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Il dialogo sulla libertà di Sansal e Daoud, tacciati di “islamofobia” in Francia

Due grandi scrittori algerini chiacchierano insieme e rimpiangono il paese libero, laico e gioioso che non c'è più 

16 Gennaio 2019 alle 11:06

Il dialogo sulla libertà di Sansal e Daoud, tacciati di “islamofobia” in Francia

(Foto Pixabay)

Parigi. “È soprattutto in Francia che temo per la mia vita. Sono terrorizzato dall’elettrone libero di 17 anni che può ucciderci da un momento all’altro per fanatismo”. Kamel Daoud non è soltanto uno dei più grandi scrittori viventi, premio Goncourt du premier roman nel 2015 con “Mersault, contre-enquête”, è un intellettuale arrabbiato contro quella Francia libera, laica e gioiosa che vent’anni fa leggeva affascinata i suoi articoli indomiti sul Quotidien d’Oran, e ora, invece, lo taccia di “islamofobia” per i suoi attacchi alle derive dell’islam. Daoud, nato a Mesra, in Algeria, nel 1970, a otto anni dall’indipendenza, non lo riconosce più il paese di Voltaire, sempre più simile alla nazione ritratta da Houellebecq in “Soumission”, un paese che si è lasciato infiltrare dall’oscurantismo. E non lo riconosce più nemmeno Boualem Sansal, l’altro scrittore “islamofobo” algerino, che la gauche intellettuale parigina ha fatto uscire dal girone dei presentabili da quando ha iniziato a mettere in guardia la Francia dai cosiddetti “compromessi ragionevoli” con l’islam. Il Figaro li ha fatti incontrare di persona dopo tanto tempo, in occasione dell’uscita a Parigi delle loro ultime fatiche letterarie, “Le peintre dévorant la femme” (Daoud) e “Le Train d’Erlingen ou La Métamorphose de Dieu” (Sansal), e ne emersa una dichiarazione d’amore all’occidente e alle sue libertà.

 

“Sansal e Daoud sono due volti della libertà. Il primo è tanto placido quanto il secondo è tempestoso. Sansal, con i suoi lunghi capelli bianchi e il suo eterno sorriso pieno di saggezza, ha l’allure di un vecchio maestro di kung-fu impassibile. E’ in questa profonda serenità che trova la forza di essere libero. Daoud, invece, si nutre delle critiche per avanzare. In lui si scorge una collera nascosta e la rabbia di vivere. Se non ci fossero stati i libri, forse, sarebbe diventato un moujahedin. Il suo incontro con la letteratura ha diretto la sua rivolta contro i poteri e i dogmatismi”, scrive il Figaro. Due figure opposte caratterialmente e separate da una generazione – Sansal è nato nel 1949 e ha vissuto quel momento di spensieratezza effimero tra il 1962, anno della fine della guerra, e il colpo di stato di Boumédiène nel 1965, in cui l’Algeria era considerata la “Mecca dei rivoluzionari” e Che Guevara aveva un appartamento davanti alla cattedrale di Algeri; Daoud, venuto al mondo ventuno anni dopo, ha invece subìto in pieno la politica di islamizzazione imposta dall’Arabia Saudita, diventando un musulmano praticante fino alla sua emancipazione grazie alla lettura e alla cultura – ma accomunate dalla stessa sete di libertà e amore per la propria indipendenza intellettuale, due coraggiosi dissidenti che continuano a vivere nella loro Algeria natale nonostante la sorveglianza del regime di Bouteflika e gli appelli all’omicidio da parte degli islamisti. “Come il gas, l’islamismo occupa tutto”, constata Sansal. “L’attuale immobilismo che regna in Algeria è un’illusione alla quale tutti vogliono credere, ma non tutto è statico: gli islamisti sono molto attivi e continuano a conquistare terreno. Il regime, da ormai diversi anni, ha subappaltato lo spazio pubblico, i media, i giornali, le reti televisive, le moschee e i predicatori alla gestione islamista”, analizza Daoud.

 

L’autore di “2084” vive a Boumerdès, vicino ad Algeri, Daoud abita a Oran, a 400 chilometri di distanza, e l’unica occasione per incontrarsi sono le cene organizzate dall’ambasciatore francese. Ma nonostante la censura di cui sono vittime in Algeria, l’amore per le loro radici è troppo forte per pensare a un esilio in Francia. “Come tutti gli algerini ci pensiamo ogni mattina. Poi però, quando cala la sera, diciamo ‘vedremo più avanti’”, dice Sansal, le cui figlie vivono a Praga. La loro esitazione è anche legata all’attuale clima di terrorismo intellettuale contro i critici dell’islam in Francia. Daoud, due anni fa, quando denunciò gli stupri di Colonia evocando la “miseria sessuale” del mondo islamico, fu oggetto di una fatwa laica sul Monde da parte di un gruppo di universitari. Sansal, a Nizza, e non ad Algeri, è stato aggredito da un franco-algerino, che lo accusava di sporcare l’immagine dell’Algeria con i suoi libri. È la stessa Francia che ha prodotto Cherif Chekatt, il terrorista di Strasburgo che aveva premeditato tutto e aveva annunciato alla madre di voler “morire da martire”. E’ la Francia che li accusa di “stigmatizzare” i musulmani e di fare il gioco delle dell’estrema destra “islamofoba”.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha anche scritto un libro, Macron. La rivoluzione liberale francese, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, la cucina emiliana, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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