Steve Bannon è tornato al suo primo amore

Paola Peduzzi

Che ci fa l'ex direttore di Breitbart News in uno scantinato a dettare una strategia che Trump non ha seguito?

Fallito il suo progetto europeo per scarsità di fondi e forse anche di materiale umano, Steve Bannon è tornato al suo primo amore: Donald Trump e la rivoluzione trumpiana. In Europa il guru del populismo americano ha conquistato più titoli che cuori, ha provato a creare una federazione populista con tanto di palazzo a Bruxelles ma le elezioni europee sono state una delusione (soltanto la Lega gli ha dato soddisfazione, ma poi Matteo Salvini è uscito dal governo giallo-verde, che era un esperimento per Bannon unico e significativo, il M5S si è accoppiato al Pd e il guru è tornato in America dove qualche gioia si può ancora racimolare) e così si è rimesso nello scantinato che passa alla storia come “l’ambasciata di Breitbart”, il rifugio preferito dove tutto è cominciato.

 

Qui Bannon ora registra un podcast assieme a due vecchi collaboratori: uno è Jason Miller, ex portavoce della campagna elettorale di Trump (quello che poi dovette ammettere di avere avuto relazioni extramatrimoniali con prostitute), e Raheem Kassam, uno dei fedelissimi del brexitaro Nigel Farage ormai dedito alla causa americana (visto che la Brexit è stata ottenuta). Il podcast si intitola “War Room: Impeachment” ed è già andato in onda per cento giorni di fila, sulla base di un’intuizione di Bannon e su una sua precisa strategia. L’intuizione risale all’autunno, quando Bannon disse che era certo che Trump sarebbe finito in Senato con l’impeachment: i repubblicani gli dicevano che era una “caccia alla streghe”, il solito attacco inutile dei democratici, e lui rispondeva: “Sì certo, ma succederà comunque”. La strategia di Bannon ancora una volta diverge da quella della maggior parte dei consiglieri repubblicani, ma non avendo più la possibilità di parlare direttamente a Trump cerca di fargliela conoscere come può.

 

Il punto di Bannon è semplice: i repubblicani stanno usando l’approccio minimalista, meno parliamo, meno mostriamo, prima finisce questa farsa dell’impeachment. Perché tanto come finisce si sa: ci vorrebbero venti repubblicani che decidono di votare contro il loro presidente, al momento non ce n’è nemmeno uno, quindi l’impeachment non passerà mai. Poiché l’unico che può sbagliare è Trump – se dice qualcosa di troppo, per esempio – i suoi consiglieri che ormai hanno una certa esperienza con le intemperanze del capo dicono: stiamo bassi, parliamo poco, questo fuoco si spegne da solo. Bannon, che ha un istinto completamente differente, è un guerriero che si conquista il terreno pezzetto per pezzetto (è così che ha costruito la campagna elettorale di Trump nel 2016), dice che giocare in difesa è un errore, perché così resterà sempre il dubbio che Trump abbia commesso i reati di cui è accusato, ma i suoi sodali sono riusciti a salvarlo. Aritmetica insomma, una cosa che non scalda i cuori, il classico cinismo washingtoniano che il trumpismo vorrebbe prosciugare. Bannon dice: dovete fare, cari repubblicani, il processo del secolo. Chiamate tutti i testimoni, fateli parlare, fateli sputare odio e amore in diretta televisiva, è così che si accedono i cuori degli elettori, soltanto se questa procedura istituzionale diventa una soap opera, uno spettacolo per cui vale la pena collegarsi, litigare, appassionarsi. E siccome Trump è destinato a uscirne comunque come il vincitore, tanto vale uscire come vincitore assoluto, non come un salvato, ma come un combattente che ha sconfitto tutti gli altri.

 

Bannon pensa che nella guerra nel fango Trump non abbia rivali: lo ha addestrato bene. Ieri i repubblicani hanno annunciato che vogliono boicottare l’impeachment, è un “processo truccato”, dicono. La voce di Bannon non è stata ascoltata, sembra. Ma molti repubblicani sostengono che in realtà il presidente si sia fatto dire qual è la tesi di Bannon dallo scantinato, e che quando ha sentito che l’esito finale è “l’incoronazione a novembre” abbia avuto un sussulto. L’impeachment c’entra fino a un certo punto: c’entrano la campagna per la rielezione, la riconferma, quei quattro anni “more” che parevano impossibili e invece chissà. Ecco spiegato il sussulto: certi primi amori si dimenticano in fretta, altri non finiscono mai.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi