Quelle 270 mila firme per cacciare Zemmour dalla tv

Giulio Meotti

Il sondaggio sul Point, “Volete interdire Zemmour dalla tv?”, e la raccolta firme su Change.org. Caos sul dissacratore del multiculti

Roma. Per l’Observatoire du journalisme si tratta del saggista più letto e discusso in Francia negli ultimi dieci anni. Eppure, sul sito del settimanale Point ieri campeggiava questo sondaggio: “Volete interdire Zemmour dalla tv?”. Surreale domanda, nel paese della strage a Charlie Hebdo e della libertà di espressione. Ma intanto il conteggio della raccolta firme su Change.org galoppava verso le 300 mila, qualcosa di inedito a favore dell’interdizione non di un movimento politico, ma di un singolo giornalista. Ieri sera, la petizione era arrivata a 270 mila. Ventiquattro ore dopo il lancio, giovedì 20 settembre, la petizione aveva già raccolto centomila firme. E’ stata promossa da Hapsatou Sy, editorialista e ospite del programma di Thierry Ardisson sull’emittente C8, dopo che la conduttrice si era scontrata con Zemmour. Quest’ultimo, gran dissacratore di multiculturalismi e avvezzo alle polemiche, è stato criticato per aver detto a Sy che la madre avrebbe dovuto chiamarla “Corinne”. “La Francia non è una terra vergine, è una terra con una storia, un passato e i nomi incarnano la storia della Francia” aveva detto Zemmour.

 

La petizione sembra produrre gli effetti sperati. Zemmour è appena tornato in libreria col suo nuovo libro, “Destin français”, da due settimane primo in classifica. Ma non è andato a presentarlo in nessuna piattaforma radiotelevisiva del servizio pubblico. E su tutte le reti è forte la richiesta di oscurarlo. Jean-Michel Aphatie, editorialista su Europe 1, ha esclamato in diretta: “Io odio Zemmour”. Lo ha anche definito “una merda”. Mediapart ha paragonato Zemmour a Petain e Drumont, il libellista antisemita (salvo che Zemmour è ebreo). Yassine Belattar, umorista e conduttore, ha chiesto in diretta che il servizio pubblico smetta di invitarlo: “J’emmerde Zemmour”. Poi un editoriale intitolato “Ciao razzista” del direttore di Libération, Laurent Joffrin. L’avvocato Caroline Mécary intanto: “Non vedrete mai più Zemmour nel servizio pubblico, su France 2, nei grandi show”. Il produttore Stéphane Simon: “Ci interrogheremo di più prima di ospitare Zemmour, a causa di ciò che genera, un clima da guerra civile”. A complicare le cose è arrivata la diffida che il Consiglio superiore dell’audiovisivo ha inviato a Paris Première per i commenti fatti da Zemmour nel gennaio scorso: “Stigmatizzazione della popolazione islamica”.

 

Ieri Zemmour ha risposto a modo suo: “Che vada a Sant’Elena (l’isola dell’esilio di Napoleone, ndr), e naturalmente, nel nome della libertà”. E’ davvero così? Per il momento, il polemista non è ancora stato visto sui canali del servizio pubblico per la promozione del suo ultimo libro. Ed è una novità: nel 2016, per il precedente libro contro i cinque anni di Hollande, Zemmour era stato invitato nei media pubblici. Ma adesso le cose si complicano, se anche il ministro della Cultura Françoise Nyssen ha preso posizione su Twitter: “Oggi, io dico: io sono Hapsatou Nyssen”.

 

Zemmour sembra sempre più radioattivo. iTELE nel 2014 aveva fatto a meno della sua collaborazione dopo le polemiche sull’islam e anche Rtl ha da poco cancellato la rubrica di Zemmour, condannato due volte dai giudici per “razzismo e islamofobia”. Un affaire che mostra quanto sia sottile, fragile e un tantino ipocrita la pellicola della libertà di espressione che avvolge le società aperte.

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  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.