Il Partito dei gesuiti

Maurizio Crippa

Il super attivismo di padre Spadaro, l’antisalvinismo, la scommessa vinta su Conte. Che c’è di strano? E’ il loro stile

Padre Pedro Arrupe, Papa nero dei gesuiti, basco come il loro fondatore e prossimo alla scalata degli altari, si guadagnò persino la copertina di Time, nel 1973, come Uomo dell’anno. Non per meriti mistici: più mondanamente, per la sua influenza nel dibattito politico o delle idee. Personaggio assai mediatico, Arrupe, e allora non c’era Twitter. Altrimenti avrebbe fatto sfracelli (in politica) più del confratello padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica e accreditato consigliere del Papa bianco, Francesco, che a ogni buon conto è un gesuita pure lui. E non sono in pochi a ritenere che la recente super esposizione pubblica di padre Spadaro – e di qualche altro gesuita – sia dovuta non soltanto alla proverbiale libertà di tono dei figli di Ignazio, ma a una vicinanza speciale al Pontefice regnante. I gesuiti, come è noto, obbediscono soltanto al Papa. Il che è anche la ragione per cui i Papi hanno spesso sospettato della loro eccessiva libertà. Ma poiché stavolta il Papa è dei loro, il gioco è fatto. O sembra. 

 

Così si può arrivare a vedere il direttore della Civiltà Cattolica smettere i panni curiali per intervenire – in tv, sui social, sui giornali – esclusivamente su temi politici. Lo fa da mesi. Prima limitandosi a quelli internazionali – con un saggio sonoramente anti Trump firmato a quattro mani col teologo Marcelo Figueroa, dedicato all’“ecumenismo dell’odio”. Poi sempre più specificamente italiani. Populismo, elezioni europee, necessità di ricostituire un fronte politico cattolico. Fino alle trattative per il governo. E può capitare addirittura che un confratello di Spadaro, nonché suo redattore, padre Francesco Occhetta, “scrittore della Civiltà Cattolica per le cose di politica”, analista pacato, si sia trasformato in poco tempo in un puntuto editorialista politico e addirittura polemista. E sia arrivato a cinguettare la settimana scorsa, eludendo il consueto riserbo, nel bel mezzo della crisi, il nome della sua candidata ideale a Palazzo Chigi: la costituzionalista cattolica, molto stimata da Sergio Mattarella, Marta Cartabia. Nome persino impegnativo (lei ha subito declinato), ma illuminante: la vice presidente della Corte costituzionale ha firmato la prefazione all’ultimo volume di Occhetta, Ricostruiamo la politica-Orientarsi nel tempo dei populismi. Il tema del populismo (non solo di destra ma anche gialloide) è del resto uno dei temi di cui Occhetta si è maggiormente occupato negli ultimi mesi.

 

Padre Spadaro a inizio agosto aveva un tweet fissato in cima al suo profilo: “Questo è tempo di #resistenza umana civile e religiosa”, a metà tra Dietrich Bonhoeffer e Francesco Borrelli, e nell’ultimo mese ha attaccato frontalmente Matteo Salvini sui rosari, sui migranti e su tutta la linea. Provocando reazioni, a parte quelle sguaiate di Salvini e accoliti, anche motivatamente critiche da parte di settori del mondo cattolico che la pensano all’opposto di lui (o del Papa) su tutta la serie di temi sociali ed etici che sappiamo. Siccome non è uno sprovveduto, Spadaro ha rintuzzato gli attacchi ricorrendo a san Giovanni Paolo II e sfilandolo, in un certo senso, dalle mani antibergogliane dei suoi avversari.

 

Scrive padre Spadaro: “Ho visto avverarsi ciò che già san Giovanni Paolo II aveva paventato quando denunciò una ‘preoccupante rinascita di forme aggressive di nazionalismo’, che egli stesso definì ‘una seria minaccia alla dignità umana che mette in pericolo la coesistenza sociale e la pace’. Il modo di trattare la questione migratoria, le numerose manifestazioni di chiusura e di grettezza. Il discorso politico ridotto a contrapposizione tra sovranismo e cosmopolitismo. Il linguaggio d’odio sdoganato, l’uso dei simboli religiosi per la propaganda. Ho visto in pericolo la dignità umana e l’amicizia sociale”.

 

Scrive Spadaro: “Ho visto avverarsi ciò che già san Giovanni Paolo II aveva paventato quando denunciò" il nazionalismo

E siamo all’oggi. Osservato da una prospettiva di teologia politica, il secondo governo Conte che si va apparecchiando potrebbe essere definito, ridendoci un po’, il governo Padre Pio contro il governo Maria Immacolata. Ma evitando l’insopportabile abuso da osteria o da sacrestia dei simboli religiosi, la questione è più interessante. L’ex avvocato del popolo Giuseppe Conte, che si ripresenta al Parlamento e all’opinione pubblica nelle nuove vesti di uomo di stato e istituzioni affidabile e persino europeista, deve un poco di questa sua trasfigurazione, più che al Monte Tabor, a Villa Nazareth. Volendo utilizzare il nome della piccola fucina di élite cattoliche (progressiste) che fu del cardinale Achille Silvestrini (tornato proprio ieri alla Casa del Padre) come acronimo di un milieu politico romano-vaticano, cattolico-istituzionale, molto attento alle sensibilità della Conferenza episcopale ma anche a quelle del Quirinale, che a favore del nuovo governo si è speso e che oggi saluta nel Conte bis un governo amico. In questa trama informale di rapporti e pensieri, tenuta assieme dal collante dell’antisalvinismo xenofobo e madonnarista, un ruolo decisivo lo vanno svolgendo, da molto tempo, i gesuiti della Civiltà Cattolica. E’ quello che, scherzando un po’, si potrebbe definire il Partito Spadaro. Il partito che non c’è, eppure conta.

 

Ieri padre Spadaro si è affrettato a postare su Twitter un suo editoriale per Famiglia cristiana (da tempo il settimanale è presidio nel target popolare dell’antisalvinismo ecclesiale) che suona, tra le righe, a benedizione del governo. Ma guarda più in là, indicando le vie dell’impegno futuro: “Alcuni credenti sembrano aver assunto una bussola diversa rispetto al Vangelo”, “c’è stato un modo di fare chiesa incapace di uscire dal gergo, di parlare alle ansie e ai dubbi della gente semplice”. E indica, per un futuro dei cristiani che eviti le derive dell’estremismo, la via maestra di un sinodo dei laici italiani. Quel sinodo da lui stesso proposto qualche mese fa non spiacerebbe a Bergoglio che dai tempi del discorso di Firenze sollecita l’impegno pubblico della chiesa italiana, ma che è impossibile da convocare, perché – è il segreto di Pulcinella – se i vescovi e i laici si mettessero davvero a discutere di impegno politico, e da che parte della Storia stare, la chiesa italiana scoppierebbe in un fumo nero peggio di Stromboli. Il direttore della Civiltà Cattolica, con un certo sprezzo del pericolo, è uno dei pochi a insistere sull’argomento. Può permetterselo.

 

In questo "todo-modo" è da sempre incluso il diritto-dovere di influire ai piani più alti della politica. Perché no, anche in prima persona

Tutto questo impegno da parte di gesuiti di spicco e di peso – si è riaffacciato alle cronache anche il novantenne padre Bartolomeo Sorge, ex direttore della Civiltà Cattolica, scrivendo apertis verbis accuse come questa: “La mafia e Salvini comandano entrambi con la paura e l’odio, fingendosi religiosi. Si vincono, resistendo alla paura, all’odio e svelandone la falsa pietà” che hanno profondamente irritato il mondo cattolico che invece apprezza Salvini e i suoi richiami ai simboli di fede – ha fatto sorridere, e lasciato perplessi, molti osservatori. A parte le polemiche più aspre, le battute sul ritorno dello Stato pontificio si sprecano: i gesuiti che fanno politica. Ma a ben vedere, le cose non stanno esattamente così. Il vero punto su cui si dovrebbe riflettere è il fatto che questo interesse per il mondo secolare è solitamente coltivato dal punto di vista dello studio e dell’insegnamento, con analisi di fondo, con scuole di politica e centri studi. E invece emerge nei modi di un impegno diretto, persino irruente, nei momenti di crisi. E soprattutto nei momenti di sbandamento della compagine ecclesiale dentro un determinato contesto sociale. In poche parole: in un momento in cui la chiesa italiana è divisa sulla via da seguire (è risaputo che buona parte dei vescovi e del clero siano tutt’altro che convinti delle posizioni bergogliane su migranti, ecologia e peace and love) fino alla quasi totale afasia; in cui l’elettorato cattolico è spaccato e non indirizzabile; in cui la rappresentanza cattolica in politica, già annientata dalle logiche di potere della Seconda Repubblica, è pressoché polverizzata nella Terza. In una fase così, ecco che gli unici con idee, libertà di campo e di tono per assumersi il rischio di parlare e di dettare l’agenda sono proprio i gesuiti. I soldati del Papa nero hanno trovato un nemico: l’Uomo nero. E forse forse, chissà, persino un provvisorio Cavaliere bianco: Giuseppe Conte.

 

Ma questo è tutt’altro che strano. Da sempre per i gesuiti, in missione nei cinque continenti ma anche nell’Italia che ospita il Vaticano, la politica è pane quotidiano. “Todo modo para buscar la voluntad divina”, ogni mezzo per cercare la volontà divina, è una frase degli Esercizi spirituali resa celebre, con una connotazione sulfurea, da Leonardo Sciascia. E in questo “todo modo” è da sempre incluso il diritto-dovere di influire ai piani più alti della politica. Diventando consiglieri di re e imperatori, precettori di prìncipi ma, perché no, anche amministratori politici in prima persona o animatori dell’impegno laicale. Nel secolo breve delle democrazie e dei totalitarismi, non si sono mai tirati indietro. Nella secolare e gloriosa storia dell’ordine, gli esiti dell’impegno mondano dei figli di Ignazio sono stati a volte mirabolanti, a volte contraddittori. Le Reducciones nel Paraguay del XVIII secolo brillano nella storia come il miglior esempio di utopia sociale mai realizzata. Ma i gesuiti si erano messi di traverso a tanti interessi contrapposti, e soprattutto avevano sfidato l’unico principio sociale condiviso da tutti i regni dell’epoca, la legittimità della schiavitù – sarebbe un po’ come volersi battere, oggi, contro la doxa universale della sostenibilità dello sviluppo – e finì che il Papa dovette chiuderla, la Compagnia di Gesù. Ma ci sono anche tutti quegli aspetti che nei secoli si sono condensati nell’archetipo del “gesuitismo” e nella character assassination di marca volterriana del loro ruolo di potere e di oppositori del Progresso. Un po’ per passione missionaria, un po’ per la implicita, inveterata ambizione di essere consigliori di re e governanti, i gesuiti non si tirano mai indietro. E, in contesti lontani dal nostro, anche a rischio del martirio: i padri uccisi per la loro attività di missione negli ultimi quattro decenni sono più di cinquanta. In Africa, Asia, America latina. Tra tutti brillano, almeno per l’enormità dell’eccidio, i sei confratelli professori uccisi nel 1989 nell’Università del Salvador. A quel massacro sfuggì per puro caso padre Jon Sobrino: gesuita di San Salvador di origine basca e ultimo mohicano della Teologia della liberazione – pure di questo si impicciarono, i gesuiti – che una decina di anni fa fu condannato dalla congregazione della Dottrina per la fede per alcune tesi “erronee e pericolose”. Uno degli ultimi conti politico-teologici che la chiesa di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger aveva tenuto in sospeso. 

 

Ma per rimanere all’Italia, contesto meno periglioso, c’è una vicenda della recente storia politica dei gesuiti che offre molte e illuminanti analogie per contestualizzare le mosse di oggi. Bisogna tornare alla Palermo squassata dalle guerre di mafia, quarant’anni fa, all’inizio dell’agonia della Prima Repubblica. Alla storia dell’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe e al lavoro, sulla prima linea della politica nazionale, di padre Ennio Pintacuda e di padre Bartolomeo Sorge. Lo stato repubblicano scricchiolava, il suo partito di riferimento, la Democrazia cristiana, era lacerato all’interno tra opposte strategie e interessi e assediato dall’esterno per due grandi questioni: la corruzione e la collusione con la mafia, in Sicilia. Dal canto suo, un laicato allora pimpante ma diviso e che si guardava in cagnesco non riusciva a incidere nel corpo della Balena bianca. Nel 1985 la “svolta di Loreto” con la quale il cardinale Camillo Ruini – su mandato di Giovanni Paolo II – avrebbe imposto una sostanziale unità di intenti e obiettivi stava muovendo i primi passi. C’era la Dc, il collateralismo dei vescovi non si spingeva di certo a esprimere pareri sulla situazione politica.

 

Ma la situazione marciva, ribolliva. In quel contesto, e per alcuni anni cruciali per l’Italia, furono i gesuiti di Palermo le uniche voci sonore, mediatiche, intelligenti nell’infilarsi nelle contraddizioni e nelle ferite della chiesa e della Dc, forti al punto da dettare l’agenda alla politica nazionale. La primavera di Palermo, l’avventura di Leoluca Orlando, allievo spirituale e politico di Pintacuda come sindaco della Città, il tentativo di disarticolare e trasformare la Dc, facendo sponda con l’allora segretario regionale Sergio Mattarella, l’antimafia come stigma di una nuova cultura nazionale sono il risultato – in molta parte ovviamente, non tutto – del loro lavoro. Del ruolo di supplenza che una parte particolarmente politicizzata dei gesuiti italiani assunse di fronte di pre collasso e in mancanza di altri punti di riferimento. Che poi la loro cultura del sospetto, il loro “partito degli onesti” possa essere letto oggi – ma era già chiaro allora, per chi volesse vederlo – come il brodo di coltura in cui sarebbero cresciuti il giustizialismo, l’antipolitica e il populismo di marca Cinque stelle, è altra faccenda. Quello che è interessante notare è che nella loro elaborazione teorico-pratica Pintacuda, Sorge e compagni di strada attuarono un disegno preciso. Spostarono la “questione mafiosa” dalla Sicilia e ne fecero un tema nazionale. Nel senso che usarono la mafia come lente di ingrandimento e punto di osservazione per giudicare tutta la politica e lo stato italiano. La mafia interpretata come modello del funzionamento di partiti e governi, come vero controllore dell’economia. Debellare la mafia e debellare il sistema politico della Prima Repubblica erano per i gesuiti di Palermo lo stesso obiettivo. In più, per i gesuiti, una delle radici di quel marciume affondava dentro il corpo della chiesa cattolica. E bisognava estirpare, purificare.

 

Ciò che sta accadendo oggi, con la forte esposizione dei gesuiti di Civiltà Cattolica nella politica nazionale, ha parecchie analogie di metodo, se non di contenuto. Anche adesso la voce di un padre Occhetta risuona più forte nel vuoto stereofonico delle gerarchie e del cattolicesimo organizzato. Che ha compiuto negli anni altre scelte rispetto all’impegno politico diretto, e che del resto non ha mai avuto un input o un via libera dalla gerarchia per provarci. In questo, la tattica del ruinismo è stata una strategia di corto respiro, e il dibattito nel mondo cattolico italiano è ormai tutto lì: come superiamo il ruinismo? I gesuiti hanno una loro idea, piuttosto chiara: al momento non un partito, ma una rete coesa in grado di influenzare la politica. E una rete di relazioni influente intorno alle istituzioni: il modello Conte bis. Ma, soprattutto, la necessità di mettere paletti ideologici, dottrinali e contenutistici. Lo scontro su Salvini ha la sua origine qui. Deve essere uno spartiacque anche per i cristiani. Salvini è diventato quel che la mafia fu per i gesuiti di Palermo.

 

In un momento di crisi dello stato e della Dc, Sorge e Pintacuda dettavano da Palermo la politica nazionale. Tra mafia e antipolitica

Che possa andare tutto bene, si starà a vedere. Bisogna notare però qualche controindicazione già evidente oggi, e che va oltre il risultato divisivo e rissoso che l’attivismo dei reverendi padri determina in quelle ampie aree dell’elettorato cattolico che si sentono prese di mira. La prima controindicazione è che, a furia di voler insegnare al popolo cristiano come pensare e cosa votare, gli spazi di mediazione e di ricomposizione del mondo cattolico (la “ricomposizione del mondo cattolico” fu, non a caso, la missione che padre Bartolomeo Sorge, ben prima di Ruini, si diede negli anni lacerati dopo il referendum sul divorzio: missione non compiuta) si fanno più stretti. E improbabili. La seconda riguarda un eccesso di interventismo, in cui alla fine il ruolo politico prescinde sia dall’abito che dalla fede. Padre Spadaro parla in continuazione di Costituzione – “La Costituzione ha delle regole: bisogna esplorare alternative possibili di governo per evitare il voto. Stanno percorrendo la strada giusta” – come un politico professionista. O un politologo: “Siamo in una fase di mutazione dei partiti. Dentro il Pd si agitano anime differenti: da rosso tende ora al bianco ora al fucsia. Dentro i 5 Stelle pure: i toni di giallo sono variegati. Il Movimento ha vissuto una stagione di smarrimento a contatto con la macchina elettorale salviniana, che non si è mai fermata fino al crash”, ha detto in una recente intervista. Ma eminentemente significativa è questa risposta, alla Stampa di Torino, su cosa davvero conti in politica, oggi. Una dichiarazione programmatica: “Per me resta la comprensione della democrazia, che è intesa in maniera differente: diretta o rappresentativa. Ma un punto di sintesi sul quale lavorare molto è la valorizzazione della cittadinanza che va portata avanti in un tempo in cui gli italiani si sentono estranei al potere. Come ha detto Papa Francesco, occorre ‘recuperare l’effettività dell’essere cittadini’. Anche l’auspicato ritorno al proporzionale si può leggere in questa luce. Su questo il confronto Pd-5s, a mio avviso, è di estremo interesse”.

 

Il suo primo match l'ha vinto. Contro Salvini e il suo simbolismo religioso. Idee, rischi e contro indicazioni di una strategia

Una terza notazione, di respiro più geopolitico, riguarda Papa Francesco. Si possono avere pochi dubbi che quel che pensa Bergoglio sia più o meno quel che pensano alla Civiltà cattolica. Ma non andrebbe dimenticato che solo qualche mese fa, durante la Giornata mondiale della gioventù a Panama, Francesco tenne un lungo discorso a una rappresentanza di gesuiti (pubblicato integralmente dalla Civiltà Cattolica) in cui ammoniva che il Vangelo è sì un testo con un contenuto anche politico, ma i religiosi devono stare attenti a non schierarsi sul campo. Soprattutto, però, dalla campagna contro “l’ecumenismo dell’odio” dei populismi della destra trumpiana, all’ecologismo integralista, all’apertura senza se e senza ma in tema di migranti fino ai giudizi spiccioli sulla cronaca politica nazionale tendono perimetrare la loro posizione in un campo ristretto, noto, definito. E rischiano persino di cementare, o rinchiudere, la stessa azione del Papa in una parte sola di un mondo ormai diviso, grosso modo, in due parti: aperturisti e neo nazionalisti (con la globalizzazione a fare da variante economica, ma non più da stella polare politica). Non è detto che, per la chiesa universale, sia un buon affare. Per il resto, il suo primo match il Partito Spadaro, il partito che non c’è ma conta, l’ha vinto. Contro Salvini e il suo simbolismo religioso. “Todo modo”, direbbe Ignazio. Oppure, per rimanere nel provvisorio e senza scomodare Sciascia: “Grosso modo”.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"