Quarto anniversario di Charlie Hebdo, la libertà di parola è a pezzi in occidente

Giulio Meotti

Il 7 Gennaio 2015 l'assalto alla redazione di Parigi. In occidente vige adesso una pervasiva avversione al principio della libertà di parola. Tutto è stato davvero perdonato

Roma. “Tutto è diventato blasfemo”, scrive Riss, direttore di Charlie Hebdo, nell’ultimo numero del settimanale che esce per l’anniversario della strage dei colleghi a opera di due islamisti, i fratelli Kouachi. Quattro anni dopo, è la stessa idea della libertà di espressione a essere diventata blasfema in occidente.

 

I guai di Charlie Hebdo, culminati nella mattanza scientifica dei suoi giornalisti e vignettisti, iniziarono con la ripubblicazione in solitaria delle vignette su Maometto del quotidiano danese Jyllands Posten. In questi quattro anni dal massacro al numero 10 di rue Nicolas-Appert a Parigi, nessun giornale europeo ha ripubblicato una sola vignetta sul Profeta dell’islam e tutti i media mainstream hanno pixellato le caricature di Charlie Hebdo. Dalla Francia alla Germania, non si contano adesso i giornalisti e gli intellettuali sotto scorta per via delle loro critiche e idee sull’islam (dal francese Zemmour ai tedeschi Hamed Abdel-Samad e Thilo Sarrazin).

 

A fine anno c’è stata la storica sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo sul caso di una donna austriaca che aveva definito Maometto un “pedofilo” a causa della sua relazione con una bambina, Aisha. In Austria, la donna era stata condannata in una sentenza convalidata dai giudici di Strasburgo, che hanno stabilito che la libertà di espressione finisce al confine con l’islam. “Il giorno in cui è morta la libertà di parola in Europa”, ha scritto la rivista americana Commentary a proposito di questa sentenza. La massima istanza giuridica sovranazionale in Europa ha incorporato, de facto, l’idea di blasfemia in vigore nella sharia e costata la vita ai giornalisti di Charlie. Ma non è soltanto l’islam.

 

La minaccia alla libertà di parola adesso emana non solo dai jihadisti. Il problema più profondo forse siamo noi. In occidente vige adesso una pervasiva avversione al principio della libertà di parola. Le schermaglie attorno alla libertà di parola nei campus universitari europei e americani, per esempio, si sono intensificate dopo il massacro di Charlie Hebdo. Professori intimiditi, disinvitati, mobbizzati. Libri censurati o sbianchettati nelle parti che offenderebbero il nuovo comune sentire. Si è arrivati, come a Berkeley, anche all’uso inquietante della forza per mettere a tacere le voci con cui non si è d’accordo.

 

Anche la politica ci ha messo del suo, con i ripetuti attacchi alla stampa. Le grandi battaglie a favore della libertà di espressione all’estero non fanno mobilitare che qualche gruppuscolo di attivisti. Come il caso di Asia Bibi, la cui vicenda rientra perfettamente in quel “tutto è diventato blasfemo” di Riss, rea di aver violato la legge pakistana sulla “blasfemia”. “I cristiani vengono dati in pasto ai leoni… e a nessuno sembra importare”, scriveva questa settimana uno dei maggiori columnist australiani, Greg Sheridan. C’è il caso di Raif Badawi, blogger saudita frustato e incarcerato per i suoi post liberali, e pressoché dimenticato nel suo tugurio a Riad. E un po’ ci si mette anche Charlie, il “nuovo” Charlie Hebdo.

 

Nel numero uscito sabato per il quarto anniversario della strage ci sono le critiche agli “antilluministi” Zemmour e l’autore di “Serotonina” Michel Houellebecq, fra gli altri. Il 7 gennaio di quattro anni fa, tutti i grandi quotidiani, network televisivi e agenzie fotografiche, a cominciare dai “Big Three” (Msnbc, Cnn e Ap), fecero a gara nel giustificare la decisione di censurare e oscurare le più note vignette “islamofobe” di Charlie Hebdo. Un anno dopo, le stesse testate hanno pubblicato senza problemi la copertina di Charlie Hebdo con il Dio abramitico “assassino” che scappa. Lunedì nessuno ha avuto problemi a mostrare la nuova copertina del settimanale francese dove si vedono un vescovo e un imam.

 

Al prossimo anniversario resterà soltanto il vescovo. E forse saranno tutti nuovamente Charlie.

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  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.