Il Vangelo secondo Matteo

Matteo Matzuzzi

La ritirata della chiesa e anni di laicismo esasperato hanno portato il leader leghista a conquistare il voto cattolico. Il disegno di sostituire l’ospedale da campo bergogliano con la religione del Dio-patria-famiglia

Steve Bannon in qualche modo l’aveva profetizzato, o quantomeno auspicato: la chiesa cattolica si spaccherà davanti al modo di affrontare le grandi crisi del nostro tempo, a partire da quella migratoria. Il Papa loda il modello svedese – che però sta fallendo con interi quartieri ormai ridotti a war zone dove neanche la polizia osa mettere piede, un po’ come nella brussellese Molenbeek – e più a sud sovranisti e nazionalisti reagiscono brandendo rosari e tentando di chiudere frontiere e innalzare muri inneggiando alla Madonna, a Cristo Re e a Vladimir Putin. E’ detta banalmente, ma è la fotografia della situazione corrente. Bannon è riuscito nell’intento, complice anche la morte degli argomenti in una società dove parlare di verità è rischioso e le conseguenze potrebbero essere nefaste. C’è riuscito almeno in Italia, dove la cavalcata trionfale di Matteo Salvini è accompagnata da movimenti tellurici non di poco conto tra la vasta e variegata compagine dei vescovi. La vulgata ufficiale dice che la Conferenza episcopale italiana è un monolite compatto nel biasimare l’uso strumentale dei simboli religiosi e la poca pietas nei confronti dei disperati che salpano dal Nordafrica alla volta delle nostre coste. Poi, dietro le quinte, sono parecchi i vescovi che non capiscono l’ostilità dei vertici a Salvini quando l’opposizione ai disegni più laicisti, dalle unioni civili ai propositi liberal sul fine vita, è stata negli ultimi anni tiepida.

  

Il card. Müller: “Preferisco chi parla di tradizione cristiana”. “L’Italia è leghista, non più cristiana”, ha scritto il gesuita Sorge

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato, diplomatico accorto e principe della scuola realista, l’ha capito ed è intervenuto subito: dialogare con tutti e perché non con Salvini?, ha detto a qualche giornalista pochi giorni dopo le europee. Certo, l’esibizione strumentale di vangeli e rosari non è piaciuta, ma insomma, il muro contro muro tra stato e chiesa non conviene a nessuno. Negoziare, cercare qualche compromesso, smussare le differenze di vedute e soprattutto abbassare i toni. E pazienza se a sferzare il Vaticano per la sua posizione di chiusura è stato un cardinale, il prefetto emerito della congregazione per la Dottrina della fede, Gerhard Ludwig Müller, che sul Corriere della Sera ha detto che “un’autorità ecclesiastica non può parlare in modo dilettantesco di questioni teologiche e soprattutto non deve immischiarsi nella politica, quando ci sono un Parlamento e un governo legittimati democraticamente, come in Italia”. Problemi con Salvini? Con lui è meglio parlare, “discutere, o correggerlo quando è necessario”, ha aggiunto Müller, che non capisce cosa stia accadendo nelle sacre stanze: “Credo sia peggio se i vescovi confondono le questioni di fede con quelle politiche. Puoi criticare chi non accetta dei princìpi, ma non chiudere le porte. E poi ci sono paesi che vogliono scristianizzare l’Italia e l’Europa, mentre Salvini si è rifatto ai patroni dell’Unione europea, alle sue radici cristiane. Preferisco chi parla di tradizione cristiana a quanti la rimuovono. E’ assurdo che collaboratori del Papa come Spadaro si ergano a giudici politici. Chi lo autorizza?”. Il riferimento è all’attivismo social di padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica molto vicino al Papa. Il prefetto emerito di quello che fu il Sant’Uffizio sottolinea che “teologicamente è una bestialità dire che una persona non è cristiana, se è stata battezzata e cresimata. E’ un giudizio politico”. Immediata la replica di Spadaro, che su Twitter ha precisato: “Non ho mai detto di una persona specifica che non è cristiana”. L’ha detto invece padre Bartolomeo Sorge, già direttore della Civiltà Cattolica, secondo il quale “l’Italia è leghista, non più cristiana. Il leghista dice ‘prima gli italiani’; il cristiano ‘prima gli scartati’. Né basta baciare in pubblico Gesù, l’ha già fatto anche Giuda”. Insomma, lo scontro è di intensità notevole: gli eserciti si preparano, chi attorno al Papa e chi dietro Salvini.

  

Si è parecchio fantasticato sul progetto bannoniano di fondare una sorta di “controchiesa” ispirata alla triade Dio-Patria-Famiglia che soppianti l’ospedale da campo bergogliano. Da qui i richiami a Lepanto, alle crociate, all’Impero cristiano che però neppure Carlo V – uno che controllava mezzo continente  – riuscì a costruire. Così davanti agli appelli ad aprire le porte, ecco la riproposizione del discorso sulle radici cristiane dell’Europa – sul tema ha già scritto la scorsa settimana sul Foglio Maurizio Crippa – esasperato al punto che le folle fischiano il Papa regnante preferendo richiamarsi a quello precedente o al predecessore del precedente, peraltro a suo tempo sovente oggetto di insulti da quanti oggi s’inchinano davanti al suo santino e semmai teorico dell’abbattimento di muri, non del loro rafforzamento.

  

Però il messaggio passa. E pazienza se in pubblico si ringrazia la Madonna e si tiene in mano il rosario e poi, in Parlamento, la difesa dei valori non negoziabili si traduce in una posizione più che morbida sul fine vita – “Bisogna procedere con cautela, andando oltre le posizioni politiche di ognuno e la personale sensibilità di ciascuno” senza “nessun preconcetto ideologico, nessuna posizione contraria a prescindere”, disse lo scorso gennaio il leghista Roberto Turri, intervenendo in commissione Giustizia – e ancora più morbida sull’aborto, come dimostrano le parole di Salvini ripetute anche nelle scorse settimane.

  

Ha detto ad Avvenire Nando Pagnoncelli, amministratore delegato di Ipsos: “Se alle politiche il 30,9 per cento di coloro che va a messa la domenica votava Movimento 5 stelle, il 22,4 votava Pd, il 16,2 Forza Italia e il 15,7 la Lega, domenica scorsa è cresciuta l’astensione e il 32,7 per cento – cioè solo un punto e mezzo meno – ha scelto Salvini, il Pd è cresciuto con il 26,9 per cento, il M5s è precipitato al 14,3 e Forza Italia al 9,9. Il 6,1 ha votato la Meloni. La Lega quindi un anno fa era il quarto partito tra i praticanti, mentre oggi è il primo”. La conclusione di Pagnoncelli, comprensibile ma un po’ sbrigativa è che il cattolico è un elettore come gli altri. Il punto vero però è che il “cattolico” che vota, oggi per lo più vota Salvini. Perché?

 

I praticanti sono pochi, ma c’è un’area culturalmente cattolica molto più grande rassicurata dal “noi siamo noi e siamo contro di loro”

“I cattolici praticanti (non secondo l’Istat che si basa sulle riposte a interviste ma secondo i sociologi che li contano alle porte delle chiese) in Italia sono il 17-18 per cento. Ma c’è un’area molto più grande culturalmente cattolica e rassicurata dal noi-siamo-noi-e-siamo-contro-di-loro di Salvini”, dice al Foglio Massimo Introvigne, sociologo e direttore del Cesnur-Centro studi nuove religioni. “E’ un fenomeno dove c’è molto di deteriore e di intollerante – un cattolicesimo fatto di simboli è sventolato contro ‘l’altro’, si tratti dei musulmani, dei rifugiati e immigrati, degli aderenti a minoranze religiose, o degli omosessuali (con tratti oltranzisti e diversi dalla legittima critica al l’ideologia gender, che anche Papa Francesco condivide) – ma di cui si deve tenere conto. L’errore delle élite urbane è quello di disprezzare le periferie e i politici che, rappresentandole, vincono come semplici barbari e buzzurri. Mentre chi non si fa carico delle preoccupazioni delle periferie è destinato a continuare a perdere. Qui c’è una sfida anche per la chiesa di Papa Francesco. Che, evidentemente, non cambierà la sua agenda e le sue priorità per qualche risultato elettorale. Il Papa continuerà a essere consapevole che questi discorsi lo rendono impopolare, specie in Italia, ma continuerà a ripetere che le sue prime priorità sono accoglienza e ambiente. Ma tutto è meno che poco ‘politico’, e certamente si starà chiedendo come parlare alla maggioranza che non è d’accordo con lui. Il tono più duro – nella sostanza, non solo nel linguaggio – di certi interventi recenti sull’aborto potrebbe andare in questa direzione”.

  

“Le prese di posizione contro il ministro dell’Interno sono state tutte coerenti al paradigma della laicità”, dice il sociologo Diotallevi

Si è molto scritto che l’agitare il rosario è solo un espediente elettorale per portare alle urne i cattolici. Non è una lettura troppo banale? Dopotutto, se quello fosse stato l’obiettivo, sarebbe bastato fare il consueto appello alle radici cristiane dell’Europa. “Non è banale”, dice il sociologo Luca Diotallevi: “Per il target cui Salvini si rivolge, quel tipo di gesti è assai più efficace di ragionamenti sulle radici cristiane. In sé il fenomeno non è affatto nuovo. Da ultimo giunge anche in Italia. La religione – e anche la religione di matrice cristiana – da divisiva diventa divisa. Si riduce a magazzino al quale liberamente si attinge per scopi i più vari. Questo attingere non implica alcuna fedeltà né prelude ad alcun progetto, rivela semplicemente che, per il momento, alcuni simboli religiosi cristiani hanno ancora un certo appeal. Né più, né meno”.

  

Sta di fatto che Salvini parla di Dio, lo cita, affida l’Italia al cuore immacolato di Maria. Lo fa come nessuno l’aveva mai fatto prima, almeno negli ultimi decenni. E’ possibile che questo abbia rassicurato molti cattolici che “finalmente” non si sono sentiti più marginalizzati e irrisi da anni di esasperato laicismo? Per Diotallevi, “non di ‘Dio’ si tratta, ma di ‘dio’. Si tratta di un oggetto sacro cui è stato negato il diritto di parola e di cui si può fare qualsiasi impiego. Dunque sì, Salvini non fa che completare l’opera del laicismo, anzi, siamo precisi, della laicità. Salvini è uno dei tanti protagonisti di una fase non post-saecular, ma more-saecular. Una fase in cui la religione non si riduce di volume, ma di peso. Il cristianesimo, poi, viene disarticolato, sterilizzato, mercificato, disinnescato. Le responsabilità di Salvini sono secondarie. L’opera era cominciata prima e sotto il segno della laicità”. 

 

Viene allora da domandarsi quanta responsabilità abbia avuto e abbia ancora la chiesa, in ritirata da anni dopo aver rinunciato a essere protagonista attiva nel dibattito quotidiano e aver accantonato il motto ruiniano secondo il quale è “meglio essere contestati che essere irrilevanti”. Monsignor Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, prendendo un po’ le distanze dal World Family Congress ospitato nella sua città lo scorso marzo disse che “sulla famiglia non abbiamo bisogno di talebani”, mentre il Papa si limitava a un diplomatico “d’accordo sulla sostanza, non sul metodo”. Manca sempre il passo successivo: e il metodo giusto qual è? Chi dà l’indirizzo per evitare che un tema centrale del nostro tempo com’è quello della famiglia venga preso come ostaggio da opposte fazioni e ridotto a oggetto di slogan più o meno originali?

 

“Salvini è uno dei tanti protagonisti di una fase ‘more-saecular’ in cui la religione non si riduce di volume, ma di peso”

I cattolici e anche i pastori, osserva Diotallevi, “hanno una responsabilità enorme. Il Concilio Vaticano II, come Benedetto XVI ricordò nel celebre discorso del 22 dicembre 2005 alla curia romana, aveva scelto finalmente e ufficialmente nella libertà religiosa la giusta strada contraria alla laicità – come del resto aveva già fatto la Costituzione italiana –. Poi questa via è stata abbandonata. Se ci si riflette anche solo un attimo, ci si accorge che le prese di posizione contro Salvini sono state tutte coerenti al paradigma della laicità. Fedeli ai dettami di questa, credenti, teologi, opinion maker cattolici e pastori hanno richiesto il non uso del simbolo religioso nello spazio pubblico. Questa linea non è solo fallimentare e incoerente. Nega il diritto delle persone a portare simboli che diano dignità pubblica alla domanda di identità. Come fanno le élite radical chic, che in pubblico negano dignità al problema della identità e in privato coltivano identità esclusive. Nega il fatto che l’uso che ne fa Salvini contraddice nel merito il significato del crocefisso: quel segno – il crocefisso – contraddice infatti alla radice la assolutizzazione del potere politico (il sovranismo) e una concezione tribale del popolo (‘populismo’). Ma i ‘cattolici adulti’ che criticano Salvini non possono correre il rischio di dire che il crocefisso significa qualcosa per la politica, perché così facendo tradirebbero la dottrina e i sommi sacerdoti della laicità. Infine, la denuncia dell’uso pubblico di simboli cristiani nega la storia: si pensi a quanti comuni italiani (a quante civitates) hanno la croce nei propri stemmi! I simboli religiosi – la croce innanzitutto – in Italia e in tutta Europa sono stati alla base di quell’insieme di istituzioni diverse, libere e reciprocamente limitantesi che noi chiamiamo città. La fedeltà al Dio della tradizione ebraico-cristiana è presidio di libertà per tutti anche e innanzitutto per chi cristiano non è. Il cristianesimo è un ingrediente di base delle società aperte”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.