La paura negata dell'islam

Rocco Quaglia

Perché l’occidente non ha il coraggio (psichico) di chiamare il nemico col suo nome

“È come vivere ai piedi di un vulcano e non capire che si prepara a scoppiare” (Boualem Sansal, scrittore musulmano)

 

Quando la verità non può più essere detta la si dice per allusione o negandola. L’occidente ha paura dell’islam ma non può ammetterlo, le ragioni possono essere tante, sicuramente tutte ben razionalizzate e politicamente corrette, o forse c’è una ragione soltanto, sconosciuta e irrazionale. Secondo l’intellettuale Sansal (1), il terrore islamico sarebbe ormai troppo radicato, e noi saremmo paralizzati dalla paura; ce ne staremmo buoni e tranquilli in attesa che tutto finisca come per incanto. Non si può escludere che alcuni abbiano raggiunto lo stato di aponia, affermando che l’islam non sia una minaccia; tuttavia l’aggressività generalmente mostrata nella difesa dell’islam contro i cosiddetti islamofobi, tradirebbe in costoro la presenza di una paura negata.

 

Inutile sarebbe ricordare quanto sia cambiata la nostra vita dopo l’Undici settembre: è sufficiente andare in aeroporto o in una stazione di treni per rendersene conto, anche se continuiamo a dire: “La mia vita non cambierà”, o “Tutto sarà come prima”. Dopo il panico scoppiato in piazza san Carlo a Torino (3 giugno 2017) in seguito a un improvviso rumore, non possiamo più consolarci fingendo di non temere il terrorismo islamico. C’è dunque un conflitto dentro di noi, due forze in opposizione tra loro: c’è un vissuto di paura non riconosciuto che spinge per manifestarsi, e c’è una contro carica di energia che cerca di respingerlo nei sotterranei della psiche.

 

Come stiamo risolvendo questo conflitto, e quali disagi stiamo vivendo a livello psichico? Negando la paura, poiché socialmente rigettata, viene a mancare il vero oggetto della paura stessa. In altre parole, in assenza di una fonte della paura la nostra psiche è costretta ad attivare una serie di meccanismi di difesa contro la paura stessa, che diventa l’unico nostro nemico. In genere, il primo meccanismo attivato per arginare l’angoscia è la rimozione, che tuttavia, nel nostro caso, poiché è alimentata da un reale nemico esterno, non può avere pieno successo. La mente quando non può rimuovere, cioè espellere dalla coscienza, ricorre alla repressione, investendo molte risorse di energia psichica.

 

La paura di cui si parla qui resta così appena sotto la superficie della “pelle”, e per questo noi sentiamo il bisogno, dopo ogni attacco terroristico islamico, di marciare insieme per le strade gridando forte, come è avvenuto a Barcellona, “No tinc por!”, “Non ho paura!”. In tali occasioni, non si nomina la fonte della paura, non si indica nessun nemico; si esecra l’atto e si tenta di ridurre tutto all’azione di uno squilibrato, o di un cane sciolto senza collare né museruola. Per chi ha subìto l’offesa è importante riunirsi, sentirsi per un momento insieme, sia per evacuare la rabbia generata dalla paura, sia per non sperimentare la solitudine e lo smarrimento, vale a dire “il terrore senza nome”.

 

Oltre la negazione, ecco il diniego. A far apparire minaccioso l’islam non sarebbe la semina dei morti per le strade, ma i nostri pregiudizi 

Quel che colpisce nelle interviste alle persone sopravvissute, è l’impiego del soggetto “Io” e non “Noi”. Indizio – questo – che denuncia un fragile senso di appartenenza a una comunità, e l’assenza di riferimento a una dimensione di valori umani, sociali, etici condivisi. Il massimo dell’espressione della propria reazione è: “Non ho paura e per dimostrarlo continuo a vivere la mia vita di individuo come se nulla fosse accaduto”. Le folle che si riversano per la strada a rivendicare il loro diritto a starsene in pace in realtà non formano cortei di popoli ma costituiscono una massa di individui accumunati dalla sola paura.

 

Di fronte a fatti per noi fino a venti anni fa affatto inconcepibili, l’occidente soffre di un disturbo da stress post traumatico. L’invincibile e moderno Occidente non può ammetterlo, perciò grida una paura negata, mascherata, repressa, negletta. Tuttavia, una paura negata non svanisce nel nulla, ma continua a lavorare in profondità distruggendo nell’individuo il suo sentimento di identità e di appartenenza, ossia il significato stesso del suo esser-ci. Più si fa finta che tutto sia come prima, è più si avverte un senso di irrealtà e di precarietà, unito a un senso di paralizzante impotenza. La paura è reale e noi possiamo “valutarla” in proporzione alla forza con cui la neghiamo, o la ignoriamo “distraendoci”.

 

L’insistenza con cui si nega il pericolo islamico è, infatti, un’inconsapevole difesa. Di solito i negazionisti sono persone che parlano dei terribili fatti di cronaca in modo distaccato; senza una reale partecipazione emotiva. La loro dimensione affettiva è come isolata dal resto dei processi psichici: si tratta di un meccanismo di difesa noto come isolamento dell’affetto. La mente si difende dagli stimoli che non riesce a elaborare, eliminando la parte affettiva dalla coscienza.

 

La negazione, già più volte menzionata, rappresenta uno dei meccanismi di difesa maggiormente utilizzati. Oltre a negazioni esplicite del tipo “L’Islam non è una minaccia”, esistono forme negazioniste che tendono a ridimensionare sia i fatti di cronaca, riducendoli a “singoli e isolati episodi” ma ingigantiti da una stampa prevenuta, sia il numero degli aspiranti jihadisti, che sarebbe una trascurabile minoranza. In compenso esisterebbero, come scrive un bravo storico, molti “onesti e buoni musulmani desiderosi di vivere da virtuosi nostri concittadini”. Queste rassicurazioni potrebbero attenuare le paure se cessassero le minacce di matrice islamica. Tuttavia il ripetersi delle stragi risveglia, ogni volta, paure appena assopite, costringendo il nostro “Io” a ricorrere a più drastiche misure difensive che, pur variando da individuo a individuo, si rivelano con sempre maggior insistenza sui giornali e nei dibattiti televisivi.

 

Accanto alla negazione ecco così il diniego; questo meccanismo, alquanto primitivo, nega la realtà stessa di quel che si percepisce. A far apparire minaccioso l’islam, pertanto, non sarebbe la semina dei morti per le strade, ma sarebbero i nostri pregiudizi e la nostra ignoranza dell’islam, oppure sarebbero i “manovratori del terrore”, che coltiverebbero artificialmente un clima di allarme per fini non ben definiti, ma sicuramente politici.

 

Un altro meccanismo di difesa è la formazione reattiva. Questo meccanismo consiste nell’adozione di atteggiamenti e di comportamenti contrari al contenuto di cui non si vuole prendere consapevolezza (nel nostro caso la paura), evitando di sperimentare l’angoscia della propria invalidità. L’individuo sente così non avversione ma simpatia verso l’Islam, e un “sincero” senso di amicizia verso i musulmani. Può diventare un amante della cultura islamica e un paladino delle loro richieste. A informare che un tale comportamento sia più il prodotto di una formazione reattiva e meno il frutto di una personale formazione culturale è l’esagerazione delle attestazioni di amicizia manifestate, in assenza di ogni capacità critica.

 

Tuttavia, né il diniego, né la formazione reattiva sono sufficienti a tenere a bada l’inconscia paura del terrorismo islamico, in conseguenza del rinnovarsi sia delle minacce sia delle stragi sempre più imprevedibili e clamorose. Quando poi ci si rende conto che con il mondo islamico il dialogo non è possibile; che il far finta che tutto continui come prima non funziona; che l’integrazione con gli “infedeli” è dall’islam considerata una forma di apostasia; che il buonismo non serve a “bonificare” gli islamici; che le concessioni fatte in nome del rispetto delle culture si rivela un’inutile espediente; e che persino le rinunce alle proprie tradizioni e alle proprie festività in ossequio alla sensibilità dei musulmani si rivelano del tutto inefficaci a trasmettere le nostre buone disposizioni, allora si rende necessario mobilitare nuove energie psichiche e far ricorso a meccanismi di difesa ancora più primitivi e pericolosi per la nostra salute mentale.

 

Uno di questi meccanismi è la seduzione. Ci si rivolge ai musulmani chiamandoli “nostri fratelli”, mettendo in atto un comportamento di benevola arrendevolezza, separando il terrorismo dall’Islam, e decantando quest’ultimo come portatore di nuove ricchezze morali e spirituali. Tuttavia la seduzione è un segno di grande debolezza che rafforza l’altro nelle sue convinzioni di onnipotenza e nelle sue azioni di forza. Sedurre vuol dire compiacere l’altro, fino a mostrargli un atteggiamento di sottomissione. Tuttavia, la seduzione incita inconsapevolmente l’altro al disprezzo e alla denigrazione. Non c’è mai stato né rispetto né stima per chi ha mostrato paura.

 

Un aspetto della seduzione è la giustificazione dell’altro e, persino, dei suoi crimini. Si giustifica l’islam dicendo: “Anche noi abbiamo fatto crimini simili”, “Anche noi cattolici siamo violenti”. In un caso Qualcuno è giunto a equiparare la “violenza domestica” dei cattolici alla “violenza islamica” dei terroristi. Il messaggio inviato è: “Noi non siamo migliori di loro”. L’occidente non più cristiano presenta un vuoto che non può restare a lungo tale. Le banche sono diventate le sue nuove chiese, le società si sono trasformate in grandi centri commerciali dove tutto si vende e tutto può essere comprato, compresi i corpi e le anime. L’occidente è ormai una realtà senza convinzione, ha perduto la Ragione, cioè il Logos della sua esistenza. Non ha più uno scopo per stare al mondo che vada oltre il mangiare e il bere. Di fronte a un islam, carico di energie e desideroso di portare la ummah a tutti gli uomini, l’ateo mondo occidentale è incredulo, disorientato e smarrito di fronte a una crudeltà che va oltre ogni limite e ogni misura concepibile. L’occidente è impotente, e cede sempre più terreno, ricorrendo a ideali di antica fattura cristiana per salvare quel che resta del rispetto e la dignità di sé.

 

C’è un conflitto dentro di noi: un vissuto di paura non riconosciuto che spinge per manifestarsi, e una contro carica di energia

A questo punto rimangono poche altre difese da mettere in campo. Noi in qualche modo abbiamo incarnato i fantasmi contro cui lottano i terroristi islamici, e, come si è già detto, non potendo oggettivare la nostra paura non possiamo liberarcene. L’islam non si può sconfiggere, le sue armi non sono convenzionali, il suo esercito è ovunque, ed è animato da un furore divino e da una passione di morte contro cui la “dea ragione” non può nulla. Soprattutto è tardi e sembra saperlo bene il Regno Unito che “discrimina i cristiani perseguitati a favore dei rifugiati musulmani” (2). Vi è qualcosa di intollerabile e di incomprensibile in tanta spontanea soggezione.

 

Comunque, riprendendo il discorso, le ultime ed estreme difese che possiamo mettere in campo per negare la verità della nostra paura sono l’idealizzazione e l’identificazione all’aggressore. La prima, l’idealizzazione, innalza così l’altro fino alla perfezione. Quando l’angoscia diventa insopportabile, c’è un solo modo per sottrarsi alla paura, trasformare la fonte della paura da malvagia a buona, e se è buona non è da temere. Segue un lavoro di intellettualizzazione, grazie al quale si riesce a scagionare e a legittimare, con ragionamenti ideologici, comportamenti fino a poco tempo prima condannati. L’aggressore diventa così vittima, il terrorista diventa un martire della libertà; l’islam diventa la religione della pace e della fratellanza universale. Non hanno forse i cristiani distrutto il mondo della Roma classica? Si chiede uno storico in un suo libro.

 

 

Implicitamente si comunica che non dobbiamo impedire che un nuovo cambiamento avvenga. Nei cambiamenti – si inizia a dire – ci sono sempre cose positive e nell’Islam di cose positive ce ne sarebbero molte. Diversi programmi televisivi hanno già magnificato la raffinata civiltà islamica contro un mondo barbaro e rozzo quale sarebbe stato il nostro nel Medioevo. Con il ricorso a questo meccanismo si assiste allo sgretolamento della nostra realtà interna, che è culturale, sociale, religiosa. Ormai siamo pronti, pur di ricuperare la perduta serenità, ad abbracciare con “fiducioso abbandono” l’islam e la sharia. Un tale passo è possibile con l’adozione dell’ultima difesa, l’identificazione all’aggressore, meccanismo più noto con il nome della “sindrome di Stoccolma”.

 

Per spegnere, una volta per tutte, la sorgente della paura in noi, alla psiche non resta che convincersi di essere lei stessa quella sorgente. Il male non è l’atro ma sarebbe in ciò che crediamo, pensiamo e siamo. Se il bambino si auto-convince di essere lui il lupo, non egli deve temere il lupo, ma gli altri devono temere lui. Se dunque io sposo la causa del terrore e mi identifico al terrorista islamico più nessun terrorista può farmi paura, poiché io, al pari di lui, divento “signore del terrore”. Già i neoconvertiti di ex cattolici ed ex atei all’islam sono oggi una realtà non trascurabile. Già assistiamo a parroci che invitano gli imam musulmani nelle chiese cattoliche a spiegare chi è Gesù per loro. Quando avverrà la conversione di massa – poiché avverrà – tutta la paura fino ad allora compressa esploderà, riversandosi su chi nel frattempo non si sarà convertito.

 

Questi due ultimi meccanismi di difesa possono essere attivati in milioni di individui anche da una sola persona, ma con un ascendente mondiale, parlo del Papa. La persona del papa è stata ormai privata della libertà di fare citazioni storiche a Ratisbona, l’auspicio è che non chieda a Casablanca perdono per le crociate. Si può fare qualcosa? A livello individuale sì: ognuno cominci a dire a sé stesso: “Io ho paura”. Forse un giorno sapremo dire insieme “Tenemos por”, paura per le future generazioni, che non potranno più cambiare religione, non potranno più amare chi vogliono, non potranno più ammirare la Cappella Sistina né la Pietà di Michelangelo”.

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