Padre Pio e il Truce devoto

Andrea Minuz

Un santino laico, arcaico e postmoderno. Salvini a Pietrelcina, o il populismo unito al carattere nazionale

Mentre s’ingrossavano le file dell’emergenza democratica e s’alzavano barricate e si cancellavano treni, alberghi e reading per Torino, Salvini s’immortalava nella quiete di Pietrelcina, pregando per sé, “per la bimba gravemente ferita” e per la guida dell’Italia intera. Da CasaPound a padre Pio. Un fulmineo détournement ma pur sempre nel solco della tradizione, come disegnando senza sosta una “glossa continua” dell’ideologia italiana più arcaica, remota, profonda.

 

  

“Questa mattina a Pietrelcina al Santuario di padre Pio”, scriveva il ministro dell’Interno su Twitter, “per dare un omaggio a un grande uomo che ho studiato, che amo e apprezzo. Nel mio piccolo, chiedo ogni giorno a lui un aiuto e un consiglio, perché col lavoro che faccio ne ho bisogno”. Un “grande uomo che apprezzo” è una scelta lessicale comica (i santi si venerano) ma a suo modo efficace, come a voler restituire una dimensione nazional-popolare, muscolare e cameratesca, prima che religiosa, del suo rapporto con padre Pio. A chi contesta il passaggio sullo “studio” basterà ricordare una precedente evocazione spirituale in difesa di “quota 100”: “Non rimetto la Legge Fornero neanche se arriva padre Pio sulla Terra”, come disse in un comizio del primo aprile scorso.

 

Gli storici del futuro alle prese col racconto dell’infatuazione tra Salvini e la nazione avranno un ampio ventaglio di immagini emblematiche e “cult” capaci di sintetizzare con l’efficacia e l’immediatezza del “segno” il peggio e il tremendo dell’iconografia populista. Più della Nutella, della pasta al ragù o della pizza napoletana, più del rosario e del Vangelo branditi in piazza Duomo, le immagini del tour a Pietrelcina rendono bene l’idea dell’incantamento momentaneo tra il leader e la nazione, la fatale sovrapposizione tra i cerimoniali del populismo salviniano e le caratteristiche italiane più entusiastiche, autentiche e spontanee. L’arrivo nella piazza del paese, il sindaco, la fascia tricolore, il calore, gli abbracci, gli anziani che urlano “bravooo” o “grazie Matteo”, tutto già visto in un qualsiasi film dell’Italia neorealista ma riscritto nell’epoca dei social, “pane, selfie e fantasia”.

 

Pane, selfie e fantasia. Al santuario campano un’altra tappa dell’incantamento momentaneo tra il leader e la nazione

C’è ad esempio una magnifica fotografia con Salvini che prova uno sguardo mistico, rapito e molto ispirato mentre ascolta il frate cappuccino che gli fa da guida nel pellegrinaggio sui luoghi del santo taumaturgo. E’ un’immagine carica di simboli e segni e significati, di quelle che sarebbero piaciute al Roland Barthes dell’“iconografia dell’Abbé Pierre”. Potrebbe essere un sopralluogo per una nuova fiction su padre Pio, col ministro dell’Interno chiamato a ripercorre le orme, l’ispirazione, il calvario recitativo di Sergio Castellitto e Michele Placido, che incarnarono la sfida Rai-Mediaset attorno a padre Pio all’alba della beatificazione; ha l’aria di un formidabile santino laico, italianissimo e trucesco, arcaico e postmoderno: il piumino azzurro smanicato, il saio, la barba mistica e la barba sovranista, il tempo immobile della società contadina, le pietre, il borgo natìo. Scatta subito il confronto col sangue di San Gennaro baciato da Di Maio o quello, ben più diretto, con Giuseppe Conte che sfoderò il santino del frate dal taschino della giacca nella prima intervista con Bruno Vespa, e che fu presto immortalato in un titolo e un servizio indimenticabili sul settimanale “DiPiù”: “Padre Pio è al governo perché è vivo nel cuore del premier” (confessava in quell’occasione padre Rinaldo, lo zio di Conte frate cappuccino: “Tutte le ragazze di San Giovanni Rotondo gli correvano dietro per via del suo stile elegante… ricordo una scena in cui alcune di loro discutevano sul modo migliore per fare colpo su Giuseppe Conte, ma alla fine concludevano che era impossibile conquistarlo; ‘è irraggiungibile’, dicevano”, proprio come padre Pio).

 

Ma le immagini di Salvini a Pietrelcina andrebbero lette e interpretate più che altro sullo sfondo del formidabile studio che lo storico Sergio Luzzatto ha dedicato alla figura di padre Pio (“Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”), “il più italiano dei santi, il più santo degli italiani”, secondo la formula dannunziana ideata per san Francesco ma oggi più calzante per il santo di Pietrelcina. D’Annunzio fu d’altronde tra i primi testimoni della bilocazione di padre Pio (stando a una lettera del Vate, il santo si manifestò nel Vittoriale nell’inverno del 1924), inaugurando una catena interminabile di epifanie, premonizioni, devozioni e guarigioni illustri, Mike Bongiorno, Alberto Castagna, l’attaccante della Lazio Beppe Signori, Valeria Marini, Lino Banfi e molti altri.

 

Dalla storia di padre Pio una luce inaspettata sulla sintesi tra folklore, sentimento nazionale e trucismo con cui dobbiamo fare i conti

Addentrandosi nei “bassifondi della società contadina e nei meandri della religiosità popolare”, Luzzatto ripercorre la complessa e mirabolante vicenda di padre Pio, incrociando quella portentosa narrazione con le trasformazioni storiche, gli slanci, le paure e le perennità dell’Italia. Tentare di spiegare padre Pio con gli italiani e viceversa, costruendo un percorso in cui “il vecchio e il nuovo, il premoderno e il postmoderno, il ragionevole e l’improbabile, l’istituzionale e l’irregolare, il religioso e il politico, tendono e confondersi molto più che a contrapporsi”, secondo la canonica, peculiare via italiana alla modernità. “Si sbaglierebbe a restringere la vicenda storica di padre Pio in un quadro interpretativo continuista”, scrive Luzzatto, “come se davvero un uomo del Novecento abbia potuto essere santo all’identica maniera di un uomo del Duecento o del Seicento. Al contrario, la storia del frate di Pietrelcina va scritta senza perdere di vista un decisivo elemento di novità, che rende i santi novecenteschi fondamentalmente diversi da quelli medievali e moderni: la trasformazione del meraviglioso da evento escatologico a evento fiduciario”. Oggi che numerosi vedovi di credenza si mostrano così sensibili alle sirene sovraniste, ripercorrere la vicenda pubblica e politica e sociale del frate di Pietrelcina può gettare una luce inaspettata sulla sintesi tra folklore, sentimento nazionale e trucismo con cui dobbiamo fare i conti.

 

Anche se la maggioranza degli italiani scoprì l’esistenza di padre Pio nel secondo dopoguerra, grazie ai rotocalchi e a un cattolicesimo riscritto nella sfera mediatica, la costruzione della sua figura pubblica è legata alle dinamiche storiche dell’ascesa del fascismo e intreccia in più punti “le faccende politiche e poliziesche, diplomatiche e spionistiche dell’Italia di Mussolini”. Nel corso degli anni Venti, l’isteria locale e il crescente clamore per padre Pio non possono separarsi da quella che Curzio Malaparte, all’indomani di Caporetto, chiamava “la terribile invocazione di un Cristo italiano”, una “specie di santone o di frataccio barbuto”, bravo “a guarire i malati, a profetare, a compiere ciarlatanerie di ogni sorta”, qualcuno chiamato a realizzare “la nemesi dell’Italia vera, dell’Italia campagnola e popolaresca, antica, cattolica, antimoderna”.

 

Furono i fascisti locali, in piena solidarietà col popolo, a cavalcare la protesta dal basso contro il Sant’Uffizio che voleva trasferire il frate lontano da San Giovanni Rotondo. Il “Cristo italiano” nel frattempo si era incarnato nel corpo e nelle gesta di Benito Mussolini. Così, mentre osservo le foto di Salvini col piumino smanicato nell’austera stanza che fu la casa di padre Pio, rileggo le pagine che Luzzatto dedica a Emanuele Brunatto, praticamente il social media manager del frate, autore (sotto pseudonimo) di una delle prime, decisive agiografie, un testo che Brunatto costruì come un catechismo in forma di libro-intervista; un testo presto messo all’indice dei libri proibiti in Vaticano che puntava tutto sull’investimento politico, la promozione culturale e il coinvolgimento dell’intellighenzia fascista nella diffusione della vox populi sulle stigmate miracolose (c’era sempre di mezzo una piccola casa editrice di propaganda fascista che sin lì aveva pubblicato un libretto di “Liriche francescane” e un aggressivo “elogio dello squadrismo” di stampo nietzschiano). “Il ‘Padre Pio’ di Brunatto”, scrive Luzzatto, “col suo tono apertamente e provocatoriamente militante fu un gesto scoperto di sfida contro le gerarchie periferiche e centrali della Chiesa cattolica, fatto per iscrivere una religione dentro una politica e il culto d’un frate dentro il culto d’un duce”.

 

Un libro del vicepremier con Rizzoli, ma non se l’è filato nessuno. Due “scelte editoriali” (Altaforte e Barbara D’Urso), una strategia

Analizzando i discorsi populisti che affermano il primato dell’emozionalità in politica (soluzioni semplici a problemi complessi, l’idea mitica che il popolo possieda virtù immacolate, il radicamento nel sentire comune in perenne contrapposizione con l’establishment) possiamo notare ripetuti agganci sentimentali alla nazione, alla storia, all’identità culturale non di rado mediati dalle forme della religiosità popolare, tanto più efficaci lì dove è più forte, profonda e radicata la devozione. In tal senso non deve sorprendere, come spiega Luzzatto, “la coesistenza del duce e del santo, di Mussolini e di padre Pio, nel discorso reazionario degli anni Sessanta”. Non soltanto perché nel pieno della modernizzazione e nella vertigine di un paese sospeso tra arcaismo e industrializzazione, “la nostalgia per Mussolini poteva integrarsi perfettamente con la passione per padre Pio, due divi del Novecento che rispondevano a una richiesta ancora forte di crismi e carismi, a un bisogno non spento di miracoli”, ma anche perché “i giornalisti che più tenacemente si dedicavano all’opera di canonizzazione mediatica di padre Pio erano gli stessi che confezionavano allora il nostalgico feuilleton di Mussolini buonanima, della povera Claretta, dell’indomita Rachele”. Tra questi Luciano Cirri, che in quegli anni fondava il Bagaglino con Pierfrancesco Pingitore e Mario Castellacci. La tragedia, la farsa, poi la barzelletta e tutti i suoi derivati che ci riconduce in effetti alla fotografia mistica e smanicata di Salvini a Pietrelcina.

 

Con il dovuto azzardo, si può sostenere che Salvini si ritaglia uno spazio in un certo senso nuovo rispetto al lungo elenco di politici che hanno agganciato la propria immagine al frate santo, da Aldo Moro a Giulio Andreotti, da Berlusconi a Rutelli. Decisamente il più distante dai temi della carità, della spiritualità e della misericordia, Salvini può però compiere un cialtronesco percorso di andirivieni tra CasaPound e padre Pio in nome di quello che i teorici del populismo definiscono “principio di adattabilità guidata dal basso”, rivendicando la semplicità del “buon senso” e l’antagonismo, l’umiltà dell’uomo comune e la mistica del leader (“ho giurato sul Vangelo ma sono un peccatore”), la comunanza con il popolo e il sospetto per coloro che rappresentano l’autorità mediatica, culturale, economica o spirituale. Rileggersi il padre Pio di Luzzatto quindi, non perché abbia qualcosa in comune con Salvini, va da sé, ma come utile lezione di metodo. Utile per far luce sull’italianità della narrazione di Matteo Salvini, utile per addentrarsi nelle strategie antichissime e nuove con cui populismo e carattere nazionale, devozione e folklore, si aggrovigliano senza tregua, mettendo all’occorrenza da parte la questione antifascista e posizionando al centro i mutati rapporti tra media, marketing e democrazia.

 

Lo storico Sergio Luzzatto ha incrociato la vicenda del santo con le trasformazioni storiche, gli slanci, le paure e le perennità dell’Italia

Negli ultimi anni sono usciti una miriade di libri su Matteo Salvini (circa ventisette titoli tra il 2015 e oggi, una costellazione editoriale dal self-publishing a Feltrinelli). Apologie improbabili che si intitolano, “O Capitano! Mio Capitano”, saggi che provano a comprendere il fenomeno, libri di denuncia, libri indignati con prefazioni di Tomaso Montanari o Gad Lerner. Tre anni fa ne ha scritto uno anche Salvini con Rizzoli ma non se l’è filato nessuno nonostante una presentazione al Salone. Poi arriva il libro-intervista di Altaforte edizioni curato dalla giornalista Chiara Giannini e scoppia “il caso”. I tempi naturalmente sono ben diversi. Tutto è finito risucchiato nella mistica dell’antifascismo militante, tant’è che del libro su Salvini non si parla neanche più (nel frattempo sulla scia del boicottaggio, scala le classifiche su Amazon e si piazza al primo posto nelle sezioni “scienze politiche”, “biografie” e “con questi antifascisti non vinceremo mai”). In pochi più che altro si domandano come mai, all’apice della popolarità, si passa oggi così disinvoltamente da Rizzoli ad Altaforte e per produrre quali effetti sui media; in pochi si domandano come mai Salvini va sempre volentieri da Barbara D’Urso ma dà buca a Fabio Fazio su RaiUno, in pochi provano a legare le due “scelte editoriali” (Altaforte e Barbara D’Urso) dentro una medesima strategia.

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