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Quella Francia muta sull’islam

Il “silenzio religioso” del paese della laicité dopo gli attentati. Le origini della cecità sul jihad contro gli “infedeli” nel libro di Jean Birnbaum

17 Dicembre 2018 alle 08:14

Quella Francia muta sull’islam

Strasburgo, misure di sicurezza per la riapertura dei mercatini natalizi (foto LaPresse)

Pubblichiamo stralci del libro di Jean Birnbaum, redattore capo della sezione libri del Monde, in uscita in Italia per le edizioni Leg: “Musulmani di tutto il mondo, unitevi!”.


    

Ancora una volta, ci fu il silenzio. Il 14 novembre 2015, all’indomani degli attentati più sanguinosi che la Francia abbia mai conosciuto, il paese è rimasto colpito dallo stupore. Ovunque, nonostante il divieto di manifestare, sono stati improvvisati dei raduni silenziosi. Davanti ai bar, ai ristoranti in cui gli assassini avevano svuotato i loro caricatori, così come sulla soglia del Bataclan, la sala da concerto che era stata teatro della carneficina, ciascuno era venuto per raccogliersi, accendere una candela, depositare dei fiori. Senza dire una parola. Questo silenzio ne richiamava un altro, altrettanto profondo. All’inizio dell’anno 2015, gli attacchi contro Charlie Hebdo e l’Hypercacher della Porte de Vincennes avevano imposto non solo il terrore ma anche il mutismo. La sera del 7 gennaio, soltanto poche ore dopo l’attacco sanguinoso contro il settimanale satirico, una folla si era raggruppata spontaneamente in Place de la République a Parigi. Oramai regnava il silenzio. E’ stato ancora più impressionante, quattro giorni dopo, quando milioni di persone hanno sfilato attraverso il paese. Era l’11 gennaio. Pochi striscioni, o neppure uno, quasi nessuno slogan.

  

Se gli attacchi fossero stati rivendicati da un nemico politico conosciuto, a cominciare da un movimento di estrema destra, le cose sarebbero state molto diverse, le parole d’ordine già trovate. Ma, in questo caso, protestare contro chi? Manifestare per cosa? Questo silenzio rifletteva quindi dapprima un immenso senso di smarrimento, un’impossibilità di nominare il colpevole. Tuttavia, all’indomani degli attacchi di gennaio, ci si era affrettati a guardare ad esso con sospetto. Doveva per forza nascondere qualcosa, e si voleva riuscire a farlo parlare. Che cosa avevano da rimproverarsi questi silenziosi camminatori? Molto rapidamente, si è ritenuto che il loro mutismo nascondesse una minaccia.

  

Ciò che era stato scosso, dalla Repubblica alla Bastiglia e ovunque in Francia, non era un mormorio sparuto, ma un grido di odio. Questa fu la tesi di Emmanuel Todd: le donne e gli uomini che scesero in piazza a milioni difesero la libertà di stigmatizzare, il diritto di odiare in buona coscienza. Tale sarebbe stata la vergognosa verità dell’11 gennaio.

   

Ma c’è un altro modo di affrontare il silenzio. Consiste nel rispettarlo. Piuttosto che cercare di riempirlo, possiamo prenderlo come tale, in altre parole, come un discorso impedito. Così, il disagio dell’11 gennaio, perché infatti disagio c’è stato, diventa qualcosa di molto diverso: una parola impossibile. Le folle immense ansimavano. I camminatori non sapevano quali parole pronunciare, né con quali termini descrivere l’evento.

  

Accontentandosi di sfilare per “la libertà di espressione”, rinunciarono a individuare qualsiasi nemico, o anche la più vaga minaccia. Bisogna dire che l’esempio era venuto dall’alto. L’11 gennaio fu lo stato a chiamare a manifestare. I suoi più alti rappresentanti si tenevano in testa al corteo e, prima ancora che la folla si avviasse, avevano indicato la strada da seguire, ripetendo su tutti i toni, un idea e una sola: gli attacchi che hanno appena insanguinato la Francia “non hanno niente a che vedere” con la religione in generale, e con l’Islam in particolare. Gli uomini che hanno commesso questi crimini “non hanno niente a che vedere con la religione musulmana” affermava François Hollande.

  

“Non lo ripeteremo abbastanza, questo non ha niente a che vedere con l’Islam” insisteva Laurent Fabius. “Circolare, andate avanti gente, non c’entra niente!”. Quando l’impossibilità a dire le cose viene dall’alto, si chiama interdizione. L’immenso raduno dell’11 fu quindi una manifestazione vietata. Autorizzata dalla polizia, certo, organizzata anche dall’alto, ma in realtà vietata, nel senso in cui si dice di qualcuno che rimane interdetto, stupefatto, sbalordito, cheto, di sasso, senza parole. A partire dai vertici dello stato fino alla folla di camminatori anonimi, si osservò un silenzio “religioso”, cioè un silenzio che toccava due volte la religione: non solo per il suo intenso fervore, ma anche e soprattutto perché la religione, quel giorno, fu oggetto di un gigantesco rifiuto. Il silenzio in questione era il contrario di un clamore allucinato, di un trambusto esaltato. Perché gli uomini che avevano appena commesso gli attentati, loro, avevano una buona parlantina. E invocavano la religione.

 

Il 9 gennaio, nell’Hypercacher della Porte de Vincennes, il giovane Amedy Coulibaly si è presentato così alle sue vittime: “Sono Amedy Coulibaly, maliano musulmano. Io appartengo allo Stato islamico”. Molto rigoroso sui principi confessionali, proclamerà delle idee attribuibili ai jihadisti di tutti i paesi, spiegando in particolare alla giovane cassiera del supermercato: “La differenza tra i musulmani e voi, gli ebrei, è che date un significato sacro alla vita. Per voi, la vita è troppo importante. Noi, diamo un significato sacro alla morte”.

  

Tra i cadaveri, tra le preghiere, ha anche dissertato sulla geopolitica contemporanea, ed in particolare sugli interventi occidentali in Mali o in Siria, che non erano niente altro, ai suoi occhi, che delle guerre di religione: “Devono smettere di attaccare lo Stato islamico, che smettano di togliere il velo alle nostre donne”, avvertiva in un documento diffuso su radio Rtl.

 

Più tardi, il giovane uomo invierà al suo comandatario un ultimo messaggio, in forma di testamento, nel quale riaffermerà il suo attaccamento ai comandamenti dell’Islam, chiedendo che si prendano cura di sua moglie, Hayat Boumeddiene: “Vorrei che i miei confratelli si occupino di mia moglie secondo le regole dell’islam. Vorrei per lei che non si trovi sola, che abbia una buona situazione finanziaria e che non sia abbandonata. Soprattutto che impari l’arabo, il Corano e la scienza religiosa. Abbiate cura che lei stia bene religiosamente. Ciò che è più importante è il dine [religione in arabo] e la fede, e per questo lei ha bisogno di essere accompagnata. Che Allah vi assista”. In un video diffuso dopo la sua morte, e accuratamente montato da un compagno d’armi, tornerà ancora sulle sue motivazioni inseparabilmente politiche e religiose:

 

“Attaccate il Califfato, attaccate lo Stato islamico? Vi attacchiamo! Voi e la vostra coalizione, bombardate regolarmente laggiù, uccidete dei civili, dei combattenti... perché? Perché applichiamo la Sharia? Anche a casa nostra, non abbiamo più il diritto di applicare la Sharia, ora! Siete voi che decidete cosa accadrà sulla terra, giusto? No, non lasceremo che accada, ci batteremo, Inshallah, per innalzare la parola di Allah”, concludeva Coulibaly, precisando di aver coordinato la sua azione, con coloro che chiamava “i fratelli della nostra squadra”, Saïd e Chérif Kouachi, gli assassini di Charlie Hebdo. Così gli uomini che hanno perpetrato gli attentati del gennaio 2015 non hanno scelto il silenzio. In ogni fase della loro radicalizzazione, hanno messo in avanti la religione come la forza propulsiva della loro azione, l’orizzonte permanente delle loro gesta. Ancora una volta, un’ultima volta, il 7, l’8 e il 9 gennaio, Amedy Coulibaly ed i suoi “confratelli” Kouachi hanno voluto “riempire il vuoto con la religione”.

 

E se i loro itinerari presentano delle peculiarità sociali e nazionali, il loro destino non può essere ridotto a una storia francese […] Molto rapidamente, queste dichiarazioni del presidente della Repubblica e del ministro degli Affari esteri furono amplificate da una moltitudine di commentatori e di intellettuali. In televisione come nei giornali, vari specialisti si alternavano per affermare che per quanto i jihadisti potevano appellarsi al jihad, le loro azioni non dovevano in nessun modo essere collegate a qualche passione religiosa. “Barbari”, “Energumeni”, “Psicopatici”: tutte le qualificazioni erano buone per escludere qualsivoglia riferimento alla fede. I jihadisti sono dei mostri sanguinari che devono essere fermati, tuonava il criminologo.

 

I jihadisti sono il prodotto di un disordine mondiale per il quale l’occidente è responsabile, correggeva il geopolitico. I jihadisti hanno delle personalità fragili che hanno subito troppe ferite narcisistiche, diagnosticava lo psicologo. I jihadisti sono vittime della crisi, correggeva l’economista. I jihadisti sono dei ragazzini di città che hanno preso la strada sbagliata, aggiungeva il sociologo. I jihadisti sono la prova che il nostro modello di integrazione è fuori servizio, esagerava lo scienziato politico.

  

I jihadisti sono eredi della moda umanitaria, la loro mobilitazione è paragonabile a quella degli studenti che si arruolano in una Ong dall’altra parte del mondo, sosteneva l’antropologo. I jihadisti sono dei giovani che soffocano in una società vecchia, partono per cercare la novità in Siria come altri diventano cuochi in Australia, precisava il demografo. I jihadisti sono bambini di Internet e dei videogiochi, hanno abusato di Facebook e di Assassin’s Creed, sussurrava lo specialista informatico. I jihadisti sono dei puri prodotti della nostra società dello spettacolo, sono semplicemente in cerca di fama, Charlie è il loro Koh Lanta, riassumeva lo specialista dei media… in breve, che la questione venisse affrontata da un punto di vista puramente poliziesco e della sicurezza, ovvero sotto il suo unico aspetto socio-economico, la faccenda sembrava concordemente definita: proprio come l’islamismo non aveva “niente a che fare” con l’Islam, il jihadismo era estraneo al jihad.

  

Tanto che, degli attacchi del gennaio 2015, sono state considerate tutte le spiegazioni, tutte le possibili cause, tranne una: la religione. La religione come modo di essere nel mondo, fede intima, credo condiviso. Con costanza, questo fattore, in quanto tale, è stato passato sotto silenzio. […] Questa dimensione simbolica della politica, la sinistra sembra averla persa per strada. Oggi, proprio nel momento in cui la politica spirituale opera un ritorno spettacolare, la maggior parte degli intellettuali di questa corrente sono diventati estranei alle questioni religiose. Tuttavia non c’è nulla di più concreto, è urgente riscoprirlo. Ho citato più di un filosofo qui, nell’intento di sollevare una questione che non è affatto teorica, di porre un problema politico le cui sfide sono tutt’altro che astratte, come questo libro ha cercato di dimostrare.

  

Se la sinistra vuole sostenere lo choc del “teologico-politico”, è urgente che rompa il silenzio. Che cessi di oscurare la forza autonoma dello slancio spirituale. Che si sbarazzi delle sue certezze e dei riflessi che glielo impediscono. In breve, che faccia un ritorno a se stessa e si riallacci alla sua tradizione critica. Altrimenti, lo spirituale continuerà a terrorizzare gli attivisti dell’emancipazione, a prenderli in giro. E la religione potrebbe benissimo diventare l’ultimo sospiro della sinistra, questa creatura depressa.

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Commenti all'articolo

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    17 Dicembre 2018 - 22:10

    La forza vitale dell'uomo sta nella sua fede. Il laikismo, come concezione antropologica semplicemente animalesca della vita umana perciò infima, è già perciò perdente per definizione di fronte a qualsiasi mentalità religiosa in quanto comprensiva del trascendente e dell'oltretomba. Il confronto vero, la sfida frontale decisiva torna a riproporsi tra chi crede in Cristo e chi crede in Maometto. Tra il culto della morte e l'amore per la vita, tra l'intolleranza razzista e la fratellanza cattolica, tra l'imposizione e la libertà, tra l'oppressione e la promozione, tra il terrore e la gioia di vivere, tra la cultura dell'odio e la civiltà dell'amore.

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