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Se questo è un libro

Macché apologia del fascismo, la biografia del Truce è tutta melassa e comicità

14 Maggio 2019 alle 17:44

Se questo è un libro

La banalità del fascismo contemporaneo, e di certo antifascismo militante, sta tutta in queste 153 paginette, nelle quali l’unico ammiccamento verso il Duce è la posa mascellare del Capitano (toninellianamente concentrata) che ci trafigge sin dalla copertina, di un bel verde cupo. Centocinquantatré pagine che quasi nessuno ha letto (beati voi) e che sono balzate in testa a tutte le classifiche di vendita grazie alla baldanzosa campagna marketing degli antifascisti militanti, allergici alla casa editrice “sovranista”, sensibile al fascismo, Altaforte edizioni. Noi abbiamo sborsato ben 17 euro e per cancellare il senso di colpa di aver contribuito a rimpinguare le casse del sovranismo filo CasaPound, dopo esserci coraggiosamente sorbiti la prosa lirica di Chiara Giannini forniamo un servizio prezioso al lettore, impedendogli di sprecare tempo e denaro.

 

Io sono Matteo Salvini”, sappiatelo, è un libro pericolosissimo. Può provocare morbi di diverso tipo: formicolio agli arti, spasmi muscolari, torpore cerebrale, cupezza dei sensi, umor nero. Può farci riflettere sulla nostra stupidità, su quanto noi si contribuisca, con questo antifascismo elementare e pavloviano, ad alimentare il mito di un uomo qualunque che si diverte a incarnare la maschera del “cattivissimo Salvini”, come astutamente si autodefinisce. Lo scritto della Giannini è un libello propagandistico che pare vergato da una sedicenne innamorata e tremebonda, con vette di lirismo apologetico imbarazzanti persino per Salvini, se mai lo leggerà.

 

Già la prima pagina è un capolavoro involontario di comicità. Ci informa la Giannini che Salvini “è l’uomo più amato nello Stivale”. Inteso come Italia (voi subito a pensare agli stivaloni neri squadristi). “Amato segretamente pure dalle donne di sinistra”, svergognate. Ma comunque, tutte pronte “a pagare oro per vederlo nella quotidianità della vita privata”. La Giannini ha avuto questo privilegio e ha pensato di raccontarcelo per filo e per segno. Cominciando con la notizia: svela subito, l’autrice, che il profondo senso della giustizia del Salvini uomo si deve a una clamorosa ingiustizia subita dal Salvini pupo: “All’asilo mi rubarono il pupazzetto di Zorro”. Non rivela se si trattò di un terrone (da cui il fervore canterino che manifestò da giovane padano con il coro “senti che puzza… stanno arrivando i napoletani”), ma l’episodio criminoso segnò l’infanzia di Salvini, spingendolo probabilmente all’ossessione per la legittima difesa e le armi. Anche grazie a quell’episodio, ci racconta la Giannini, Salvini diventerà quel “condottiero dei tempi moderni” che è oggi, “amato profondamente dalla gente”, uomo lontano “dall’idea del politico panzuto e incollato alla sedia”, leader vicino agli anziani (“si ricorderà la battaglia a fianco della nonna Peppina”) ma anche ai giovani (“mangiò un gelato con gli studenti scampati al rogo sul bus di San Donato”). “Un super eroe che combatte contro il male”, un “Clark Kent che di giorno è una persona comune e di notte si trasforma in un salvatore del mondo”.

 

Travolti da questo atroce coagulo di melassa, ci trasciniamo a pagina 20, dove cominciano le 100 domande a Salvini. Si scorda, la Giannini di chiedere dei 49 milioni della Lega magicamente scomparsi, per i quali ha trattato con i magistrati una dilazione fino all’aldilà. Ma è ferocissima nel chiedere conto del primo bacio (“fu in Melchiorre Gioia”), della sua passione per la pesca, per il Subbuteo (giù le mani dal Subbuteo) e per le ruspe amate sin dall’infanzia. Salvini rivela di leggere due o tre libri all’anno (i titoli no, quelli ce li risparmia). Il nostro condottiero non risparmia battute fulminanti: “Scheletri nell’armadio? No, è pieno di felpe”. Ogni tanto azzarda ardite digressioni filosofiche, come quella sulla differenza tra noi e i tedeschi: “Sono un popolo meno comprensibile dei francesi. Pensi solo al sole, sì al sole. Per noi è singolare maschile, per loro è invece femminile (sempre singolare però, ndr), come dire La Sole. Difficile entrare in quest’ottica. Al contrario per loro è maschio la luna”. Uno potrebbe obiettare che si tratti di questioni di genere marginali, oltre che strampalate, ma Salvini anticipa l’obiezione: “Questo ci aiuta a capire quanto la strana attrazione tra Italia e Germania viaggi sempre per urgenze compensative”.

 

Capito? Colti da urgenza compensativa, leggiamo un paio di paginette dell’illuminante saggio di Emilio Gentile “Chi è fascista”. Ma siamo ben presto costretti a berci l’inchiostro sovranista di Altaforte, equivalente contemporaneo dell’olio di ricino inventato da quel mattacchione di Italo Balbo. Leggere e leggeremo, direbbero quelli. Salvini rivela ancora che dorme “con due cuscini”, che sogna “un’Europa diversa”, che non si è laureato ma è dispiaciuto “solo per la mamma”.

 

Finita l’intervista, seguono alcuni capitoli se possibile ancora più melensi, nei quali la coraggiosa autrice, dopo essere scampata miracolosamente a un attentato a Herat (episodio vero, narrato nel primo libro pubblicato per Altaforte), intervista degli immigrati ai giardini della stazione di Milano: si ritrova ben presto circondata, uno gli offre della droga, un tal Mohammed gli spiega che “Salvini è il male assoluto”. Un’esperienza tremenda, superata coraggiosamente della giornalista, che non disdegna l’accostamento a un’altra toscana di tempra, Oriana Fallaci. La Giannini, “ancora scossa”, volta pagina e ci racconta “cosa pensano i suoi follower” (impresa epica, visto che sono quasi quattro milioni), “cosa pensano i suoi amici” (operazione molto più agile) e “gli odiatori seriali” (capitolo lunghetto).

 

Se si volesse leggere il libro con una chiave politicista, sarebbe agevole. Sono diversi i passaggi nei quali si criticano aspramente i Cinque stelle. E non sfuggono le lodi verso Berlusconi e la Meloni nelle quali si profonde Salvini. Facile pensare il futuro che vede quel “sognatore” di Salvini. Ma il nostro tempo è scaduto, dobbiamo recuperare un po’ di fiducia nell’umanità e quindi ci apprestiamo a bearci della leggiadria di “Camminare”, di Thomas Bernhard.

 

Resta solo da segnalare che verso la fine, arriva finalmente la nota polemica della Giannini, che prende le distanza audacemente dal protagonista del libro: “Se c’è una critica che si può avanzare a Salvini è che si fida troppo degli altri”. All’ultima pagina c’è anche il motivo che spiega alla perfezione la complessità della struttura narrativa del libro: “L’ho scritto in un mese”.

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