, che si estende fino alla fine degli anni Cinquanta, “le società nord-atlantiche hanno goduto della prosperità di massa e di ridotte disuguaglianze”. Un elemento cruciale per l’organizzazione del potere nel periodo del pluralismo democratico è la “capacità di compensazione” o, secondo la definizione di Gaetano Mosca, la “difesa giuridica”. Il pluralismo democratico si realizza soltanto se le classi più deboli sono protette da strutture intermedie, come sindacati, associazioni di categoria, sezioni di partito, movimenti culturali, enti religiosi e così via. Negli anni Sessanta, tuttavia, è avvenuta la rivoluzione “manageriale”, un progetto calato dall’alto che “ha promosso gli interessi materiali e i valori morali di una minoranza di manager e professionisti laureati che hanno succeduto i vecchi capitalisti borghesi nel ruolo di élite dominante”. Con il collasso dell’Unione sovietica e la fine dello schema della Guerra fredda, la rivoluzione manageriale è arrivata al suo compimento: “Ha distrutto i corpi intermedi che ne hanno temporaneamente limitato il potere nella seconda metà del Ventesimo secolo e ha creato una nuovo tipo di politica, lontana dalla partecipazione popolare e dalla democrazia elettorale, basata sui finanziamenti di investitori privati e su coalizioni mobili all’interno di un sistema di élite occidentali sostanzialmente omogeneo”. Questa accelerazione, sostiene Lind, ha generato la ribellione populista, sintomo che l’intellettuale osserva con clinico distacco, senza riporre alcuna fiducia nelle capacità costruttive dei Trump, dei Boris Johnson, degli Orban e dei loro fratelli. Scrive Lind: “In seguito a due decenni di crescente consolidamento del potere della classe manageriale, l’onda nazionalista e populista sulle due sponde dell’Atlantico è la prevedibile ribellione degli outsider della working class contro gli insider della classe manageriale e i suoi alleati interni”. Così l’era post-Guerra fredda si è esaurita, dando origine a una “nuova e turbolenta èra”.

 

Lind riprende la teoria della classe manageriale da James Burnham, un altro reietto del conservatorismo che negli ultimi tempi è tornato molto in auge, poiché aveva profetizzato diverse linee di sviluppo del potere in occidente già nel 1941, con la pubblicazione di The Managerial Revolution. In gioventù attivista trotskista, poi conservatore con convinzioni isolazioniste protetto da George Kennan e stretto collaboratore di Buckley alla National Review, Burnham non ha mai avuto il riconoscimento accademico e pubblico che i suoi sostenitori sono convinti che meritasse, e ciò nonostante avesse ottenuto una cattedra alla New York University già prima della guerra. La tesi di Burnham era che la “società dei manager” aveva imposto il suo dominio su tutti gli strati della società, inaugurando una condizione di asimmetria che avrebbe portato alla distruzione, dall’interno, del sistema capitalistico così come si era sviluppato. Burnham era convinto che il capitalismo moderno, nato attorno al Quattordicesimo secolo, fosse una pura costruzione umana, slegata dagli elementi di natura: così com’era nato, sarebbe anche potuto scomparire. Lui era il profeta del logoramento capitalistico dall’interno. Come ha scritto George Orwell commentando un’opera di cui è stato debitore: “Il capitalismo sta arretrando, ma il socialismo non lo sta rimpiazzando”. 


La distruzione dei corpi intermedi – dai sindacati alle chiese – ha tolto protezione alla working class, che ora cerca una dimora altrove 


Lind mette in relazione la rivoluzione manageriale di Burnham alla “tecnostruttura” di cui parla John Kenneth Galbraith nel suo The New Industrial State, del 1967. Convinto liberale e dunque politicamente lontano dagli istinti apocalittico-reazionari di Burnham, Galbraith era tuttavia persuaso che una classe di professionisti, distinta dal resto della popolazione innanzitutto per il livello di istruzione, avesse in un periodo di tempo relativamente breve rimpiazzato la vecchia aristocrazia e anche la classe di capitalisti borghesi che l’avevano sostituita. Pur avendo una certa fiducia nel progresso e non profetizzando la distruzione del capitalismo, anche l’economista sosteneva che il passaggio non era affatto privo di conseguenze sociali. La “tecnostruttura”, impiantata sul terreno dell’individualismo e delle performance scientificamente misurabili, avrebbe lasciato ampie fasce di popolazione senza una dimora. Lin d riannoda i fili di quel dibattito per avanzare una teoria che spieghi il momento presente, e nel farlo tende più verso Burnham che verso Galbraith. La sua massima è: il consenso managerialista è la malattia, il populismo è il sintomo e la democrazia pluralista è la cura. Chi spera di trovare un elogio del sovranismo e dei nazionalismi di ogni risma come soluzione al neoliberismo globalista – o altre espressioni analoghe – rimarrà deluso, ché l’intellettuale considera Trump e gli altri degli accidenti, non dei soggetti agenti, in questa momento di rivitalizzata lotta di classe. La soluzione, se mai Lind ne propone una, passa per la ricostruzione delle strutture intermedie che per un periodo hanno protetto i più indifesi dalle turbolenze delle vecchie lotte di classe.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.