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L’Italia profonda narrata tra musi di vacche, meste ebbrezze e vecchi pregi

Il nuovo libro appenninocentrico di Franco Arminio e Giovanni Lindo Ferretti

25 Maggio 2019 alle 09:13

L’Italia profonda narrata tra musi di vacche, meste ebbrezze e vecchi pregi

(Foto Pixabay)

Inutile mettersi a elencare i presunti limiti de L’Italia profonda (GOG editore, 96 pp., € 9 euro), breve pamphlet appenninocentrico scritto – in realtà detto, essendo propaggine editoriale di una chiacchierata pubblica tenutasi a Palazzo dei Piceni a Roma – da Franco Arminio, paesologo militante e residente a oltranza (che significa stanziale nella sua accezione morale), e da Giovanni Lindo Ferretti, cantore e scrivano, montano italico cattolico romano, “partito bimbo e tornato uomo” a vivere “sui monti / tra i morti”. Inutile perché questo librino – questo breviario di due sguardi – non è un libro come gli altri, non è pubblicato da un editore come gli altri e non è destinato al pubblico degli altri, animali generici da presentazione al megastore più autografo più selfie: al contrario, si pone consapevolmente ai margini di tutto questo.

 

Inizialmente è però innegabile aver provato una certa delusione: chi, come il sottoscritto, ama Giovanni Lindo Ferretti e la sua accidentata singolarità, la sua ricca specificità e la sua vitale ostinazione a essere se stesso, è sempre affamato delle sue parole e avrebbe gradito una foliazione più promettente e un’estensione più generosa (sebbene, dicendo il vero, lo stesso Giovanni Lindo a un certo punto ribadisca: “Forse, più che aggiungere dovrei togliere,” consapevole di aver già raccontato il suo punto di vista in altri scritti, in altre canzoni, in altre Saghe di uomini, cavalli e spiriti). Ma è altrettanto innegabile che la delusione passi presto: dopo aver letto le prime pagine di questo testo organizzato per brevi capitoli e a voci alternate, già se ne comprendono il senso e la natura.

 

Ed ecco che si cominciano a sottolineare le prime frasi, ecco che ci si sente interpellati e sempre più coinvolti fino a che, parallelamente a quanto viene raccontato – che è poi il tentativo di rispondere alla domanda “cosa vuol dire starsene a vivere in montagna in un piccolo paese a svariati chilometri sul livello del mare?” –, si avverte l’aprirsi di una salutare crepa: quella che attraversa il codice delle proprie aspettative. Quelle solite. Quelle scontate e mai messe in questione, di lettore che ha i suoi diritti ed esige trama, ambiziosi archi narrativi, epifanie fragorose. E che qui non troverà niente di tutto questo. Perché qui il passo è lento. Ed è cechoviano. Qui si narra un quotidiano spogliato dall’estetica della quotidianità e dall’odiosa poetica crepuscolaroide.

 

Qui si fanno i conti con la desolazione inevitabile dei luoghi e con una vita che ci ricorda la morte (“ho visto più morti nei primi cinque anni di vita di quanti ne abbia visti in tutti i successivi”, dice Ferretti), con musi di vacche, meste ebbrezze e antichi patti tra uomini e animali. Certo, anche con le necessità più vitali, quali imparare ad apprezzare i pregi quando sono pochi e a lasciar perdere i difetti quando sono molti, con tutta la determinazione antica e arcaica che serve per vivere vicino alla vita e amarla disarmati da alibi collettivi, condizione necessaria per non ritrovarsi “intruso in un racconto altrui”. Le riflessioni (quelle di Arminio organizzate in bolle liriche, quelle di Ferretti più scabre e viscerali) sono del tutto aliene da belletto estetizzante e da seduzioni lessicali, non fanno filosofia ma raccontano un codice di pensiero non succube del contingente, e cercano di definire sentimenti sfuggenti o già sfuggiti, propri di chi osserva da un displuvio e teme di sporgersi troppo dalla salvezza dell’ombra, dalla plaga della reticenza, ma rifiuta anche l’idea che del proprio mondo si parli solo come di una realtà in galleggiamento su un’insanabile lacuna: il paese non è una “città mancata” seppur “antieconomico e antisociale” è viverci, e men che meno è antiumano. E che alla fine regala una piccola, tersa certezza per cui provare invidia: chi vive in paese non sta facendo solamente la propria vita, ma sta tenendo in vita anche gli altri. Tutti gli altri, sì, compresi quelli che non lo sanno.

Marco Archetti

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