Zemmour contro tutti

Giulio Meotti

Nutella lo boicotta, per Macron è “mortifero”, Bolloré ci fa share, la gauche lo odia. Ma l’altra Francia lo venera

Ogni sera dal 14 ottobre, su Cnews, va in onda il programma politico più controverso della televisione francese. Da una parte un ospite fisso, Eric Zemmour, dall’altro una sua nemesi e a moderare la bravissima Christine Kelly, che faceva parte del Consiglio superiore degli audiovisivi. A Zemmour erano arrivate molte offerte: Bfmtv gli aveva proposto una serata a settimana; Lci era rimasto sul vago e la sua scelta è caduta sul canale che gli ha garantito più tempo e regolarità. Così, quattro sere a settimana, dopo il lavoro al Figaro nell’ufficio che condivide da tempo con Jean-Pierre Robin, Anne Fulda e Ivan Rioufol, Zemmour va in tv a dibattere con un avversario ideologico. E’ già boom di ascolti (più 173 per cento rispetto ai giorni precedenti l’arrivo di Zemmour), mentre si moltiplicano gli appelli a boicottare il programma, dall’economista Jacques Attali alla giornalista Valérie Trierweiler. “Il suo pensiero è mortifero”, ha detto questa settimana il presidente Emmanuel Macron di Zemmour.

  

Da Hollande a Philippe, la classe politica lo condanna. I giudici hanno aperto una inchiesta. Le sue radio iniziano a scaricarlo

Il giornalista è andato in diretta per le prime due settimane, poi in differita, per consentire eventuali tagli di interventi scandalosi. Non si conosce l’intervallo esatto tra la realizzazione del programma e la sua diffusione, ma sufficiente per tagliare le sequenze più sensibili. “La direzione di Cnews ha deciso di seguire le raccomandazioni del comitato etico”, ha fatto sapere il gruppo Vivendi di Vincent Bolloré, che ha fatto della controversia una linea editoriale. Dall’annuncio della firma di Zemmour a Cnews, manifestanti si radunano davanti alla sede del gruppo per protestare.

  

Zemmour contro tutti, contro gli altri media, contro i propri stessi colleghi, contro i giudici, contro il mondo da cui proviene. Puntute esilaranti, quella contro lo scrittore Marek Halter, il filosofo più philosophe di tutti Bernard-Henri Lévy e l’ex sindaco dell’islamizzata Sarcelles, François Pupponi. E’ il polemista più discusso di Francia. E’ un Saviano di destra che non parla di mafie e porti aperti, ma di islam e identità. Le organizzazioni islamiche e quelle della sinistra antirazzista lo trascinano da anni in tribunale, i fondamentalisti islamici lo hanno minacciato di morte e costretto a girare con la scorta dopo Charlie Hebdo. E’ furbissimo, Zemmour. Aveva definito Canal Plus “il canale dell’odio di sé, dell’odio per la storia della Francia; il canale della decostruzione del romanzo nazionale”. Salvo poi andarci a tenere ogni sera il programma politico già più seguito di Francia. Ha deciso di usare il sistema contro il sistema.

  

E’ febbrile, estenuante, viscerale, non dà tregua e nella stessa trasmissione cita l’imperatore romano Teodosio e la banlieue, lo storico Edward Gibbon e Charles de Gaulle, la Coca Cola e Karl Marx, e in uno scandalo dopo l’altro accumula nemici, risentimento, seguaci. Qualche mese fa aveva scritto sul Figaro: “Noi tartufi puritani, passati da ‘io sono Charlie’ alle leggi contro le fake news, dall’irriverenza alla riverenza. Il tempo ha rivelato la sua natura profonda. Puritana. I nuovi sacerdoti non officiano nelle chiese: predicano sui televisori o sui social. Sono giornalisti, associazioni, attori, cantanti, conduttori televisivi. E la loro inquisizione è molto più implacabile di quella dei loro predecessori”. Zemmour crea le stesse condizioni della propria caduta.

  

E’ un nazionalista repubblicano, un ebreo laico che esalta il ruolo pubblico del cattolicesimo, un bonapartista convinto antiliberale che vorrebbe veder cadere Macron e Maastricht, assimilare alla cultura francese dal primo all’ultimo immigrato, che da anni lamenta la morte del padre, della differenza sessuale, della famiglia, della patria, della scuola, della cultura e della civiltà.

  

“Sei Harry Potter, per te è tutto meraviglioso”, dice in tv a Bernard-Henri Lévy, che lo chiama “pazzo incendiario”

Su Mediapart una serie di personalità hanno firmato un appello intitolato: “Non andremo su CNews fintanto che il canale darà ogni sera la parola al polemista d’estrema destra Zemmour”. E’ boicottaggio da parte del sindacato Cgt e del partito di estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon. E’ boicottato anche dall’interno, visto che tutti i rappresentanti dello staff del canale tv hanno chiesto la fine dello show di Zemmour. La trasmissione è intanto un format spettacolare. Lunedì 21 ottobre Zemmour si scontra con Bernard-Henri Lévy, il suo alter ego ebraico, liberal, europeista, macroniano. “Mi piace ascoltarti perché con te tutto è semplice, tutto è bello, ci sono persone simpatiche e cattivi, sei come Harry Potter”, gli dice Zemmour. “Le tue parole sono irresponsabili, pazze, sei un piromane” gli risponde BHL. “L’islam è incompatibile con l’illuminismo, con la democrazia, con la Repubblica”, va avanti Zemmour, che accusa BHL di invocare sempre “i grandi popoli alla rivolta, alla ribellione, quando sono curdi, bosniaci… E i francesi mai. Quando i francesi vogliono ribellarsi a una situazione ingiusta, dici che sono petainisti e razzisti. Beh no, non funziona: anche i francesi sono persone fantastiche. Per me, la Francia è in pericolo. Mi preoccupa molto più dei curdi o dei bosniaci”.

  

Infuocata la puntata sulla procreazione assistita estesa alle coppie omosessuali. Stavolta Zemmour contro l’economica Nicolas Bouzou. Il polemista ha definito dei “capricci” il desiderio delle coppie gay di avere figli. L’associazione Urgence Homophobie ha colto l’occasione per giustificare la sua decisione di boicottare i canali che danno la parola a Zemmour. Poi la puntata sulla chiesa cattolica con lo storico delle religioni Odon Vallet, cui cui Zemmour dice: “Il Papa ha abbandonato le chiese europee. Tutti i suoi i discorsi su capitalismo, ecologia, immigrazione o islam lo collocano a sinistra dello spettro politico. È un uomo che si sottomette alla doxa dei media su tutti gli argomenti”.

  

Viene da un mondo scomparso, di ebrei algerini pazzi per la Francia, l’infanzia a Drancy, oggi “territorio perduto all’islamismo”

Non si contano i libri usciti contro Zemmour: “Eric Zemmour, une supercherie française” dell’algerino Mohammed Sifaoui, “Eric Zemmour : itinéraire d’un insoumis” di Danièle Masson, “Contre Zemmour” di Noel Mamere e Patrick Farbiaz, per citarne tre. Lo storico Gérard Noiriel lo paragona a Édouard Drumont: Zemmour sta ai musulmani come l’autore della “France Juive” sta agli ebrei, niente meno. Il direttore di Libération, Laurent Joffrin, pensa a Charles Maurras, il letterato-politico campione del nazionalismo francese condannato alla reclusione e alla degradazione nazionale, l’apologeta del cattolicesimo scomunicato da Pio XII che mise all’Indice il suo giornale e tutte le sue opere, infine matricola numero 8321 nel penitenziario di Clairvaux.

 

Durante una recente serata organizzata dal settimanale Valeurs Actuelles, Zemmour ha dibattuto con Bruno Le Maire, poi si siede accanto al giornalista Geoffroy Lejeune per ascoltare Michel Houellebecq. Zemmour si sporge verso il giornalista e gli dice: “Ora portami Macron”. Discutere con un ministro dell’Economia non gli è più sufficiente, vuole l’Eliseo. Lejeune ha approfittato della Legione d’Onore a Houellebecq per discutere di questa possibilità. E Macron, molto educatamente, ha risposto: “Perché no?”. Il predicatore Zemmour sogna di diventare politico? Questa è stata l’impressione dopo la convenzione delle destre organizzata da Marion Marechal Le Pen, dove Zemmour ha tenuto un discorso radicale sulla fine della Francia, “la guerra di sterminio dell’uomo bianco eterosessuale”, l’islamizzazione della strada.

  

La radio RTL, di cui Zemmour era editorialista da dieci anni, lo ha subito messo alla porta. L’ex presidente, François Hollande, ha accusato Zemmour di “banalizzazione dell’estremismo”. Prende le distanze da lui anche la redazione del Figaro. “Zemmour usa la libertà di espressione come ritiene opportuno, a suo rischio e pericolo”, scrive il comitato di redazione, che chiede alla direzione di “porre fine a questa situazione ambigua”. Sì, un’organizzazione di giornalisti ha chiesto al proprio giornale di mettere un giornalista al suo posto. Il Consiglio superiore dell’audiovisivo ha ricevuto “quasi 400” denunce relativi alla diffusione del discorso di Zemmour dalla nipote di Marine Le Pen. Il primo ministro francese Edouard Philippe ha definito “disgustose” le sue dichiarazioni. La magistratura ha aperto una inchiesta per “istigazione all’odio religioso” (Zemmour è stato già condannato tre volte in tribunale).

  

Tanto è l’odio quanto l’amore che suscita. “Se Eric Zemmour andrà in prigione, voglio andarci anche io, rivendico l’onore di essere il suo vicino di cella” ha scritto l’ex ministro, conte e saggista Philippe de Villiers. “L’annuncio dell’apertura di una inchiesta su Zemmour è una svolta. Il progressismo è totalitarismo. Non abbiamo più il diritto di criticare l’immigrazione, non abbiamo più il diritto di avere riserve sull’Islam. Zemmour ha il diritto di voler difendere la nostra civiltà. Non sono persone come Zemmour che diffondono odio, è il contrario. I provocatori sono coloro che attaccano il buon senso e che vogliono fare a pezzi il tessuto della nostra civiltà. Eric, continua a parlare. La Francia profonda capisce quello che dici. E quelli che non lo capiranno saranno spazzati via più velocemente del previsto”.

  

Tanti sponsor stanno ritirando i propri spazi pubblicitari prima della trasmissione di Zemmour, su tutti la Nutella del gruppo Ferrero, in quella che sul Figaro Bérénice Levet chiama “alleanza del goscismo e del Capitale” (altri marchi si sono uniti al boicottaggio, da Groupama a Monabanq).

 

Zemmour viene da un mondo che non esiste più. L’infanzia a Drancy, un sobborgo a nord-est di Parigi che la destra oggi inserisce fra i “territori perduti della Repubblica”, persi all’immigrazione. Al padre Roger, un autista di ambulanze nato in Algeria, piaceva ascoltare Lili Boniche, la chanson ebraico-araba, mentre la madre, Lucette, era pazza di Charles Aznavour. Nel 1969, i genitori si trasferirono nel quartiere Chateau Rouge del 18esimo arrondissement di Parigi, dove il padre parlava arabo nei caffè. La madre mandò Zemmour in una scuola ebraica privata a studiare la Torah e a indossare la kippah, che lui e gli altri studenti si toglievano ogni volta che lasciavano l’istituto.

 

Perché lo zemmourismo attrae? “In un mondo senza padre o punti di riferimento è necessario rallentare la marcia del tempo”

La sua carriera inizia nel 1986 quando entra a far parte del Quotidien de Paris di Philippe Tesson, che gli offre un posto nella redazione politica. Dieci anni dopo si unisce al Figaro. Nicolas Beytout, ex capo della redazione di Figaro, non poteva sopportarlo. Passano altri dieci anni e scrive “Premier Sexe”, il pamphlet sulla femminilizzazione della società. Poi il successo clamoroso con “Suicide francaise”, mezzo milione di copie vendute (nella provincialissima Italia i libri di Zemmour non hanno praticamente editore). Zemmour afferma non solo che la sconfitta impartita da Carlo Martello al califfato omayyade a Poitiers nel 732 mise le basi per la nascita dell’impero franco, ma che questo confronto tra civiltà si ripete ancora oggi. Sul Monde, Nicolas Truong ha decifrato il fascino dello zemmourismo: “In un mondo senza padre o punto di riferimento è necessario rallentare la marcia del tempo, riabilitare le nozioni di eredità e radicamento. I nuovi conservatori cercano di difendersi dagli ‘effetti perversi’ della modernità, di fissare ‘limiti’ alla biotecnologia, di resistere all“indifferenziazione generalizzata’ e di temperare le ‘passioni egualitarie’ dei progressisti”.

 

Per questo la “Francia periferica” lo venera e lui ne rinsalda lo stato di minorità rispetto alla “Francia delle minoranze”, una Francia sognata e diversa, da impero in declino. “A casa tua c’è solo il pessimismo”, gli ha detto un giorno il regista Bernard Murat. È un paradosso vivente. Un prodotto del microcosmo parigino diventato l’araldo di una Francia profonda, ostile. Il padre di Zemmour, sconsolato, oggi dice: “Lo uccideranno”.

 

Intanto lui raccoglie le polemiche che semina e le indossa come medaglie strappate al conformismo. E così si arriva a chiedere la sua espulsione dal dibattito pubblico nel momento stesso in cui Macron invita il popolo ad avere il coraggio di affrontare la realtà della Francia periferica e di mobilitarsi contro l’“idra islamista”. E’ l’altro paradosso, quello di Zemmour nella società aperta: chi è il Savonarola, il giornalista che traumatizza e brandisce l’insicurezza culturale o il ceto riflessivo che chiede di relegarlo all’ultima pagina dei giornali o che in televisione ne vorrebbe fare una sorta di monoscopio?

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.