L'inferno dei cristiani d'Asia

Matteo Matzuzzi

Minacciati e perseguitati, resistono con fede in un mondo che li vede come simboli dell’occidente ostile

La forza della chiesa viene dalla pazienza, dalla perseveranza e dalla volontà di accettare la realtà della fede. Questo mi ha fatto pensare che la nostra povertà, la sofferenza e la persecuzione sono le tre colonne che rafforzano la chiesa”, diceva qualche tempo fa il cardinale laotiano Louis-Marie Mangkhanekhoun. Rivestito di porpora da Papa Francesco, questo vescovo di un paese che di cattolici ne conta poco più di quarantaduemila sparsi in piccole comunità rurali divise dalle foreste e dalle montagne, sa di cosa parla. E’ stato in carcere per aver portato la fede tra i suoi connazionali, tre anni dal 1984 al 1987: “Avevo fatto propaganda a Gesù. Era un’accusa corretta”. Una testimonianza piccola ma che dice molto dell’Asia e della presenza cristiana in quell’immenso continente che solo la convenzione geopolitica può ridurre a un unico insieme, ma che nella realtà pratica si presenta diverso a seconda della faccia dalla quale lo si guarda e si tenta di penetrarne il mistero che secoli fa i primi missionari tentarono di indagare.

     


Persecuzione è anche quella soft, in guanti bianchi. Non è necessario che si facciano saltare in aria i kamikaze nelle chiese


              

E’ vero e risaputo, la sfida per la chiesa cattolica del terzo millennio è diventare presenza realmente viva in oriente, l’hanno detto e ripetuto i vari Papi del secolo scorso, l’hanno marcato e messo per iscritto programmi pastorali e studi degli uffici curiali preposti. Però, come sempre accade, un conto è la teoria e la pur nobile speranza, altra faccenda ben più complessa è la realtà quotidiana. Che è quella di una chiesa che soffre anche laddove è maggioranza, come nelle Filippine, stretta tra le bordate del presidente Rodrigo Duterte contro vescovi e preti e il fondamentalismo islamico nelle isole meridionali, dove le chiese diventano obiettivo facile per dare sfogo al radicalismo.

    

Chiesa di minoranza, schiacciata tra le religioni e i culti tradizionali che spesso vedono il cristianesimo come qualcosa di estraneo e straniero, impossibilitato per sua natura a piantare solide radici in quella realtà fluida – o per meglio dire, “poliedrica”, usando un’espressione di Bergoglio – sussistente da secoli. Quanto accaduto la domenica di Pasqua nello Sri Lanka è una sorta di compendio di tutto ciò. Non è una guerra tra religioni, non è una partita tra l’islam e il cristianesimo che si gioca a suon di conversioni e di stragi. Ma è un fatto che il fondamentalismo di stampo religioso punti prima di tutto ai cristiani, visti come testimoni di quell’occidente portatore di valori da combattere con tutte le forze. Una persecuzione continua – persecuzione è anche quella soft, in guanti bianchi, non è necessario che si facciano saltare in aria i kamikaze nelle chiese – che spesso mette in difficoltà anche le stesse comunità musulmane che per secoli hanno convissuto in modo più o meno tranquillo con i cristiani. E’ così nello Sri Lanka ed è così nel vicino e medio oriente.

       


I pericoli non vengono solo dalla Cina. In India un partito radicale induista propone la sterilizzazione di cristiani e musulmani


      

Diceva al Foglio anni fa mons. Pierbattista Pizzaballa, oggi amministratore apostolico di Gerusalemme, che dopo il passaggio degli sgherri dello Stato islamico ci sarebbero voluti chissà quanti anni prima di ricostruire i rapporti tra vicini di casa cristiani e musulmani, distrutti da sospetti, presunte delazioni, vendette. Il cardinale Albert Ranjith, arcivescovo di Colombo e in alcun modo ascrivibile alla corrente che confonde il dialogo interreligioso con qualcosa di stucchevole e dolciastro, l’ha detto subito: “Quanto successo non è qualcosa di politico o religioso, bensì il risultato delle azioni di alcune persone fuorviate”. Bisogna fare il possibile, aggiungeva mons. Ranjith, affinché “questi incidenti non danneggino in alcun modo l’armonia e la pace che esistono tra di noi: cristiani, buddisti, indù e musulmani insieme”.

      

Si tratta insomma di mantenere un equilibrio delicatissimo, che stragi come quella di Pasqua minano in profondità. Perché vanno bene i discorsi, le accuse alle gerarchie per la loro eccessiva diplomazia, per il loro non nominare l’islam – come se fosse questo il problema – ma poi in quelle terre di frontiera i cristiani devono vivere. Ricordava lo scorso novembre un sacerdote pachistano, don David John, che “i cristiani in Pakistan hanno sempre paura. Se in occidente si parla male dell’islam, noi subiamo attacchi e paghiamo a caro prezzo. Tanti musulmani si rifiutano di condividere con noi da mangiare e da bere. Abbiamo paura anche a dialogare”. Che poi la deriva radicale islamica sia la prima causa di persecuzione a danno dei cristiani è un fatto, documentato peraltro dalla World Watch List di Open Doors. Secondo i dati diffusi a gennaio, in otto paesi sugli undici in cui la persecuzione è stata definita “estrema”, in diciassette sui ventinove in cui è “molto elevata”, in sette sui dieci in cui è “elevata”, è proprio quella la causa primaria, il fondamentalismo islamico. “Qui ci ammazzano come fossimo polli”, ha detto in settimana l’arcivescovo nigeriano di Kaduna, ricordando al mondo che i pastori musulmani fulani non si fanno troppi problemi a fare mattanza di agricoltori cristiani pur di espropriarne i terreni per il pascolo. Dei 4.136 cristiani uccisi nel 2018, 3.731 sono nigeriani. Il novanta per cento. In Asia le cose non vanno meglio. Henrietta Blyth, amministratore delegato di Open Doors Regno Unito e Irlanda, ha detto che “l’aumento della persecuzione dei cristiani a livello globale è scioccante. In Cina – ha aggiunto – le cifre indicano che la persecuzione è la peggiore da oltre un decennio e in modo allarmante alcuni leader della chiesa dichiarano che è la situazione peggiore da quando la Rivoluzione culturale si è conclusa nel 1976”.

       


Lo Sri Lanka dopo l’apocalisse, con le messe vietate per ragioni di sicurezza e i cattolici che seguono le celebrazioni davanti al televisore


      

E’ difficile essere cristiani oggi in questo enorme continente che va dal Mediterraneo all’Oceano Pacifico. All’indomani della conta dei morti a Colombo e nelle altre località della vecchia Ceylon, il New York Times aggiornava il martirologio: “Nell’ultimo anno attacchi mortali contro chiese da parte di militanti legati allo Stato islamico hanno colpito le Filippine e l’Indonesia. In India, la destra indù guidata dal primo ministro Narendra Modi ha colpito le minoranze islamica e cristiana, quest’ultima a causa del suo legame simbolico con il colonialismo britannico. Il partito di governo in Bangladesh ha stretto un’alleanza con il clero musulmano conservatore che invoca continuamente la persecuzione delle minoranze religiose, inclusi i cristiani. In Myanmar la minoranza cristiana teme di essere il prossimo obiettivo da colpire da parte del governo buddista”. Assume allora un’importanza assoluta ricordare che proprio in questi paesi – India esclusa – il Papa si è recato in visita. Scriveva la Civiltà Cattolica all’indomani della spedizione in Myanmar e Bangladesh, sul finire del 2017, che il senso del viaggio apostolico in queste due realtà poteva riassumersi con due definizioni: profezia evangelica e diplomazia. “Un viaggio difficile che ha mostrato il volto della Chiesa ‘ospedale da campo’, che non è solo una metafora. Spesso è proprio l’ospedale la forma che la chiesa assume anche in Myanmar e Bangladesh per dare la propria testimonianza. Nell’itinerario di Francesco – proseguiva l’articolo del direttore Spadaro – nel cuore dell’Asia c’è una dimensione geopolitica, che si intreccia con la questione religiosa. Dialogo politico e dialogo interreligioso, dunque, sono le forme della ‘cultura dell’incontro’ che Francesco predica da sempre. Nello sguardo di Francesco, le piccole comunità cristiane in paesi che hanno altre maggioranze hanno il valore di ‘seme’ di futuro, con il compito eminentemente profetico di costruire legami e ponti”.

   

Poi però in un intero paese vengono cancellate tutte le messe domenicali. Solo qualche prete coraggioso, magari con qualche soldato di scorta, nei villaggi più inaccessibili, rischia e dice messa. Lo Sri Lanka post apocalisse è questo: i funerali delle vittime di Pasqua sono stati celebrati a piccoli gruppi, ché era troppo rischioso organizzare un’unica cerimonia. Domenica scorsa, in migliaia hanno partecipato guardando al televisore di casa la messa del cardinale Ranjith, inginocchiati e raccolti in preghiera come se si trovassero davvero in un edificio di culto. Aveva ragione mons. Michel Aupetit, l’arcivescovo di Parigi, quando alla messa del crisma in Saint-Sulpice, davanti ai volti stravolti e cupi della folla ancora emozionata per il rogo di Notre-Dame, diceva col sorriso che “voi siete la chiesa. La cattedrale sarà ricostruita, ma la chiesa siete voi”. E’ il popolo fedele, non due torri e un tetto, benché antico. Questa immagine è divenuta profezia davanti alle istantanee giunte dall’isola asiatica. Candele accese, lacrime, compostezza totale e preghiera.

         


“L’estremismo islamista è anche una reazione al secolarismo occidentale e al suo allontanamento da Dio”, ha detto il card. Ranjith


   

C’è un filo che unisce l’apatia religiosa occidentale a quanto avviene a quelle latitudini cose lontane da noi. Il cardinale Ranjith conferma quanto disse due anni fa al National Catholic Register: l’estremismo islamista è prima di tutto una reazione al secolarismo occidentale e al suo allontanamento da Dio. “La laicità cerca di emarginare chiunque abbia sentimenti religiosi. Pertanto la religione viene messa da parte e ciò, soprattutto per i musulmani, non è accettabile. Pertanto essi si radicalizzano sempre di più man mano che il secolarismo emargina la religione”. L’ha messo per iscritto solo pochi giorni fa la Commissione teologica internazionale nel suo rapporto sulla libertà religiosa: “La pretesa neutralità ideologica di una cultura politica che dichiara di volersi costruire sulla formazione di regole meramente procedurali di giustizia, rimuovendo ogni giustificazione etica e ogni ispirazione religiosa, mostra la tendenza a elaborare un’ideologia della neutralità che, di fatto, impone l’emarginazione, se non l’esclusione, dell’espressione religiosa dalla sfera pubblica. E quindi dalla piena libertà di partecipazione alla formazione della cittadinanza democratica. Da qui viene allo scoperto – s’aggiunge – l’ambivalenza di una neutralità della sfera pubblica soltanto apparente e di una libertà civile obiettivamente discriminante. Una cultura civile che definisce il proprio umanesimo attraverso la rimozione della componente religiosa dell’umano, si trova costretta a rimuovere anche parti decisive della propria storia”.

     

In Asia si è già oltre, il “totalitarismo morbido” che si sperimenta in occidente è ruvido. In India, dove i cristiani sono il due per cento dell’intera popolazione, c’è chi ne propone – al pari dell’altra minoranza, quella islamica, la sterilizzazione per salvaguardare l’induismo. Che rappresenta poco meno dell’80 per cento della popolazione totale.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.