“Un partito cattolico? Operazione dannosa e divisiva”. Parla il vescovo di Ventimiglia

Matteo Matzuzzi

Monsignor Suetta: “I migranti? Si consideri anche chi accoglie”

Roma. “Un partito cattolico deciso a tavolino, magari da un’élite selezionata, una cosa alla Frankenstein, forzando esperienze diverse tra loro a stare assieme, non solo naufragherebbe subito, ma sarebbe dannoso perché divisivo”. Il vescovo di Ventimiglia-San Remo, mons. Antonio Suetta, di partitini cattolici (o di cattolici, dipende da come vengono definiti), non ne vuole neanche sentire parlare, dice al Foglio. “Bisogna evitare ulteriori contrapposizioni, fare oggi un partito cattolico sarebbe una fatica, un qualcosa di impossibile. Il contributo della chiesa come istituzione e del credente come singolo deve essere quello di sviluppare una riflessione sempre più attenta e matura, ancorata al Vangelo e alla dottrina della chiesa. E magari bisogna prestare attenzione a situazioni nuove, anche in politica, che dipendono dall’evoluzione dei nostri tempi”.

 

L’ex presidente della Cei, Camillo Ruini, nell’intervista di domenica al Corriere della Sera – che non aveva come obiettivo il Papa, come superficialmente hanno protestato vecchi e nuovi antagonisti del ruinismo, quanto il disorientamento di una Conferenza episcopale che non incide più su nulla, come dimostra l’appello alla Consulta sul fine vita lanciato dal cardinale Bassetti pochi giorni prima della sentenza già calendarizzata – ha anche parlato di un declino di autorevolezza della chiesa italiana, incapace di orientare – o quantomeno di indicare la via – al popolo fedele. Esagerazioni? “No”, dice mons. Suetta: “E’ vero, la riduzione del peso della chiesa è un fatto evidente. Ma non bisogna generalizzare. Penso dipenda dai cambiamenti veloci che si stanno registrando in Italia e nel mondo. Guardo ad esempio alla globalizzazione e più complessivamente a tutti gli elementi che hanno portato a smobilitare quello che era un assetto stabile. Chiaramente, se cambiano le condizioni generali, mutano anche le possibilità di influenzare tali processi. Oggi si hanno nuove sensibilità in evoluzione che vanno monitorate. Prendiamo l’esasperata laicità con la quale ci confrontiamo nelle nostre società. E’ diventata un’ideologia che ha sostituito paradossalmente il dogmatismo che si vorrebbe combattere. E’ necessario perciò che sia la chiesa come istituzione sia il cristiano come singolo si impegnino in un dialogo che non svenda la propria identità”.

 

Il vescovo di Ventimiglia-San Remo interviene anche sulla diatriba tra accoglienza e immigrazione, su cosa dica e non dica il Vangelo – discussione che sembra coinvolgere parecchio presuli e intellettuali – ed essendo il capo di una diocesi di frontiera che con il problema dei migranti ha avuto parecchio a che fare, ne ha titolo. “L’accoglienza deve per forza guardare all’integrazione. E’ necessario guardare sì le persone che arrivano, ma anche le condizioni delle persone che accolgono. Non si può pensare di gestire il problema con la stessa velocità che si usa nel dare da mangiare e da bere. Tutte le diverse parti in causa devono arrivare a elaborare una strategia. Il grande equivoco, magari scatenato anche per interessi di bottega, è che non si vuole considerare il problema nella sua totalità. L’accoglienza è un imperativo prima di tutto umano. E a questo imperativo bisogna rispondere con urgenza ed è superfluo dire che se una persona sta affogando in mare va salvata”. 

 

Diverso però è quando si passa dal singolo caso alla gestione del fenomeno complesso. E qui serve un’attenzione più approfondita e serve indagare le cause che sono all’origine di questi fenomeni. Quando si tratta di guerre, carestie – cioè di tutte le condizioni che portano allo status di rifugiato – la risposta migliore che abbiamo è quella di favorire i corridoi umanitari. Poi però – dice mons. Antonio Suetta – vi sono altre situazioni che non possono essere messe da parte: esiste il diritto di emigrare ma anche quello di non emigrare. Qui si apre il capitolo dei migranti economici, che – per quanto riguarda l’Italia e l’Europa – mi sembra siano prevalenti. Insomma, bisogna riflettere attentamente nel considerare la totalità del problema, che non ha risposte né facili né immediate”. Ma con Matteo Salvini bisogna dialogare o no? La chiesa italiana, anche su questo punto, sembra divisa: “Chi ama il dialogo non può pensare di escludere una persona o un dato fenomeno, dal dialogare”, dice il vescovo. “Perché questo significherebbe adottare una prospettiva diversa, cioè la contrapposizione. Che porta a urti e attriti. E questi non sono mai forieri di un bene per la società. Bisogna anche stare attenti: dietro a un leader politico c’è una situazione più complicata, volubile e in evoluzione. Un movimento che va compreso innanzitutto indagando le istanze che rappresenta, filtrando le intuizioni buone da quelle meno buone. Il dialogo, dopotutto, è uno strumento, non lo scopo. Ogni novità ha bisogno di sedimentazione e il dialogo è un esercizio che richiede rispetto e pazienza”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.