Trump rinuncia al G7 a Doral per tenere su il muro rosso

Paola Peduzzi

Il passo indietro del presidente americano non ha nulla a che fare con gli avversari e tutto con i suoi alleati: i repubblicani

Donald Trump pensava che fosse una gran bella idea quella di ospitare il G7 del prossimo anno a Doral, il golf resort della famiglia Trump in Florida, così vicino all’aeroporto di Miami, con tutto quello spazio – suite e appartamenti enormi per tutte le delegazioni – e le sale riunioni e da ballo “tremendous” (c’era stata in realtà una causa legale per un’invasione di cimici nei letti, ma Trump l’aveva liquidata come propaganda). Ma come al solito gli avversari politici hanno rovinato la festa: quanto poco capiscono “i media ostili e i democratici” di che cosa voglia dire godersi la vita. Il G7 del 2020 non si terrà nel resort trumpiano, ora si sceglierà un altro luogo che certamente non sarà altrettanto spettacolare, ma anche se Trump se la prende con i democratici, anche se dice che la proposta era stata fatta per ridurre i costi – anzi portarli a ZERO – il suo passo indietro non ha nulla a che fare con gli avversari e tutto con i suoi alleati: i repubblicani. Trump ha visto che i suoi partner non erano contenti, che già si parlava di conflitto di interesse e i giornalisti ficcavano il naso nella tenuta di Doral e nei suoi conti, e non voleva portare i repubblicani all’esaurimento. Gli servono compatti e fedeli, ora che c’è aria di impeachment e ora che le sue scelte in politica estera – dalla Siria all’Afghanistan – hanno già creato molte insofferenze. Il G7 a Doral pareva un test ulteriore su un partito che vive nel dilemma di restare segnato dal trumpismo anche oltre Trump: il presidente si è “sorpreso”, ha detto il suo portavoce, quando ha visto che la scelta di Doral non era stata accolta dagli applausi. Il suo termometro è stata come sempre Fox News, l’unica fonte cui si abbevera Trump per capire il mondo e per saggiare l’umore dei suoi. Non ci ha pensato su molto, ha trovato qualcuno a cui dare la colpa e ha annunciato il suo passo indietro.

 

Il calcolo di Trump è semplice: i repubblicani possono scalpitare e indignarsi ma difficilmente mi abbandoneranno se le prospettive elettorali continuano a essere solide. Secondo i sondaggi, c’è una base di elettori che voterà repubblicano qualsiasi cosa succeda, senatori e deputati lo sanno benissimo ed è il motivo per cui non lasciano il loro cavallo, per quanto imbizzarrito possa essere. Ci sono dei tentennamenti, ma per ora sono circoscritti. Circola molto un’intervista che Mitt Romney, ex candidato presidente dei repubblicani, ha rilasciato all’Atlantic in cui sbotta alla provocazione del giornalista che gli dice: molti sostengono che il presidente è come un idraulico, non importa che carattere abbia, deve portare a termine il suo lavoro. Romney risponde che questo idraulico è andato fuori di testa, si è messo a urlare ai tuoi figli e rischia di sportellarti via con la sua automobile se ti incrocia per la strada (non va oltre con la metafora dell’idraulico, per fortuna): bisogna preoccuparsi. Ma questo è Romney, un antitrumpiano tutto sommato innocuo. Semmai fa più paura quando un trumpiano come Lindsey Graham – non della prima ora, ma nella prima ora di trumpiani non ce n’erano – dice che bisogna valutare bene tutte le prove che si stanno raccogliendo sull’impeachment: Graham ha perso gran parte della sua credibilità come molti suoi colleghi, ma ora sa di essere cruciale per tenere su il cosiddetto “red wall”, il muro repubblicano al Senato contro l’impeachment, e quindi fa valere il proprio peso. Trump è abituato a tirare la corda fin che può, anzi si diverte sadico a stritolare e stiracchiare i suoi sostenitori, ma deve aver pensato che Doral non valesse un’altra guerra interna, con tutte quelle cimici poi. Un punto di rottura nel muro repubblicano forse c’è per davvero, e l’esasperazione è difficile da maneggiare: quando ti accorgi che c’è, è già troppo tardi.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi